L’ Antiquarium Leucopetra di Lazzaro

antiquarium lazzaro1
Lucerna (ph Massimo Collini)

Tra le tante attrazioni che l’area di Motta San Giovanni – Lazzaro presenta, sicuramente l’Antiquarium Leucopetra rappresenta il giusto punto di partenza dal quale poi prendere le mosse per la scoperta di un territorio già importantissimo in antico per la sua posizione geografica e per le sue produzioni artigianali.

Così ad esempio Strabone nel suo De Geografia: “Chi naviga da Rhegion verso levante per una distanza di 50 stadi, trova quel promontorio che dal colore chiamano Leucopetra, col quale, dicono, finiscono gli Appennini”.

Leucopetra poi fu meta anche di una delle figure più importanti ed interessanti della storia romana, Cicerone, che intorno al 43 a.C. proprio nel territorio dell’odierna Lazzaro soggiornò presso l’amico Publio Valerio.

L’Antiquarium prospicente alla piazza della chiesa principale di Lazzaro è uno scrigno che conserva le tante pagine di storia che quel territorio da secoli esprime. I reperti più significativi provengono principalmente dal vicinissimo sito archeologico che, diciamocelo francamente, meriterebbe migliore fortuna visto che ormai da troppo tempo attende una fruibilità al pubblico che per motivi di sicurezza tarda ad arrivare.

Sono tanti i pezzi della collezione che colpiscono l’attenzione dei visitatori come i frammenti di sarcofago o le tracce di cultura ebraica o il piccolo tesoretto composto da 11 monete d’oro del V d.C. seppellite dal proprietario che poi molto probabilmente non ebbe modo di recuperarle (oggi il tesoretto anche se riportato nelle tabelle illustrative non è però visibile direttamente).

Tra questi reperti poi come non citare le “ghiande missili” piccoli proiettili da lancio che le legioni romane utilizzavano per scagliarle contro i nemici. Quelle esposte appartenevano alla X LEGIO FRETENSIS la decima legione dello Stretto voluta da Augusto per contrastare Sesto Pompeo proprio nell’area dello Stretto.

ghiande missili lazzaro
Ghiande missili

E’ facile intuire come siano tante le storie che l’Antiquarium di Lazzaro può raccontare, e consigliamo sempre di contattare la locale Pro Loco sempre attiva nel divulgare un territorio ricchissimo tramite i vari canali social e poi ovviamente indossare occhi curiosi.

 

 

Annunci

A Bagnara dove l’ Aspromonte precipita nel Tirreno

chiesa carmelo bagnara

Bagnara è un borgo normanno in terra greca, possiamo definirlo così questo splendido centro affacciato sul mar tirrenno.

Nonostante si ipotizzino origini molto più remote le prime attestazioni storiche risalgono all’ XI secolo d.C. quando sotto i normanni l’area divenne prima prima uno snodo logistico e poi vide la fondazione, nel 1085 dell’abbazia di Santa Maria e dei XII apostoli nell’area della rupe “Martorano”.

Proprio in questo periodo il centro acquisisce importanza strategica per la sua collocazione geografica e per questo i normanni decisero di migliorarne le difese.

Nel secolo successivo Bagnara incrocia il suo destino con Riccardo d’Inghilterra che coinvolto nella III’ Crociata sbarcò in Sicilia per risolvere una disputa ereditaria nella quale era coinvolta la sorella Giovanna vedova di Guglielmo II.  Per far pressione e riottenere la dote della sorella da Tancredi, Riccardo, prese la città di Bagnara nell’ottobre del 1190. Alla fine Riccardo ottenne quanto richiedeva e potè ripartire per la Terra Santa.

Molto importanti per la storia del centro affacciato sulla Costa Viola furono anche le confraternite religiose. Ad esempio la seicentesca “Nobile Arciconfraternita di Maria SS. Del monte Carmelo” della quale oggi a Bagnara è visitabile un piccolo museo annesso allo splendido edificio di culto realizzato agli inizi dell’800, dopo che il precedente venne distrutto dal devastante terremoto del 1783.

Oggi il borgo ha tanto da offrire, qui è semplice mescolare le attrattive che singolarmente si possono trovare in moltissimi centri ma che qui trovano quasi una sintesi perfetta. Il mare certo presenta la vocazione fondamentale ma non bisogna trascurare l’incredibile ricchezza della parte interna, raggiungibile rapidamente e dalla quale si dipanano percorsi Trekking che tolgono il fiato.

Un borgo però che forse più di altri richiede la fruibilità dei suoi luoghi identitari. Con un semplice percorso a piedi sono facilmente raggiungibili tutte le attrattive di questo centro che digrada rapidamente verso il mare, ma spesso raggiunti questi luoghi ci si può solo fermare ad ammirare gli incredibili esterni come quelli di Villa de Leo o del vicino Castello Ruffo che offrono comunque uno spettacolo incantevole a picco sul mare ma che magari meriterebbero migliori fortune.

Un centro questo che sa affascinare con le sue bellezze e la sua storia da raccontare, da assaporare piano, magari riflettendo sul suo lunghissimo lungomare che offre uno dei tramonti più belli della provincia Reggina e che nel periodo estivo acquisisce una vivacità che pochi altri centri limitrofi possono vantare.

Un borgo marino dove l’Aspromonte precipita nel Tirreno, una bellezza ancestrale, prorompente, un contrasto forte che rapisce il pensiero, un concentrato che necessariamente merita migliori fortune.

(l’articolo è stato anche pubblicato nella rubrica Ecoturismo e Beni Culturali del periodico La voce del Sud)

fontana monumentale

 

I Bronzi che uniscono lo Stretto di Scilla e Cariddi

il volto ed i dettagli del bronzo a
I dettagli del volto del Bronzo A

Un convegno quello che si è svolto tra il 25 ed il 26 di ottobre che fa ben sperare su più fronti come quelli delle sinergie proposte, degli argomenti trattati e degli spunti di riflessione lasciati sul tavolo del confronto.

