San Giuseppe a Scilla

Le origini di questo luogo di culto risalgono al luglio 1619, quando Maria Ruffo invitò a Scilla i padri Crociferi con il compito di assistere la popolazione.

Venne costruito un piccolo ospedale e, per accoglierli, un convento su di una pre-esistente chiesa bizantina. Il convento era dotato di una cappella che venne intitolata a Maria SS. Annunziata. L’attuale chiesa altro non è che la cappella di quell’antico convento.

L’edificio restò in piedi fino alla metà del XIX secolo, quando venne distrutto a seguito dei lavori per la costruzione della ferrovia.

Testimonianza delle dimensioni dell’antico edificio è la porzione di arco ancora oggi visibile nella strada che, da Chianalea, conduce alla chiesa. La chiesa subì solo qualche danno al tetto nel terremoto del 1908 e questo portò alla realizzazione del tetto in legno; sempre nel ‘900 vennero realizzate due aperture rettangolari nella parte  sinistra dell’edificio. Nel 1996 venne avviata una campagna di restauro e recupero durante la quale vennero individuati i resti di una chiesetta bizantina che, probabilmente, poi venne utilizzata come cripta: vennero anche ritrovati i resti del canonico Bovi, morto nel terremoto del 1783, che, per sua volontà, venne sepolto nella Chiesa vicino al mezzo busto di San Giuseppe.

Fu proprio il canonico Bovi, che era anche medico, ad introdurre il culto di San Giuseppe a Scilla nella prima metà del ‘700. La statua che oggi viene esposta nell’abside della Chiesa è frutto di una donazione di due pescatori scillesi ed è databile al 1750 (presto racconteremo anche questa storia)

Molte le opere custodite all’interno della Chiesa ma sicuramente l’occhio viene rapito dal portale che dall’atrio porta all’interno della chiesa, in tufo del XVIII secolo, e dall’altare anch’esso in stile Settecentesco.

Annunci

Un territorio ricco di miti e leggende

Questa settimana per pillole di storia ci occupiamo di un aspetto molto particolare legato al nostro territorio, le leggende ed i racconti popolari. Ogni angolo della nostra provincia, è pieno di queste storie nate ovviamente per varie motivazioni. Ce ne racconterà qualcuna Carmine Verduci, presidente della Pro Loco di Brancaleone e fondatore di Kalabria Experience.

Che la Calabria fosse piena di miti, leggende e misteri è cosa ormai assodata!

Anche alle nostre latitudini, la fantasia dell’uomo ha sempre cercato di trovare delle spiegazioni logiche a strani fenomeni in castelli, borghi e foreste dell’intero territorio, che come in ogni parte d’Italia è disseminato di storie di spiriti, fantasmi e strane creature.

Con questo articolo cercherò di focalizzare l’attenzione sui misteri che aleggiano sul borgo di Brancaleone Vetus (RC) che affascina ancora oggi tanti  visitatori, che ogni anno si recano in questo luogo per riscoprire la magia d’un tempo, ancora impregnata nei ruderi delle vecchie abitazioni, che sembrano in qualche modo condurci in atmosfere lontane di un passato che ancora resiste e persiste nel nostro immaginario.

Sono gli anziani che ci consentono di fare un passo indietro nel tempo alla ricerca di storie e vicende che vuoi o non vuoi, rimangono ancora incarnate dentro quelle mura precarie, che hanno attraversato secoli di vita e vicissitudini dai contorni indefiniti e dai significati oscuri.

Parafrasando un vecchio articolo apparso sul settimanale “LA RIVIERA” di qualche tempo fa, scritto da due autori locali; Anthony Randolfi e Pino Fava, leggiamo tra le righe, storie di cui ancora oggi siamo tutti a conoscenza, ma che solo da un attenta indagine, come quella condotta dai due autori,  si può mettere in evidenza la variegata singolarità di questi argomenti. In questi racconti, è forte quel forte senso di appartenenza ad un passato, nel quale queste storie e queste leggende, erano parte integrante della vita dell’individuo, che aveva una concezione della paura ben diversa da quella di oggi.

