“Quattru petri”… o forse no.

Spesso ci diciamo che la bellezza è nascosta in piena vista, troppo spesso presi da ritmi di vita frenatici e per poca curiosità diamo quasi per scontati e per poco interessanti testimonianze che ci parlano di glorie passate e di pagine di storia cittadina che ogni reggino dovrebbe conoscere almeno per sommi capi, così tanto per evitare i soliti tormentoni triti e ritriti antistorici ed autolesionistici tipo “Riggiu non vindiu mai ranu” o il tombale “non c’è nenti”

Ad esempio, così tanto per citar qualche bellezza in luoghi conosciuti a tutti come lo splendido Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria potremmo fare pochi passi dal Museo Archeologico della Magna Grecia per andare a scoprire una delle tombe rinvenute durante i lavori di scavo per la realizzazione dello stesso Museo. La tomba, alle spalle di una nota gelateria, è sorella di quelle ancora oggi visibili nel piano interrato del Museo rimaste intatte e inalterate rispetto alla loro condizione originaria.

Ma continuiamo sempre sullo stesso asse viario, il Lungomare reggino, che dovrebbe necessariamente divenire un vero giardino privo di strutture ingombranti che andrebbero ripensate e ricollocate in altra sede per lasciare finalmente spazio ai monumentali Ficus Magnolia e permettere a quest’ ultimi di trovare con le loro radici quella terra che da troppo tempo non riescono a raggiungere e che nonostante i ripetuti avvertimenti (leggi caduta rami) noi continuiamo a circoscrivere in angusti spazzi non più sufficienti.

Attraversato quindi questo lungo viale sospeso sull’azzurro intenso dello Stretto arriviamo nella prima area Archeologica che arricchisce questa passeggiata, le mura greche della città.

Il sito, che meriterebbe maggiore visibilità e comunicazione, ci parla di un passato glorioso ed importante.  La teoria più accreditata vuole l’edificazione delle mura intorno al IV sec. a.C. quando la città dopo la caduta per mano del tiranno Dionisio di Siracusa venne ripoliticizzata e riorganizzata dal figlio Dionisio il Giovane dal 356 a.C in poi.

Il sito presenta oggi solo la zoccolatura in arenaria con una doppia cortina di pietre parallele che lasciva un spazio interno, un tempo riempito per dare solidità con terra e pietrisco, su questa base poi si ergeva  il muro in mattoni cotti che presentavano i bolli che certificavano talvolta il nome del produttore ed in alcuni casi la destinazione del mattone stesso con su stampigliato “delle mura”, “dei reggini”.

Volendo ci si potrebbe anche fermare qui, e spesso questa scelta è forzata visto che si attende un’apertura sistematica di questo sito magari mettendolo anche a profitto di chi lo gestisce, ma c’è una nota positiva, visto che il sito finalmente può godere di una pulizia più ravvicinata nel tempo e comunque se realmente non ci si vuole fermare qui, basta procede ancora per pochi passi verso la stazione centrale di Reggio per gettare lo sguardo sul sito archeologico delle Terme Romane con i suoi ambienti ed il suo mosaico pavimentale.

Abbiamo fatto poco più di un chilometro eppure di cose ne abbiamo viste ed immaginate e ci siamo fermati solo a panorama, alberi e storia, senza neanche fare soste nei vari chioschi a gustare le specialità enogastronomiche del nostro territorio eppure la cappa dell’occasione mancata dell’incompiuta spesso dopo un po’ ci assale.

Forse perché troppo spesso a quei tormentoni iniziali noi reggini ne aggiungiamo uno ancora più pesante che come piombo appesantisce il volo di questa Città. Diciamocelo pure, per molti di noi quelle sono solo “quattro pietre” anzi “quattru petri” perché forse non riusciamo a comprenderci, non riusciamo a capire che presentarci in modo così “Tafazziano” è solo autolesionistico, è come se un venditore di petrolio durante la trattativa desse fuoco ai barili per impressionare l’acquirente.

Forse prima di proporci dovremmo realmente capire chi siamo ed accompagnare questo con il contorno fatto di divertimento e tanto altro ancora, prendendo spunto ancora una volta dalla cucina dove il piatto forte non è mai stato il contorno.