Il tema dell’appuntamento è stato “I Bronzi di Riace e la Bronzistica di V secolo a.C:”, ed è stato promosso in sinergia dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria ed Il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne (Dicam) dell’Universita di Messina. Il convegno deve però rappresentare un punto di partenza verso l’affermazione di un’area culturale integrata di respiro sempre più internazionale per i temi oggetto dell’appuntamento.

La due giorni ha annoverato nel comitato organizzatore i prof. Elena Caliri, Daniele Castrizio, Mariangela Puglisi, Elena Santagati e Ivana Vacirca e nel comitato scientifico Gioacchino Francesco La Torre, Daniele Castrizio, Elena Caliri, Mariangela Puglisi, Lorenzo Campagna, Fabrizo Mollo, Caterina Ingoglia, Grazia Vera Spagnolo e Elena Santagati.

La prima parte del simposio si è svolta nella casa dei Bronzi di Riace, il Museo di Reggio dove i relatori hanno affrontato il tema dell’inquadramento storico e archeologico dando ampio spazio all’analisi delle fonti come il “Catalogo delle statue di Taziano” ed un approfondimento sul grande Bronzista Pitagora di Reggio di cui Plinio ci narra la cura maniacale nei dettagli nella realizzazione delle opere. Successivamente si è passati all’esposizione di alcune tesi ricostruttive e alla possibile identificazione delle due statue che da troppo tempo vivono un approccio spesso limitato alla bellezza intrinseca dell’opera senza mai superare il primo impatto per cercare delle risposte agli interrogativi che gli studiosi da tempo si pongono.

In conclusione della prima giornata di lavori una “tavola rotonda” dal tema “Comunicare i Bronzi di Riace nell’era dei Social, la percezione attraverso i media vecchi e nuovi” che ha permesso di fare un po’ il punto dello stato dell’arte e dove sul tavolo del confronto è stato posto l’accento anche sulle varie problematiche dei trasporti per giungere fino al Museo reggino.

La seconda parte del convegno che ha avuto come sede l’aula magna del Dicam dell’Ateneo Messinese ha sviscerato temi come la tecnica, il restauro e l’archeometria.

Tantissimi i qualificati relatori che hanno partecipato anche a questa seconda parte del convegno ma fra tutti mi piace citare i professori Matsumoto dell’Università di Belle Arti di Musashino e Hada dell’Università Internazionale Cristiana di Tokyo che hanno esposto i loro monumentali studi sulle tecniche di costruzione dei Bronzi di Riace.

Tanti gli spunti offerti durante le varie esposizioni, dalle motivazioni delle patine diverse dei due Bronzi, allo studio delle terre di fusione che escludono l’origine fuori dalla Grecia delle due statue, con una buona possibilità di individuare l’Argolide come luogo d’origine.

Per quanto riguarda il rame utilizzato nella lega per la creazione del bronzo, proviene da luoghi diversi del Mediterraneo e per il Bronzo A è da inquadrare nell’area Occidentale del Mare Nostrum e per il Bronzo B l’origine è Cipriota.

Come si diceva in apertuta, tanti gli elementi che fanno ben sperare e che sono figli di quella due giorni, come la sempre più solida collaborazione tra il Museo di Reggio e l’Università di Messina che vanno ad irrobustire quel ponte culturale nell’area dello Stretto e poi il MArRC che diventa luogo deputato quasi naturalmente per lo studio dei due capolavori da Riace.

Adesso però la sfida è quella della pubblicazione degli atti del convegno, che sarà curata dal direttore del Museo, Carmelo Malacrino e dal Prof. Daniele Castrizio, veri motori dell’iniziativa e che dovrà divenire elemento imprescindibile per l’approfondimento scientifico e non, legato ai Bronzi di Riace al fine di dare qualche risposta con dati scientifici alle domande su questi due capolavori ed andare oltre quell’approccio basato sul mistero ed il canone di bellezza, che per troppo tempo ha accompagnato i due Bronzi.

Domenico Guarna

 

Il Duomo ed i suoi “ricordi di pietra”

Duomo Reggio Calabria

Spesso accade che la Cattedrale di una città ne diventi simbolo, ma il Duomo di Reggio oltre a divenirne simbolo ne ha seguito per secoli le vicende storiche, venendo fondato in questa parte di città in contrapposizione alla Cattolica dei greci che insisteva nei pressi della banca sopra l’odiera Piazza Italia.  Successivamente i suoi splendori barocchi (di cui ne resta eccellente testimonianza nella Cappella del Sacramento)  furono danneggiati dai terremoti e  proprio la scalinata dell’edificio sacro fu teatro degli scontri Garibaldini. Testimonianza invece di alcuni rifacimenti vengono ricordati nella lapide del 1682 di cui poco più giù parleremo.

L’edificio moderno segue quel filo rosso che collega quasi tutte le chiese della nostra città realizzate nell’ultima ricostruzione, (eccezion fatta per la chiesa “Pepe”, la “Graziella” a Sbarre e Sant’Antonio ad Archi che sono molto più antiche)  quella a seguito del catastrofico terremoto del 1908, e cioè dentro un edifico novecentesco sono sempre custodite tracce di un passato molto più antico.

Questa volta ci soffermeremo su testimonianze scritte, delle lapidi, che provengono da periodi molto diversi, anzi le prime due furono realizzate in un tempo a noi molto prossimo metre la terza come già detto è databile al 1682.

Ma andiamo con ordine e partiamo da queste prime due lapidi collocate tra le porte d’ingresso della Cattedrale:

I due manufatti sono databili al 1978 e 1980 riferibili quindi all’opera di pastore della diocesi del vescovo Aurelio Sorrentino e furono volute su impulso di quest’ultimo da due papi differenti. La prima da Paolo VI che innalza a Basilica Minore la Cattedrale dei Reggini riconoscendole la sua importanza storica, per le memorie custodite e per l’opera pastorale che viene svolta.