Ci affascina l’idea che Brancaleone si trovi in una posizione dove sacro e profano combattono da secoli una battaglia sul senso stesso della vita, caratterizzando questi luoghi, che oggi devono essere riscoperti dalle nuove generazioni che hanno un forte bisogno di tornare indietro nel tempo, attraverso la memoria dei nostri antenati, per riscoprire il passato e le proprie radici e prendere coscienza di ciò che è stato e quindi, di ciò che siamo oggi.

Tra le testimonianze che ancora oggi possiamo raccogliere tra gli anziani del luogo, non possiamo esimerci dal raccontare della processione dei defunti di Brancaleone Superiore, questo fenomeno si verificherebbe tutti i primi Venerdì del mese per tutta la notte, questa macabra processione pare partire dal vecchio cimitero del borgo, snodandosi tra le viuzze dell’antico abitato.

Un’altra leggenda riguarda la famosa gallina dalle uova d’oro, tale gallina abitava nell’antica Capistrello (un antico maniero posto vicino Brancaleone sull’altra sponda del torrente Altalìa), pare che nei tempi remoti, un umile garzone abbagliato dalla possibilità di arricchirsi, volle tentare di impossessarsi di queste uova per realizzare tutti i suoi desideri, ma l’impresa non fu per nulla facile, bisognava scalare tutta la collina che si trova a picco sul torrente,e da questa impresa, il ragazzo non fece mai più ritorno al paese.

Un’altra leggenda narra che tra i boschi della collina dove oggi sorge il vecchio abitato di Brancaleone, si nascondesse un enorme serpente e che in un giorno di pioggia, avventurandosi fra questi boschi, era facile incontrare questa creatura mostruosa, che dopo aver leccato il viandante ne avrebbe rivelato il futuro.

Non meno fantasiosa è la credenza popolare che le pietre di Brancaleone, raccolte per la strada e portate con se in viaggio, assicurino fortuna e protezione. Non meno singolare è la credenza che chiunque fosse riuscito a mangiare sette fichi d’india rossi colti sulle pareti rocciose del vecchio castello, avrebbe avuto in sposa la più ricca del paese.

Fonti storiche non ci danno prova di tutto ciò, ma a noi piace pensare che ogni storia nasconda qualcosa di vero, d’altronde ogni leggenda si fonda su fatti realmente accaduti e poi narrati dall’esasperazione orale e goliardica della gente.

Di leggende Brancaleone ne è piena, così come il territorio Grecanico, e la Calabria; leggende che spesso si rincorrono l’una con l’altra, talvolta con delle variabili che contestualizzano, luoghi, persone e personaggi della mitologia greca.

Potremmo stare a raccontare centinaia di storie, leggende e misteri di cui il territorio di dell’Area Grecanica ne è pieno, ma preferiamo che sia il territorio a svelarci ogni segreto, celato nella sua essenza primordiale attraverso i racconti degli anziani, che rappresentano per noi oggi una vera fonte di memoria storica e immateriale, che fa di questo Aspromonte un universo conteso fra sacro e profano, che non smette di affascinare ogni  visitatore, che giunge da queste parti forse ignaro di questi tesori nascosti da secoli di storia, sangue e dolore.

Carmine Verduci.

brancaleone
Panoramica Brancaleone Vetus

 

 

 

 

La chiesa di San Rocco a Scilla

La chiesa come la conosciamo oggi è il frutto di una riedificazione iniziata negli anni ’70 e ultimata nell’agosto 1990.

La storia però di questo edificio sacro è molto più antica. Il momento preciso in cui il culto di San Rocco si radica a Scilla non è facile da stabilire, ma partiamo da alcuni punti fermi.