 

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Archeotrekking… dai siti archeologici al Palazzo della Cultura

locandina

Il progetto #archeotrekking a Reggio Calabria, è il primo progetto realizzato dall’associazione e per questo gli siamo particolarmente legati. Il percorso proposto in questa occasione è una variante del percorso proposto in passato ed è finalizzato al collegamento dei siti storici ed archeologici con l’attrattore culturale rappresentato dal palazzo P.Crupi.

Il percorso mira ad offrire un’esperienza unica e completa a contatto con la storia millenaria della città di Reggio, arricchita dalla poderosa collezione d’arte custodita prersso il palazzo della Cultura.

Quest’ #Archeotrekking nasce dalla volontà di far conoscere i vari siti archeologici, e le collezioni d’arte, talvolta nascosti anche se in pieno centro storico, al fine di poter offrire un’alternativa ai soliti circuiti turistici.

Una passeggiata tra le strade ed i vicoli del centro di Reggio Calabria alla ricerca dei tanti siti e delle tante curiosità che la storia millenaria della città può offrire verrà degnamente coronata dalla sua tappa conclusiva presso il palazzo Crupi.

Il raduno e l’inizio del percorso sarà nell’area denominata Tempietto, un’area Sacra con una storia bimillenaria alle spalle.

 

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Area inizio percorso.

(link Google Maps del punto di raduno ed inizio percorso)

Subito dopo ci sposteremo per conoscere meglio i siti delle Mura greche, delle terme romane e del castello Aragonese.

 

Come detto, la tappa conclusiva del percorso sarà il palazzo della cultura con  le sue preziosissime collezioni.

 

PROGRAMMA

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE 9.00

PARTENZA 9.30

FINE ESCURSIONE 11.30/12.00

DATI ESCURSIONE

COMUNE: REGGIO CALABRIA

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

RACCOMANDAZIONI

VESTIARIO COMODO

MACCHINA FOTOGRAFICA

OCCHIALI DA SOLE

INFO

Tel: 3489308724

Mail: ilgiardinodimorgana@gmail.com

L’ESCURSIONE E’ GRATUITA 

Max 25 partecipanti.

Prenotazioni entro il 03/02/2018

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

La villa romana di Casignana

La villa romana di contrada Palazzi di Casignana è senza ombra di dubbio il sito di epoca romana più interessante della provincia di Reggio.

La sua storia recente è molto travagliata, basti pensare a come la ss 106 tagli a metà il sito. Pensare meravigliosi mosaici sotto centimetri di asfalto fa sicuramente alzare la pressione ma tant’è.

Già nel 1956 si ha notizia di rinvenimenti di una colonna di marmo, oltre chiaramente ad alcune murature in affioramento. Si dovrà aspettare il 1964 per l’ufficialità del rinvenimento, quando durante i lavori di scavo per la realizzazione di un acquedotto vennero riportati alla luce gli ambienti termali della villa.

Gli scavi archeologici proseguirono nel 1965 e nel 1966 e dopo una lunghissima pausa ripresero nel 1980 in modo sistematico e continuo in tutta l’area termale.

Sul finire degli anni ’90 e con i primi anni del 2000 inizia poi lo studio di quella che poi verrà denominata area residenziale (la parte oltre la 106 verso il mare).

La villa, ha avuto una continuità di utilizzo lunghissima, testimoniata dalle tante fasi edilizie che si sono susseguite dal I al IV d.C. La superficie indagata attualmente si estende per 8000 mq, ma si ritiene che le dimensioni del sito raggiungano i 15 ettari.

La villa, che gode un’ottimo stato conservativo, mette in mostra la grande abilità di maestri mosaicisti testimoniando una certa opulenza dei proprietari.

La parte termale, sa affascinare con i suoi ambienti finemente decorati, come la sala delle Nereidi, il frigidarium con i suoi rombi prospettici e le lunette a coda di pavone o ancora il meraviglioso opus sectile della sala rettangolare.

La parte residenziale con le fondamenta di due torri, che probabilmente servivono come punto di controllo e difesa verso il mare, presenta negli ambienti, pavimenti musivi di altissimo pregio come la sala delle quattro stagioni o quella di Bacco.