La seconda lapide invece, voluta da Papa Giovanni Paolo II, rimanda all’origine del cristianesimo sulla sponda calabra dello Stretto con la venuta di San Paolo nel 58 d.C. e la nomina di Stefano da Nicea primo vescovo dei reggini, che vengono con autorità papale nominati rispettivamente patrono principale e patrono secondario della diocesi.

La terza lapide invece ha un passato molto più antico con una piccola appendice nell’ultimo secolo di storia reggina:

Lapide del 1682 del Duomo di Reggio Calabria

La lapide che testimonia l’importanza della sede vescovile reggina ricorda l’opera di risistemazione dell’edificio di culto voluta dal vescovo spagnolo Martino Ybanez di Villanueva e recita così (la traduzione proviene dal sito ufficiale della cattedrale www.cattedralereggiocalabria.it)

“ A Dio Ottimo Massimo. All’ Alma Vergine Madre Assunta al Cielo (intitolata) la Chiesa Reggina, Metropoli della Magna Grecia di un tempo, madre e capo di province, fondata nell’anno 58 dall’Apostolo Paolo, affidata al suo discepolo il martire Stefano, 1° Vescovo dei Reggini.
Per la cura dei beni spirituali l’Arcivescovo reggino della Calabria Ulteriore e Metropolita della stessa, Archimandrita di Ioppolo, Abate di S. Dionigi, è a capo di dieci Chiese Cattedrali, i cui Vescovi sono suffraganei, quello di Bova, di Cassano, di Catanzaro, di Crotone, di Gerace, di Nicastro, di Nicotera, di Oppido, di Squillace, di Tropea;
per la cura dei beni temporali, è alla presentazione del Re cattolico e Consigliere della regia Maestà, Conte della città di Bova e della campagna di Africo, Barone di Oppido di Castellace con giurisdizione di pura e mista sovranità, per concessione data dall’imperatore Enrico VI nell’anno 1199 e confermata da Federico II nell’anno 1223.
Martino Ybanez di Villanueva, spagnolo dell’Ordine della SS. Trinità, avvocato e qualificatore della Santa e Generale Inquisizione Spagnola, dottore e primo cattedratico della Scuola complutense di Sacra Teologia, dall’Episcopato di Gaeta Arcivescovo di Reggio, con la misericordia di Dio restaurò all’interno e all’esterno e riportò allo stato presente tutta questa  spagnolo dell’Ordine della SS. Trinità, avvocato e qualificatore della Santa e Generale Inquisizione Spagnola, dottore e primo cattedratico della Scuola complutense di Sacra Teologia, dall’Episcopato di Gaeta Arcivescovo di Reggio, con la misericordia di Dio restaurò all’interno e all’esterno e riportò allo stato presente tutta questa Chiesa, deforme e quasi crollata per la vetustà. Nell’anno del Signore 1682.”

La stele, come ricordato nell’iscrizione novecentesca in basso,  era collocata sul fronte del vecchio Duomo e subì dei danni (com’è facile vedere dalla foto) durante il terremoto del 1908 e venne poi ricomposta e collocata all’interno del Duomo moderno dal vescovo di Reggio Enrico Montalbetti nel 1939.

Reggio ed i suoi monumenti aspettano solo di essere scoperti e raccontati. Per farlo bisogna munirsi di occhi curiosi con approcci lenti perchè talvolta anche dei marmi ci raccontano storie vecchie di secoli o addirittura di millenni.

“Quattru petri”… o forse no.

Spesso ci diciamo che la bellezza è nascosta in piena vista, troppo spesso presi da ritmi di vita frenatici e per poca curiosità diamo quasi per scontati e per poco interessanti testimonianze che ci parlano di glorie passate e di pagine di storia cittadina che ogni reggino dovrebbe conoscere almeno per sommi capi, così tanto per evitare i soliti tormentoni triti e ritriti antistorici ed autolesionistici tipo “Riggiu non vindiu mai ranu” o il tombale “non c’è nenti”

Ad esempio, così tanto per citar qualche bellezza in luoghi conosciuti a tutti come lo splendido Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria potremmo fare pochi passi dal Museo Archeologico della Magna Grecia per andare a scoprire una delle tombe rinvenute durante i lavori di scavo per la realizzazione dello stesso Museo. La tomba, alle spalle di una nota gelateria, è sorella di quelle ancora oggi visibili nel piano interrato del Museo rimaste intatte e inalterate rispetto alla loro condizione originaria.

Ma continuiamo sempre sullo stesso asse viario, il Lungomare reggino, che dovrebbe necessariamente divenire un vero giardino privo di strutture ingombranti che andrebbero ripensate e ricollocate in altra sede per lasciare finalmente spazio ai monumentali Ficus Magnolia e permettere a quest’ ultimi di trovare con le loro radici quella terra che da troppo tempo non riescono a raggiungere e che nonostante i ripetuti avvertimenti (leggi caduta rami) noi continuiamo a circoscrivere in angusti spazzi non più sufficienti.

Attraversato quindi questo lungo viale sospeso sull’azzurro intenso dello Stretto arriviamo nella prima area Archeologica che arricchisce questa passeggiata, le mura greche della città.

Il sito, che meriterebbe maggiore visibilità e comunicazione, ci parla di un passato glorioso ed importante.  La teoria più accreditata vuole l’edificazione delle mura intorno al IV sec. a.C. quando la città dopo la caduta per mano del tiranno Dionisio di Siracusa venne ripoliticizzata e riorganizzata dal figlio Dionisio il Giovane dal 356 a.C in poi.

Il sito presenta oggi solo la zoccolatura in arenaria con una doppia cortina di pietre parallele che lasciva un spazio interno, un tempo riempito per dare solidità con terra e pietrisco, su questa base poi si ergeva  il muro in mattoni cotti che presentavano i bolli che certificavano talvolta il nome del produttore ed in alcuni casi la destinazione del mattone stesso con su stampigliato “delle mura”, “dei reggini”.