In passato, dove adesso sorge la chiesa vi era un precedente edifici di culto dedicato a San Giorgio, ancora oggi di fatti, il quartiere alto di Scilla mantiene questa denominazione.

Si sa che tra il XV°- XVI° secolo gli Scillesi escono indenni da una epidemia di peste, e vengono a conoscenza che a Venezia, città con la quale Scilla intratteneva importanti rapporti commerciali, c’erano reliquie di San Rocco, il Santo protettore dalla peste.

Pare proprio che l’intercessione del Santo abbia giustificato il trasporto di una sua statua da Venezia a Scilla e l’adozione come Santo patrono.

Mons. D’Afflitto nel 1595 ci testimonia la presenza a Scilla di una confraternita dedicata a San Rocco.

E’ del 1738 l’edificazione di un nuovo edificio di culto dedicato al Santo patrono che però come molti altri edifici venne pesantemente colpito dai due terremoti del 1783 e 1908 anche se sempre ricostruito.

La riedificazione degli anni ’70 realizzata con il contributo degli Scillesi in patria ed all’estero, si rese necessaria per i danni patiti dall’edificio durante la seconda guerra mondiale.

L’edifico oggi conserva varie testimonianze del passato scillese, come le due statue del Santo, quella in marmo sull’altare ed una lignea processionale.

Oltre alle statue si conservano 4 dipinti provenienti dal convento dei padri osservanti, vicino all’ingresso un miracolo di Sant’Antonio, ed a sinistra un san Francesco d’Assisi in Gloria.

Altri due quadri sono conservati vicino al presbiterio e provengono sempre dal convento dei Padri Osservanti e rappresentano un Sant’Antonio in venerazione del Bambino e un San Giorgio in venerazione della Vergine (i quadri vengono tutti attribuiti ad Antonio Filocamo del quale l’ultimo quadro descritto porta la firma).

A Scilla, tutti gli edifici di culto anche se recenti, rimandano ad un passato lontano…

(foto archivio parrocchiale)

Riflessioni su Torregrotta

Tendenzialmente questo tipo di articoli potrebbero essere scritti a fini celebrativi o per esultare, perché finalmente il merito viene premiato anche in casa propria. Non mi va di svilire il tempo in questo modo, anche perchè il caro amico Sebastiano Impalà non ha bisogno di questo, più che altro è la voglia di dare risalto ad un pensiero che ci siamo confidati mentre lui con il suo solito modo ironico e mai superficiale percorreva il Viale Europa a Reggio, in macchina, e dal vivavoce mi raccontava della lunghissima e bellissima giornata del 22 di ottobre e del suo ritorno a Torregrotta in provincia di Messina da dove non risiede più da ben 34 anni.

Mi raccontava di come Torregrotta ottenne l’indipendenza nel 1923 da Roccavaldina, tramite l’intercessione del Dott. Sfameni ginecologo della Regina.

Mi raccontava di come la consegna di una benemerenza sia occasione per altro, anzi di come “debba” essere occasione per altro… Mi raccontava, e questa è la riflessione che mi andava di condividere, di come la cultura (lui è stato premiato per la sua opera poetica) nelle sue varie sfaccettature, visto che l’appuntamento è dedicato a vari settori sociali nei quali i cittadini di Torregrotta si mettono in luce, siano fondamentali come occasione di aggregazione e condivisione…

Che questo tipo di appuntamenti per non essere vuoti si devono riempire di contenuti seri, che permettano riflessioni, specialmente in realtà piccole,  che troppo spesso magari vengono marginalizzate nonostante la bellezza dei luoghi.

Lui pensa che l’istruzione migliori l’animo… io pure…

Domenico Guarna

San Gaetano Catanoso: un uomo divenuto Santo ed un quartiere in cammino.

Mi piace condividere con voi le riflessioni conclusive del mio intervento di introduzione storica alla figura di padre Gaetano, un piccolo prologo alla monumentale esposizione di Mons. Curatola (meglio Don Pippo, lui preferisce). I dati storici peraltro, sono già riportati su questo blog, perciò vi risparmi le lungaggini.

Buona lettura

Domenico Guarna

Una città, la nostra, dove spesso si sente dire che padre Gaetano è il primo Santo Reggino, dove anche questa frase che sembra essere gioiosa, una vera manifestazione d’orgoglio, e bene questa frase contiene due ordini di errori, uno storico, perché la nostra cultura cittadina, fu imbevuta dell’operato dei tanti santi italo-greci come san Cipriano di Calamizzi, i due Sant’Elia , Sant’Arsenio ad Armo, San Leo, e tanti altri, a testimoniare che la nostra terra ha prodotto nei secoli menti brillanti che necessitano di essere studiate, approfondite e prese ad esempio, un po’ come Padre Gaetano.

Il secondo errore nella frase il primo santo dei Reggini, è che oggi san Gaetano, è Santo di tutto il mondo, chiaro che questo non deve essere valutato in senso negativo, la connotazione territoriale è importantissima, e non va mai tralasciata, ma abbiamo il compito di lavorare localmente per far conoscere questa figura oltre i confini provinciali.

In conclusione, vi confesso che in questi giorni, ho avuto qualche difficoltà nel trovare uno spunto di riflessione adatto alle conclusioni, forse perché mi ostinavo a voler nuovamente guardare al passato, ma per una buona comprensione di questa figura storica come della storia in generale, che deve sempre essere magista vitae, cogliendo gli insegnamenti e tornare a guardare poi verso il futuro.

Il suggerimento mi è giunto involontariamente dalla cara Suor Daniela, che mi ricordava dell’inaugurazione a Gioia Tauro di una nuova chiesa parrocchiale, dedicata al Santo Catanoso.

E bene, quella chiesa, sorge su di un terreno confiscato alla ‘Ndrangheta, e mi voglio solo limitare a riportare le parole di Monsignor Francesco Milito, vescovo di Oppido-Palmi:

“Questo luogo (si riferisce alla nuova chiesa inaugurata venerdì 20) che un tempo è stato luogo di mafia, ora, sottratto a un possesso iniquo, è stato riscattato, benedetto, dedicato al Signore, luogo Santo dove c’è posto solo per le cose Sante. Da luogo di illegalità a luogo Santo».

Peraltro quella diocesi è da tempo impegnata nella lotta alla criminalità organizzata, in un territorio non certo facile, con atti concreti come la gestione di beni confiscati, come la creazione della cooperativa Valle del Marro, o come la meritoria azione portata avanti da Don Pino Demasi o Don Giacomo Panizza.

L’iter che ha portato alla costruzione di quella chiesa è stato lungo e tortuoso, un po’ come la vita terrena di Padre Gaetano, pensate che la prima pietra di quella chiesa è stata presa dalla casa natale del Santo a Chorio.

Come vedete ancora oggi l’esempio di Padre Gaetano di resistenza a logiche sbagliate, la voglia di progettare e costruire per il bene della comunità, irradia ancora le opere che nel nome del Santo vengono portate avanti… E’ questa l’eredità che dobbiamo far nostra e tramandare alle generazioni future… Grazie.

L’alluvione del reggino del secolo scorso: 12-18 ottobre 1951

E’ un piacere per noi, in questo numero di pillole di storia, ospitare la Dott.ssa Maria Lombardo. Da tempo volevamo dare respiro a questa rubrica con voci diverse, ed abbiamo iniziato proprio dalla sua. Speriamo di continuare molto presto anche con altri punti di vista, che non possono che arricchire questo Blog… Buona lettura…

 