Volendo ci si potrebbe anche fermare qui, e spesso questa scelta è forzata visto che si attende un’apertura sistematica di questo sito magari mettendolo anche a profitto di chi lo gestisce, ma c’è una nota positiva, visto che il sito finalmente può godere di una pulizia più ravvicinata nel tempo e comunque se realmente non ci si vuole fermare qui, basta procede ancora per pochi passi verso la stazione centrale di Reggio per gettare lo sguardo sul sito archeologico delle Terme Romane con i suoi ambienti ed il suo mosaico pavimentale.

Abbiamo fatto poco più di un chilometro eppure di cose ne abbiamo viste ed immaginate e ci siamo fermati solo a panorama, alberi e storia, senza neanche fare soste nei vari chioschi a gustare le specialità enogastronomiche del nostro territorio eppure la cappa dell’occasione mancata dell’incompiuta spesso dopo un po’ ci assale.

Forse perché troppo spesso a quei tormentoni iniziali noi reggini ne aggiungiamo uno ancora più pesante che come piombo appesantisce il volo di questa Città. Diciamocelo pure, per molti di noi quelle sono solo “quattro pietre” anzi “quattru petri” perché forse non riusciamo a comprenderci, non riusciamo a capire che presentarci in modo così “Tafazziano” è solo autolesionistico, è come se un venditore di petrolio durante la trattativa desse fuoco ai barili per impressionare l’acquirente.

Forse prima di proporci dovremmo realmente capire chi siamo ed accompagnare questo con il contorno fatto di divertimento e tanto altro ancora, prendendo spunto ancora una volta dalla cucina dove il piatto forte non è mai stato il contorno.

 

Tra i reperti del MArRC anche Iside e Serapide

Spesso ci diciamo che il Museo di Reggio non è solo Bronzi di Riace (e fortunatamente è proprio così) e forse troppo spesso affascianti da reperti esteticamente più facilmente leggibili tralasciamo una parte del percorso espositivo del livello D del MArRC, quello riservato alle epigrafi che custodiscono, se osservate con la giusta curiosità, pagine di storia cittadina e mediterranea di rilevante importanza.

Proprio vicino ad epigrafi sepocrali di un comandante della flotta romana e a quella di un liberto (schiavo liberato) legato alla famiglia imperiale probabilmente in città al seguito di Giulia figlia di Augusto, troviamo un blocco tozzo a forma di parallelepipedo che riporta la seguente iscrizione:

ISI ET SERAPI SACRUM Q(uintus) FABIUS TITIANI LIB(ertus) INGENUUS SEVIR AUGUSTALIS FAB(ia) CANDIDA SACRORUM S(ua) P(ecunia).

CONSACRATO A ISIDE E SERAPIDE DA QUINTO FABIO INGENUO LIBERTO DI TIZIANO, SEVIRO AUGUSTALE E DA FABIA CANDIDA DEVOTA (o consacrata) AD ISIDE. A PROPRIE SPESE

(interpretazione e traduzione sono riprese così come riportate nella didascalia museale).

Quest’architrave di età imperiale potrebbe sembrare uno dei tanti reperti del nostro passato, ma questo straordinario blocco ci testimonia l’apertura religiosa verso culti provenienti dall’oriente ed in questo caso dall’Egitto Tolemaico.

Iside e Serapide non sono divinità appartenenti all’originale Pantheon romano ma iniziano un lungo viaggio che dall’Egitto probabilmente tramite Alessandria fece tappa in città meridionali come Regium, nel II sec. a.C. li troviamo a Pompei e progressivamente conquistarono Roma.

Si tratta di culti popolari e popolani che il senato vietò inutilmente più volte e ne fece radere al suolo i templi nel 58, 53, 50 e 48 ma i fedeli costantemente li riedificarono.

Successivamente a Roma però a queste divinità vennero eretti templi, nel Campo Marzio a Iside sotto Caligola e più tardi nell’area del Quirinale a Serapide sotto Caracalla.

Come abbiamo visto queste divinità hanno affrontato un viaggio lungo che le ha portate da oriente al cuore dell’impero. Iside si è progressivamente trasformata da divinità egiziana a divinità ellenistica/romana. Serapide invece è una creazione dei Tolomei che fonde in un’unica divinità le caratteristiche di Osiride, Zeus e Plutone.

Ancora una volta i frammenti custoditi al Museo di Reggio pongono la città nel cuore degli scambi e delle culture mediterranee a rimarcare nuovamente una propensione mediterranea che oggi abbiamo un po’ perso e che deve necessariamente essere riscoperta.

 

 

 

Pietrapennata

Questa settimana per #PilloleDiStoria ospitiamo un articolo di Carmine Verduci che ci racconta di Pietrapennata e della Madonna della Lica.

Buona lettura…

Pietrapennata è un piccolo borgo semiabbandonato che appartiene al comune di Palizzi in provincia di Reggio Calabria svettante a 670 metri sul livello del mare ai piedi del Monte Gallo. Le sue origini sono antiche, come del resto la maggior parte dei borghi del nostro entroterra, basti pensare che i primi abitanti furono probabilmente degli individui provenienti da Malta, come appunto testimoniano ricerche e idiomi ancora oggi in uso presso la popolazione locale dove gli abitanti di Pietrapennata vengono ancora chiamati “martisi”.

Il borgo non ha una struttura urbana di tipo classico medievale con castello e fortificazioni, ma nasce e si sviluppa come insediamento rurale che anticamente aveva generato dei profondi contrasti con la vicina Palizzi (oggi più comunemente chiamata Palizzi Superiore). Tra gli abitanti dei due paesi infatti vi erano profonde divergenze dovute alle diverse culture. Pietrapennata è unito alla stessa sorte di Palizzi Superiore nel lento e inesorabile spopolamento dovuto all’emigrazione che sta svuotando non pochi centri storici dell’entroterra Calabrese.