Nellottobre  del 1951 il basso Jonio fu interessato da un grandissimo evento alluvionale di catastrofiche alluvioni che mai colpirono la Calabria con tanta forza provocando morte e distruzione. Sono bastate 100 ore di piogge con  1770 mm di pioggia, una quantità superiore alle medie annuali. La quantità di acqua caduta risulta essere elevata con conseguenze disastrose per i territori compresi fra l’Aspromonte e la Serra di San Bruno. Bombe d’acqua che hanno colpito 67 comuni, in particolare Nardodipace, Africo, Canolo, Careri e Platì, provocando il crollo di 1700 abitazioni e facendo restare 4500 persone senza un tetto sulla testa  Fu l’apocalisse i torrenti scesero a valle ingrossati trascinando tutto, notevoli le frane e gli smottamenti  da Reggio Calabria fino a Catanzaro . Le comunicazioni stradali e telegrafiche saranno interrotte in oltre quindici località. La linea ferroviaria tra Soverato e Reggio Calabria fu interrotta in 22 punti, la strada litoranea jonica (l’attuale S.S. 106) interrotta in più punti per la distruzione di diversi ponti; i comuni isolati furono diverse decine. Nei centri costieri i collegamenti furono possibili solo via mare.Collassa l’economia locale, agrumeti e coltivazioni sono distrutti, centinaia di famiglie di braccianti e mezzadri rimangono senza lavoro. Dal bilancio ufficiale  del governo le vittime in tutta la Calabria assommarono ad una settantina, solo a Platì, morirono 17 persone.  Per la sola provincia di Reggio Calabria i danni ammontarono  a 30 miliardi di lire. Quattromilacinquecento senzatetto, millesettecento abitazioni crollate o rese inabitabili, sessantasette comuni colpiti. Tra le infrastrutture danneggiate, ventisei ponti crollati e settantasette acquedotti lesionati. Giornate drammatiche ma quella del 16 ottobre rimarrà alla storia  le precipitazioni aumentarono,  a Santa Cristina d’Aspromonte, si registrano più di 535 millimetri d’acqua in sole ventiquattro ore. Anche nei giorni a seguire la quantità di acqua caduta risultò essere elevata con conseguenze disastrose per i territori compresi fra l’Aspromonte e la Serra di San Bruno. Qui, infatti, molti torrenti tracimano nello scendere a valle, inondando vari centri del litorale ionico e dell’entroterra, da Reggio Calabria a Catanzaro. Protetto dall’evento il versante tirrenico, sottovento a questa particolare configurazione barica. Le comunicazioni stradali e telegrafiche saranno interrotte in oltre quindici località, mentre per i vari centri situati sulla fascia costiera, il collegamento potrà avvenire solo via mare. Agrumeti e coltivazioni di cotone sono distrutti: collassa l’economia locale, mentre centinaia di famiglie di braccianti e mezzadri perdono i propri posti di lavoro. Il bilancio fu terribile oltre settanta vittime,quattromilacinquecento senzatetto, quasi millesettecento abitazioni crollate o rese inabitabili, sessantasette comuni colpiti. Tra le infrastrutture danneggiate, senza voler contare le innumerevoli interruzioni stradali, si segnaleranno ventisei ponti crollati e settantasette acquedotti lesionati. Solo nel Reggino i danni furono di 30 miliardi!  Il 19 ottobre 1951 le popolazioni di Calabria, Sicilia e Sardegna riuscirono finalmente a tirare un sospiro di sollievo, dopo cinque giorni di pioggia costante, ma lo scenario apocalittico che gli si presentava davanti agli occhi era dei peggiori: ben 70 morti in totale e danni incalcolabili a strade, infrastrutture e interi centri abitati. Molti centri dichiarati non agibili, a causa del devastante dissesto idrogeologico, seguito alle consistenti precipitazioni. Tra questi, degna di nota, è la situazione verificatasi ad Africo, in provincia di Reggio Calabria: il paese, insieme al vicino Casalnuovo, subirono ingenti danni materiali a causa dei quali vennero dichiarati inagibili ed entrambi furono evacuati. La popolazione trovò inizialmente alloggio  nelle scuole elementari di Bova, poi fu trasferita a Gambarie e da lì distribuita in altri comuni della provincia. A Reggio Calabria, in contrada Lazzaretto di Condera, vennero create delle baracche di legno dove si stabilirono circa 1000 alluvionati, che rimasero lì fino ai primi anni ’60. Dal 1962 in poi, infatti, la popolazione dei due paesi venne fatta confluire in un nuovo centro abitato, Africo Nuovo, creato ad hoc nei pressi del comune di Bianco.

Alluvione_bivongi_2
Alluvione a Bivongi

A spasso nel mito a Scilla

scilladefinitivo.jpg

Un’esperienza unica immersi nel fascino dei vicoli della perla della Costa Viola reggina, una passeggiata in un luogo carico di storia e mito in collaborazione con la Pro Loco di Scilla.

Inizieremo facendo due passi per il quartiere San Giorgio di Scilla, il più alto e panoramico, entreremo in contatto prima con il mito di Scilla per passare poi alla sua millenaria storia, rimanendo sempre immersi nelle bellezze del paesaggio.

Ecco il punto di raduno che sarà la piazza San Rocco con il suo splendido affaccio

WhatsApp Image 2017-10-16 at 17.05.34
piazza San Rocco, luogo del raduno

(Link Google Maps del luogo del raduno)

Dopo aver narrato la storie della chiesa di San Rocco ed aver attraversato il viottolo panoramico visiteremo il castello dei Ruffo e la chiesa dell’Immacolata e successivamente faremo tappa alla Locandiera per la degustazione dei piatti tipici di stagione.

Dopo pranzo continueremo il nostro viaggio a Chianalea, il borgo dei pescatori dove oltre a rimanere rapiti dagli scorci sul mare visiteremo le fontane storiche fino a giungere alla chiesa di San Giuseppe.

IMG_20171012_112040
uno degli scorci più suggestivi di Chianalea

 

Ultima tappa del nostro racconto sarà la chiesa dello Spirito Santo nel quartiere di marina Grande, decisamente la chiesa più suggestiva dell’intero borgo.

IMG_20170910_191140
chiesa Spirito Santo, Scilla

PROGRAMMA

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE 10.30

PARTENZA 11.00

MATTINA: VISITA PARTE ALTA DEL BORGO E PRANZO

POMERIGGIO:  CHIANALEA E  MARINA GRANDE (CHIESA SPIRITO SANTO)

FINE ESCURSIONE 17.00

DATI ESCURSIONE

COMUNE: SCILLA

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

RACCOMANDAZIONI

1 LT D’ACQUA

VESTIARIO COMODO

MACCHINA FOTOGRAFICA

OCCHIALI DA SOLE

INFO

Tel: 3489308724

Mail: ilgiardinodimorgana@gmail.com

CONTRIBUTI

5 euro per le attività dell’associazione

15 euro per pranzo ed ingresso monumenti

Max 20 partecipanti.

Prenotazioni entro il 03/11/2017

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

 

 

 

 

Gli Ottimati ed una radice antica

Una delle chiese più suggestive della città di Reggio Calabria è senza dubbio quella degli Ottimati, un vero è proprio scrigno di bellezza.

Questa chiesa, come la quasi totalità degli edifici religiosi della nostra città, e non solo, risale ai primi del 900 (nella fattispecie il 1933) e proprio come le altre chiese, conserva al suo interno tracce preziosissime del nostro passato cittadino.

A cominciare dal nome Ottimati, denominazione comune della chiesa che è però dedicata a S. Maria Annunziata. Chi erano quindi questi OTTIMATI?

La denominazione deriva da Optimates, il ceto nobile che aveva diritto all’ingresso dell’antica congrega, appunto degli Ottimati.

La chiesa, originariamente edificata poco distante dall’odierno sito, era un antico edificio religioso bizantino, sul quale i Normanni, successivamente edificarono una chiesa, che dedicarono a San Gregorio Magno, che inglobò il precedente edificio.