Giungendo al vecchio borgo di Pietrapennata si intravedono i ruderi delle antiche abitazioni dove nella parte bassa del borgo si vedono ancora qua e là le mura di case costruite con pietra locale, il “marmo brecciato di Palizzi”

A far da cornice a questo borgo è sicuramente la “rocca di Sant’Ippolito” come una “piuma di pietra” che deve aver affascinato molto anche Edward Lear che trovandosi a passare da queste parti scrive nel suo “Diario di un viaggio a piedi” nell’  anno 1847:

“Oh, boschi rari di Pietrapennata! Io non ricordo di aver visto un più bel posto di quello della «roccia alata», nominata appropriatamente «piumata» com’è sin dalla base alla cima.”

Probabilmente è a questo elemento naturale che il borgo deve il nome. Altra ipotesi è quella che suggeriscono gli anziani che ritengono che il nome deriverebbe dal termine in dialetto “pinnata” che significa “capanna” e appunto “pietra della capanna”. Quel che emerge da ricerche storico-archeologiche, è che nei pressi di Palizzi sorgeva un monastero, e che questo avesse a che fare con il Santuario della Madonna della Lica o dell’Alica (a circa 2km di distanza da Pietrapennata).  Questa teoria vuole che il monastero di Sant’Ippolito abbia successivamente dedicato alla Vergine della Lica, una statua in marmo di Alabastro di scuola Gaginiana, che oggi è possibile ammirare nella chiesa dello Spirito Santo nel centro storico di Pietrapennata.

La statua a mezzobusto della Madonna pare sia arrivata sin qui dalla Sicilia e sbarcata miracolosamente nella marina di Palizzi all’alba della battaglia di Lepanto in occasione della quale i cristiani fermarono definitivamente l’avanzata Musulmana in occidente. Grazie alle ricerche storiche, possiamo certamente dire che la chiesa della Lica in effetti non fosse altro che una Grangia dello stesso monastero di Sant’Ippolito che cambiò il titolo in occasione dell’evento storico di Lepanto e dell’arrivo di questa statua.

Cronache storiche ci narrano anche della festa della Madonna che ogni anno aveva luogo l’8 Maggio, con una grande fiera che i monaci organizzavano nella vallata antistante la chiesa. Un evento di forte richiamo per le genti del territorio, che per fede e per necessità si recavano in carovana in questa valle che un tempo era coltivata, come ci dimostrano i muretti a secco che oggi cadenti e quasi scomparsi, ci danno la prova certa di ciò che questo luogo è stato nei secoli addietro.

I ruderi dell’ antica abbazia della Madonna della Lica sono ancora meta di appassionati ed escursionisti. Oggi questo luogo vede centinaia di gruppi che scelgono di giungere sin qui per ammirare ciò che resta di quello che le cronache indicano come santuario. Sull’etimologia del nome Madonna della Lica o dell’Alica, alcune ipotesi dettate dal grande ricercatore e storico Domenico Minuto, asseriscono che i termini “Alica e Alicia” si trovavano già nel XVII° secolo e sembrano avvalorare la certezza che in quell’epoca nella bovesìa il significato della parola volgare “lega o Liga” era meno nota dell’attuale termine greco “Alithia” termine che ancora oggi è comune nell’area Ellenofona anche nelle varianti di Alìsia e Alìa che significa appunto “la verità”.

Chiunque giunge a Pietrapennata sicuramente si troverà di fronte un piccolo paesino ancora caratterizzato da piccole case umili in pietra locale, talvolta incastonate tra le rocce.

Colpisce la visione dello scenario intorno a questo posto, le case abbandonate, il silenzio, il vento, la rocca di Sant’Ippolito che maestosa e sinistra sembra imporsi in questo contesto, macchiato dalla modernità dei ripetitori piantati come alberi sulla cima di Punta Gallo. Qui il silenzio a volte è sconvolgente, ti lascia quasi l’amaro in bocca quando te ne vai. Sicuramente giungere a Pietrapennata non è qualcosa di adatto per chi ama la frenesia turistica di altri centri calabresi che rientrano tra le eccellenze turistiche del territorio. Giungere a Pietrapennata significa fare un salto nel passato, constatando che l’abbandono di questo borgo sta determinando la lenta morte di un Aspromonte che ancora cela dei tesori incompresi, delle perle che difficilmente le masse potranno cogliere se non motivate da una forte necessità di comprendere la Calabria quella della gente, quella della resistenza. Troppo spesso invece questa terra ha generato lente distruzioni di popoli e di storia che altrove avrebbero trovato senz’altro un motivo per resistere e rinascere.

 

Carmine Verduci

 

 

L’Arco dei Carafa a Bruzzano

Questi brandelli di antichi muri, queste grotte scavate nella nuda roccia, sono sopravvissuti ai terremoti e all’incuria, (spesso anche alla scarsa considerazione dei luoghi che ad esempio ha portato al riutilizzo della grotta come stalla) e ci parlano di un passato importante per quest’area, l’Arco dei Carafa è l’esempio più importante.

L’opera fu costruito nel XVII secolo e dedicato alla famiglia dei Carafa, principi di Roccella e duchi di Bruzzano.

L’orientamento ad est è analogo a quello dell’arco della Porta dei Vescovi di Gerace. L’arco aveva chiaramente funzioni celebrative e non difensive.

L’opera è costruita in mattoni e calce e poi rivestita con un intonaco che successivamente venne dipinto.

L’intento trionfalistico viene ulteriormente esaltato dalle 4 lesene per lato e dagli affreschi ancora oggi chiaramente leggibili (che richiederebbero però intervento protettivo) tra i quali scorgiamo anche lo stemma dei Carafa della Spina. L’architettura è poi sormontata dall’alloggiamento dove un tempo la meridiana indicava l’ora che dato l’orientamento i costruttori vollero doppia, infatti il verso di questo alloggiamento presentava una seconda meridiana che indicava le ore per il pomeriggio.

Oggi l’arco sembra voler sfidare il tempo con la sua maestosità che si staglia ancor più netta tra quelle rovine che si adagiano sulle strade di Bruzzano.

I due “guerrieri” di Riace

E’ il 16 di agosto del 1972 e nel mare antistante il comune di Riace, piccolo centro della costa ionica reggina,Stefano Mariottini, a circa 800 mt dalla costa e ad 8 mt di profondità, vide emergere dal basso fondale, un braccio, ed è così che nasce la storia “moderna” dei due Bronzi di Riace.

Le due meravigliose statue bronzee, vennero recuperate il 21 agosto successivo dai sommozzatori dei carabinieri del Nucleo di Messina, per essere avviate ad una prima pulizia/restauro a Reggio che venne poi successivamente continuato a Firenze.

Sin dai tempi del fortuito ritrovamento la storia delle due statue, è fitta di mistero e punti di domanda che  aumentato il fascino di queste due statue di per se bellissime ed allo stesso tempo misteriose. (Anche se lo studio delle due statue presenta molti punti fermi dai quali parire)

Procediamo con ordine:

  1. Esiste dell’altro nel fondale di Riace?
  2. Chi sono le figure così perfettamente delineate dall’artista che le ha create?
  3. Perché queste due statue si trovavano proprio nel mare di Riace?

 Esiste dell’altro nel fondale di Riace?

Da quel fortunoso agosto del 1972 le voci su eventuali altre statue o oggetti pertinenti ai Bronzi si sono ripetute e susseguite con ritmo costante.

Nel 2007 il “Quotidiano della Calabria” sollevò una serie di interrogativi sul ritrovamento dei Bronzi, ci si interrogò sull’esistenza di eventuali altre statue o altri oggetti come scudi o elmi.

L’inchiesta giornalistica diede il via ad una duplice indagine, che vide come protagonisti il Ministero dei Beni Culturali e la procura di Locri.

Nella tormentata ricostruzione del ritrovamento delle due statue, fu addirittura il tribunale di Roma ad accertare la paternità del ritrovamento al Mariottini.

Secondo alcuni però, le circostanze del ritrovamento, restarono comunque poco limpide (si vedano su tema i tanti spunti di riflessione di Giuseppe Braghò) .

Com’è possibile che due statue di quelle dimensioni siano rimaste per secoli nel fondale di Riace senza essere rinvenute?

La spiegazione più logica sembrerebbe collegata al frequente moto ondoso violento di quel tratto di costa, che avrebbe potuto mantenere coperte per lungo tempo le due statue.

Proprio in quell’anno si registrò a Riace una violenta mareggiata, che probabilmente, scoprendo le due statue, rese possibile il rinvenimento al Mariottini.

Passando alla denuncia che lo stesso Mariottini presentò il 17 agosto 1972 sono almeno due i punti oscuri da analizzare.

  • Perché Mariottini parla di “gruppo di statue”
  • Perché Mariottini si riferisce al c.d. Bronzo B affermando “presenta sul braccio sinistro uno scudo”?

Per quanto riguarda il primo quesito, lo scopritore dei bronzi, interrogato dai carabinieri, affermò che fu il soprintendente Giuseppe Foti a suggerire quelle parole, giustificando il tutto, con la possibile esistenza di altre statue poco distanti da quelle rinvenute.

A conferma, nella stessa relazione, il Mariottini, utilizzerà il termine “due [statue] emergenti”.

Per quel che riguarda il secondo quesito, lo stesso Mariottini, confermerà una sua errata valutazione, dovuta alla presenza di sabbia che pensava coprisse lo scudo.

In conclusione, tra il 2007 ed il 2008, fu realizzata una perlustrazione dei fondali di Riace nella quale nulla venne rinvenuto, congiuntamente, nulla venne rintracciato nelle indagini presso i grandi collezionisti (si può facilmente intuire come questo resti comunque uno sforzo parziale), il che ha portato all’ufficiale conclusione dell’inchiesta.

Chi sono le figure così perfettamente delineate dall’artista che le ha create?

Questa sicuramente è la domanda, che fra tutte, ha di più appassionato curiosi e studiosi, per motivi di brevità ci limiteremo solo ad accennare con qualche accenno, alcune teorie ricostruttive.

Appare necessario superare la tradizionale distinzione tra statua A (foto1) e statua B(foto2) (che qui utilizzeremo per mero fine indicativo) ed attribuire la naturale autorevolezza a queste due statue, simbolo ineguagliato di perfezione artistica di epoca greca.

Pariamo da qualche punto fermo.

Le due statue secondo la maggioranza degli studiosi furono realizzate tra il 470 e il 450 A.C. il

Bronzo A e 20 anni dopo il Bronzo B.

Sono alte 1,98 mt A e 1,97 B, sono costituite di bronzo, realizzate con la tecnica a cera persa, i capezzoli le labbra e le ciglia sono di rame, la sclera degli occhi è di calcite bianca, le iridi in pasta vitrea, il dotto lacrimale di una pietra rosota e fatto unico nella statuaria mondiale, la statua A espone i denti che sono d’argento.

Ripercorriamo adesso, brevemente, senza pretesa di completezza le ipotesi ricostruttive.

  1. Fuchs ipotizza che le due statue appartengono al donario degli Ateniesi a Delfi ed attribuisce la paternità al grande Fidia.

H.P.Isler e P.E.Arias, individuano nelle statue due eroi ateniesi attribuendo le statue a Fidia, il Bronzo A e alla scuola dello stesso Fidia il Bronzo B.

Rolley interpreta le due statue come eroi, forse eponimi attici, opere di artisti ateniesi.

Pribeni sostiene che il Bronzo A sia un eroe (forse Aiace) mentre il Bronzo B una stratega.

Secondo il Di Vita, le due statue furono realizzate per celebrare la vittoria di due oplitodromi .