La chiesa è dalla metà del ‘500 con fasi alterne, strettamente connessa con l’ordine dei Gesuiti ancora oggi presenti in quell’edificio sacro.

Le tracce del nostro passato rapiscono lo sguardo, dall’altare con il suo bel dipinto di fine ‘500 che raffigura l’Annunciazione, agli stemmi gentilizi presenti, al dipinto ottocentesco dove viene rappresentata la Vergine nell’atto di dettare la Regola al fondatore dei Gesuiti Sant’Ignazio di Loyola.

In ultimo la vera meraviglia costituita dall’antichissimo pavimento musivo, un’autentica gioia per gli occhi.

La chiesa nel tempo ha scontato una specie di inaccessibilità legata ad orari di apertura molto rigidi, ma di recente grazie alle attività del progetto “Chiese Aperte” voluto dall’ass. DIDART, gli Ottimati, hanno aumentato la loro capacità attrattiva. E’ di qualche giorno fa, la notizia che DIDART, continuerà nelle aperture del sabato anche per il periodo invernale (primo e terzo sabato del mese dalle 10 alle 12.30).

In città il fermento continua…

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Brancaleone, tra storia e natura

Continuiamo il nostro gemellaggio con gli amici dell’associazione “La voce del sud”.

Anche questa settimana pubblichiamo un pezzo comparso nell’ultimo numero dell’omonimo periodico dell’area grecanica. Restiamo fermamente convinti che i rapporti stabili, nati sulla rete della collaborazione, siano un elemento fondamentale per la nostra terra… peraltro, questa settimana ci occupiamo di Brancaleone, dove da anni operano gli amici della Pro Loco e di Kalabria Experience… Buona lettura.

Le origini di Brancaleone si perdono nelle nebbie della storia, affondano le proprie radici in un passato antichissimo, fatto di monaci che dal VI al X d. C. hanno abitato questi luoghi isolati ed inaccessibili facendone luogo di meditazione e di crescita spirituale.

Come dare torto a questi antichi monaci? Ancora oggi, su questa rupe a 300 metri sul livello del mare,  da Brancaleone “Vetus”, è possibile godere un panorama che ristora occhi e spirito.

Il primo nome di questo luogo pare derivare dagli alloggi molto spartani di questi monaci che abitavo alcune cavità rupestri nell’attuale sito di Brancaleone denominato appunto Sperlinga, dal greco Spèlugx, ovvero caverna.

Sono documentabili peraltro alcuni depositi alimentari, dei veri e propri silos ipogei necessari per la sopravvivenza dell’antico insediamento.

Nel XIV° sec. l’insediamento venne fortificato con la costruzione di un castello di proprietà dei Ruffo di Sinopoli che mantennero il possesso per circa quattro generazioni.

Sulle origini del nome attuale invece non vi è certezza ma tante suggestive ipotesi, una prima scuola di pensiero lo vorrebbe far discendere dall’antico nome Motta Leonis, secondo altri invece il nome attuale pare si riferisca al latino “branca” in riferimento alla forma di zampa di leone.

Un’altra teoria individuerebbe l’origine del nome come prestigioso riconoscimento di un miles in quanto le fonti accertano che abbia operato a queste latitudini un tal Andrea Brancaleone.

In ultimo, il nome potrebbe derivare dal nome dalla pianta “boccaleone”, visto che il borgo in alcuni autori viene denominato proprio Boccalionem.

Aldilà delle tante suggestioni sul nome del borgo, furono molte, nei secoli le famiglie nobili che governarono questo territorio che sul finire del ‘400 gli aragonesi vollero ulteriormente fortificare.

Dopo i Ruffo, sotto i quali nell’ultimo periodo il territorio patì una forte crisi economica, il feudo passò agli Ayerbo d’Aragona e successivamente nella seconda metà del ‘500 agli Spatafora e successivamente ai Carafa fino al 1806, in un susseguirsi di vendite facilmente documentabili della quale risparmio i singoli interessantissimi passaggi dai quali ad esempio apprendiamo che qualche anno dopo il 1571 il conte Alfonso de Ayerbo, vende per 30.000 ducati il possedimento di Brancaleone alla nobile messinese Donna Eleonora Spadafora, consorte di  Federico Stayti, che a causa della morte del figlio Andrea, concede poi il possesso di quel territorio al nipote Federico.

Il terremoto del 1783 provoco’ gravi danni per piu’ di venticinquemila ducati, ma fortunatamente non si registrarono vittime

Nel 1799, Brancaleone, per disposizione del generale francese Chianpinnet, venne incluso nel cantone di Bova e nel1806, un provvedimento normativo francese, lo dichiarava Universita’ nel cosiddetto governo di Bianco e distretto di Gerace. Fu infine riconosciuto comune nel 1811.

Il borgo poi venne ulteriormente danneggiato dai terremoti del 1905 e 1908.

Durante il ventennio fascista poi fu la destinazione del confino disposto dal governo fascista nei riguardi del poeta Cesare Pavese.

E’ difficile riassumere in poche righe le tante pagine di storia di questo antico e nobilissimo abitato, che oggi aspira con l’intervento meritorio di tantissimi volenterosi, di raccontarsi e di raccontare la propria storia unica ed allo stesso tempo comune di quell’angolo di Calabria sospeso tra mare e cielo.

 

Una storia che viene da lontano…

La storia dei Cappuccini all’Eremo è una storia molto antica e da sempre collegata alla venerazione dell’effige della Madonna della Consolazione.

I Cappuccini arrivarono all’Eremo nel 1533 trasferendosi dalla Valletuccio, invitati dall’arcivescovo del tempo Girolamo Centelles, e si insediarono su di un terreno che venne donato da un nobile, tale Giovan Bernardo Mileto.

Nel fondo, in cui i Cappuccini fecero sorgere la loro comunità, insisteva una cappella, con una riproduzione della Madonna della Consolazione di piccole dimensioni.

Nel 1547 per la costruzione di una chiesa, che rispondesse alle mutate esigenze di un culto che si rafforzava, al quale seguì inevitabilmente la crescita della comunità dei Cappuccini, il nobile Camillo Diano commissionò  al pittore Nicolò Andrea Capriolo una nuova raffigurazione della Vergine.

La nuova opera, quella a noi pervenuta, si arricchisce di due figure oltre alla Madonna con Bambino, si sommarono infatti San Francesco e Sant’Antonio, nei quali si ipotizza che l’artista abbia rappresentato i due nobili benefattori, Diano e Mileto.

Lo stretto legame però tra la cittadinanza reggina e la sua Patrona inizia nel decennio che va dal 1567 al 1577.
Sono proprio i Cappuccini ad occuparsi degli appestati ed è proprio ad un frate, Antonio Tripodi, che si trovava in preghiera davanti al quadro, che la Vergine preannunciò la fine della pestilenza.

Successivamente verrà avvertito il governatore, e si disporrà una processione popolare verso l’Eremo.

Nelle successive pestilenze del 1636 e 1656 il legame con l’Avvocata del popolo reggino crebbe e si consolidò ulteriormente.

Quel legame, che ancora oggi si avverte, resta uno dei pochi barlumi di unità, in una città perennemente divisa, che in occasione delle feste settembrine riesce a trovare momenti di convivenza.

E’ questo, che il passato, la storia comune di una città, di una comunità, dovrebbe permettere.

Riuscire a riabbracciare quello che siamo stati, conoscerlo, permette di individuare tratti comuni ed anche diversi ovviamente, che non necessariamente sfocino nel sacro, ma che inevitabilmente ci parlano di noi, di quei bagliori di storia comune che fa di Reggio una comunità.

14225593_10210515066901988_1323122458757629084_n