Per il Dontas le due statue provengono dall’agorà di Atene ed appartenevano al gruppo degli eroi eponimi.

Ridgway riconosce nelle statue due guerrieri di stile classicheggiante eseguiti dalla medesima bottega in epoca ellenistica.

Infine riportiamo due ipotesi che partendo dallo stesso mito, si sistinguono poi per l’attribuzione sull’identità delle due statue.

P.Moreno in una sua monografia partendo da una analisi del mito dei “sette a Tebe”, identifica le due statue come Tideo (Bronzo A) ed Amphiaraos (Bronzo B) attribuendo una paternità diversa ma di primo piano tra gli artisti di epoca greca, cioè per il primo Alkamenes e Hagelades per il secondo.

D.Castrizio, applicando un sitema che permette di incrociare fonti letterarie e archeologiche, partendo dal mito di Edipo, nella versione di Stesicoro e da una attenta analisi dei segni delle due statue, attribuisce l’identità di Eteocle (Bronzo B) e di Polinice (Bronzo A) (sulla base della descrizione della Tebaide di Stazio) e la paternità delle due statue al grande Pythagoras reggino (gruppo descritto  Taziano in Oratio ad grecos) .

Infine il Castrizio ritiene che le due statue, facessero parte di un gruppo statuario più numeroso esposto ad Argo.

Indipendentemente dall’attribuzione di un’identità specifica, appare del tutto evidente, che ci troviamo di fronte a due capolavori unici nel loro genere.

Da un semplice raffronto con altre opere coeve come la statua di Capo Artemision (foto 3) o l’Auriga di Delfi (foto 4),(anche se bisogna precisare che lo stile realizzativo è comunque diverso) ci accorgiamo come l’artista, chiunque esso fosse, realizzò i Bronzi per stupire il mondo.

Non si spiega altrimenti lo studio e la meravigliosa realizzazione di dettagli anatomici (foto5, foto6, foto 7, foto 8) così perfetti, tali da poter indurci a considerare le due statue come veri e propri atlanti dell’anatomia umana.

L’idea del bello, per i greci Kalokagathìa, (letteralmente bellezza/bontà) viene, nei Bronzi, esaltata in dettagli unici al mondo, come nei ricci della barba del Bronzo A ideati singolarmente e poi attaccati alla statua, il meraviglioso realismo dello sguardo, con espressioni diverse delle due statue (foto 9, foto 10), o il dettaglio unico della visione dei denti del Bronzo A (foto11), ed ancora, la dinamicità delle due statue che con la gamba sinistra a riposo, irrigidiscono la muscolatura della gamba destra, il dettaglio della venatura sotto un metallo che pare quasi umano.

Ed infine, un ultimo dettaglio, anch’esso unico nel suo genere, che ci testimonia come la perfezione nello stile utilizzato per la realizzazione delle due statue, andò perduto già qualche tempo dopo.

Infatti, la statua B presenta un restauro in antico, il braccio destro fu completamente rifatto insieme all’avambraccio sinistro, (foto12) intorno al II d. C., ed appare evidente come la qualità del materiale e la capacità di esprimere i dettagli, non siano più quelle utilizzate in precedenza.

Bronzi di Riace 12.JPG
Foto 12

 

Perchè queste due statue si trovavano proprio nel mare di Riace?

Della misteriosa storia dei Bronzi, questo forse è il punto in cui il mistero si infittisce maggiormente.

Di certo si hanno due statue, perfettamente allineate sul fondale ed il contestuale ritrovamento di 28 anelli di piombo.

L’ipotesi più accreditata è che le due statue fossero in viaggio su di una imbarcazione, sorpresa da una tempesta, molto frequenti in quel tratto di mare, e che i marinai per fronteggiare la tempesta, alleggerirono il carico lasciando scivolare in mare le due statue.

Successivamente tagliando l’albero con la vela maestra (questo giustificherebbe il ritrovamento degli anelli di piombo) riuscirono a far salva l’imbarcazione, motivo secondo alcuni null’altro fu trovato nel fondale di Riace.

Ma anche questa ricostruzione presenta degli interrogativi.

Come fecero i marinai in situazione di emergenza a sostenere il peso delle due statue per gettarle in mare? Come fecero le due statue ad arrivare sul fondale perfettamente allineate? Non è più plausibile ipotizzare un naufragio, con le statue perfettamente stivate e ritenere che il tempo ed il mare abbiano fatto sparire i resti dell’imbarcazione?

Torniamo adesso alla storia recente dei Bronzi.

Le due statue nel tempo, oltre alla prima pulizia/restauro negli anni 70 sono state periodicamente sottoposte ad analisi, come dal ’92 al ’95 ed infine dal 2009 al 2011.

In quest’ultima occasione, venne approntata una apposita camera, presso il palazzo del Consiglio Regionale della Calabria, che in quegli anni diventò un laboratorio di restauro che attirò molti curiosi.

In quell’occasione i restauratori Paola Donati e Cosimo Schepis riuscirono, attraverso nuovi strumenti, a raggiungere alcune zone irraggiungibili in precedenza, e ad asportare alcune incrostazioni che continuavano la loro silente opera di deterioramento.

Successivamente, le due statue vennero trattate con una apposita sostanza, che inibì la corrosione delle leghe come il bronzo.

A restauro terminato, i nostri due “eroi”, erano pronti a rientrare presso il museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, dove adesso costituiscono la punta di diamante di una collezione archeologica unica al mondo, che ripercorre la storia millenaria di quest’area del Mediterraneo, dalla preistoria alla Reggio di epoca romana, con l’unicum della sala dei bronzi (foto 13), che ospita altre due opere bronzee di livello assoluto, come la Testa di Basilea e la Testa del Filosofo, entrambi provenienti dal relitto di Porticello.

Bronzi di Riace 13
Foto 13 da http://www.bronziriace.it

Infine l’unicità di Palazzo Piacentini, sede del Museo, restaurato ed ammodernato di recente, che anche nel momento della sua realizzazione rappresentò un unicum, un palazzo costruito con l’obiettivo di ospitare una grande collezione museale, che poggia le sue fondamenta, materialmente, sulla viva storia della città.

Al Museo ancora oggi sono visitabili nelle fondamenta alcune tombe, pertinenti ad una necropoli di epoca ellenistica, rinvenute proprio li, all’epoca dei lavori di costruzione del Museo.

Che dire in conclusione, è chiaro che i due Bronzi di Riace con la loro unicità rappresentano il fiore all’occhiello del Museo, ma la collezione è anche altro, dal Kouros all’archeologia subacquea, dai Dioscuri a tanto altro, che sommati costituiscono un vero e proprio centro di attrazione mondiale.

 

Bibliografia e sitografia

Gli eroi venuti dal mare, AA.VV. Gangemi editore & Frisina Archeolinea, 1990.
I bronzi di riace, Alberto Angela, Rizzoli, 2014.
Guida alla statuaria reggina, Daniele Castrizio, Falzea editore, 2011.
Bronzi di Riace; l’enigma dei due guerrieri, D. Castrizio C. Iaria, Città del sole edizioni, 2016
http://www.bronzidiriace.it

 

sulle ipotesi ricostruttive:

Zu den Grossbronzen von Riace,Fuchs, Boreas IV, 1981.
Die Bronzekriegenvon Riace,Isler, Antike Welt, 1983.
Lettura delle due statue bronzee di riace,Arias,
Lo stile e la datazione, Paribeni, Roma, 1986.
Les Bronzes greces, Rolley, Parigi, 1983.
Due capolavori attici: gli oplitodromi, Di Vita, Roma, 1995
Considerazioni sui due bronzi di Riace, Actes du XII Congrès International d’Archéologie Classique,1988.
The Riace Bronzes: a minority viewpoint, Ridgway, Roma, 1984.
I Bronzi di Riace. Il maestro di Olimpia e i sette a Tebe, Moreno, Milano, 1998

 

Roccella, un borgo antico orientato al futuro

Torna la rubrica Pillole di Storia e lo fa con un articolo già apparso sulle colonne del periodico dell’area grecanica “La Voce del Sud”, a dimostrazione, ancora una volta, che insieme si può…

Da tanti viene considerata come la punta di diamante dell’offerta turistica della costa dei Gelsomini e non solo, forse di buona parte dell’area metropolitana Reggina.

Roccella sa affascinare con la sua aria sospesa tra un passato che fu glorioso e nobilissimo ed un futuro che viene programmato senza quel tipico respiro corto che affanna e fa annaspare proposte di sviluppo.

Già nel X d.C il borgo assumeva la denominazione di Rupella per poi passare ad Arocella per poi acquisire definitivamente il nome di Roccella.

La denominazione di Roccella, appare nel 1270, quando a Gualtieri de Collepietro fu donato da Carlo I d’Angiò il Castello di Roccella di San Vittorio e questa attestazione ci permette anche di acquisire una data almeno di riferimento per la venerazione del Santo Patrono.

Roccella per molto tempo risultò baluardo costiero contro le scorrerie piratesche saracene, visto che molti altri borghi avevano abbandonato la fascia costiera per rifugiarsi nelle aree interne Aspromontane.

Indubbiamente poi il passato di questo affasciante borgo è indissolubilmente legato ad alcune famiglie nobiliari di prima grandezza e cioè i Ruffo e i Carafa.

I primi legarono fortemente i destini familiari a Roccella dal XIV al XV sec. I Ruffo, conti di Catanzaro, entrarono in possesso del feudo nel 1331 con Pietro e lo tennero fino al 1445 dandolo anche come dote nuziale fin quando il marchese di Crotone, Antonio Centelles, marito di Enrichetta Ruffo non venne privato del feudo per essersi ribellato al re Alfonso.

La seconda prestigiosa famiglia, i Carafa, presero il potere nel 1479 con Jacopo che subentrò proprio al Centelles che nel frattempo era stato riabilitato dalla corte spagnola per cadere subito dopo in disgrazia.

I principi Carafa mantennero il potere ininterrottamente fino all’eversione della feudalità del 1806, successivamente Roccella mantenne comunque un ruolo prestigioso, divenendo Capoluogo del circondario.

Questo passato così ricco, non dimentichiamo che già sotto i Ruffo, Roccella fu sede della corte dei principi, lo si vede nelle pregevoli architetture che oggi arricchiscono il borgo, la rocca con il suo imponente castello da poco divenuto fruibile con l’adiacente chiesa di S. Nicola, la cortina difensiva e la torre.

E poi il magnifico borgo sottostante con il convento dei Minimi e la chiesa di San Nicola ex Aleph, le numerose chiese, le piazze con i palazzi che si affacciano e scandiscono un tempo continuo che lega i visitatori del borgo ad un passato ancora presente.

E poi le enigmatiche due colonne testimoni forse di un passato ancora più antico.

Ma come detto, tutte queste pagine di storia sono strettamente collegate ad una visone di futuro che attrae. Roccella con la sua bandiera blu è stata capace negli anni di non sedersi sui traguardi raggiunti ma di programmare con fame il futuro.

La prossima scommessa è quella di ottenere energia elettrica dal moto ondoso con un progetto, Rewec3 che si basa su di una tecnologia sviluppata dalle menti nostrane della facoltà di ingegneria dell’Università mediterranea di Reggio Calabria.

L’istallazione dei cassoni in mare, nell’area del Porto delle Grazie permetterà la realizzazione di un approdo aggiuntivo che consentirà la realizzazione ed il potenziamento dell’Hub turistico di Roccella.

Fondere il passato e la visione di futuro è possibile, Roccella lo testimonia anche alle nostre latitudini.

Roccella, castello
foto del castello di Roccella (dal web)