Il gioiello di Casignana sa stupire ed affascinare, attende solo la visita per trascinare il curioso indietro nel tempo con le sue tante particolarità. Un’ impronta vivida e leggibile del nostro passato, come quella di quel fanciullo eternata nel pavimento, ancora oggi visibile nella villa.

 

Il Castello di Scilla

Questa settimana “pillole di storia” riprende un pezzo pubblicato su “La Voce del Sud”, il mensile dell’area grecanica.

Quest’estate “La Voce” compie i suoi primi 10 anni di attività. Su questo ponte ideale, realizzato narrando in un giornale dell’area grecanica di una perla della costa tirrenica, auguro, al giornale, di continuare su quella strada di apertura alle idee che da tempo percorre…

Domenico Guarna

 

L’origine del castello di Scilla si perde nei secoli, importantissimo snodo commerciale ed invidiabile postazione di controllo e di difesa già nel V a.C. svolgeva una funzione difensiva per la polis di Rhegion.

Strabone ne scrive (ci siamo già occupati di Scilla ed a link troverai la citazione di Stabone), racconta che Anassila, tiranno di Reggio, la fortifica, facendone una stazione navale e proteggendo lo Stretto dalle incursioni dei pirati.

Divenne mira dei siracusani di Dionisio il vecchio che la conquistò.

Intorno al 1000 d.C. i normanni, dopo aver conquistato Reggio, volgono lo sguardo verso Scilla.

Ruggero e Roberto il Guiscardo presero il castello dopo lungo assedio e solo per fame.

Arriviamo così al 1200, periodo importantissimo per Scilla e per il suo Castello, periodo nel quale il conte Pietro Ruffo di Catanzaro (cortigiano dello Stupor Mundi) occupò e fortificò il castello.

Con la dominazione aragonese, il maniero viene ulteriormente fortificato e passò al cavaliere castigliano Guttera De Nava, capostipite dei De Nava reggini. Qualche decennio dopo un suo nipote cedette il castello ad un altro Ruffo, cioè a Pietro Ruffo, conte di Sinopoli.

Il conte avviò una fase importantissima di modifiche ancora oggi visibili, come la scalinata con gli archi, il ponte d’accesso al palazzo e lo stemma sul portale, destinando l’antica fortezza a residenza nobiliare.

Sul finire del 1500 a tutto il 1600 con effetti anche nel secolo successivo, la famiglia Ruffo, che ottenne il principato nel 1578, governò ed influenzò positivamente la vita del paese, tanto da essere considerata una baronia illuminata.

Nel ‘600 con Giovanna Ruffo vennero avviate numerose opere di riforma finalizzate al benessere dei cittadini come la realizzazione di scuole, l’introduzione di ordini monastici con la finalità di assistenza della comunità.

Nel ‘700 il castello assiste ad una florida attività commerciale, Scilla sfrutta a pieno la sua posizione strategica e diventa punto nodale per gli scambi nel mediterraneo.

 

#ArcheoTrekking a Reggio

archeotrekking

Il progetto #archeotrekking dal quale nasce il percorso proposto è il primo progetto realizzato dall’associazione e per questo gli siamo particolarmente legati.

Il percorso mira ad offrire un’esperienza unica e completa a contatto con la storia millenaria della città di Reggio Calabria.

#Archeotrekking nasce dalla volontà di far conoscere i vari siti archeologici, talvolta nascosti anche se in pieno centro storico, al fine di poter offrire un’alternativa ai soliti circuiti turistici.

Una passeggiata tra le strade ed i vicoli del centro di Reggio Calabria alla ricerca dei tanti siti e delle tante curiosità che la storia millenaria della città può offrire.

Il raduno e l’inizio del percorso sarà nella parte alta della città, all’inizio di Via Giulia con uno dei panorami reggini più suggestivi.

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inizio Via Giulia

(link Google Maps raduno e inizio percorso)

Subito dopo attraverseremo tutto il centro storico visitando l’area sacra Griso-Laboccetta, la Tomba Ellenistica, l’area del tempietto con il Castel Novo, le Mura Greche e le Terme Romane sul Lungomare.

Infine si procederà verso il Castello Aragonese e si concluderà l’anello dell’escursione nel punto di partenza.

PROGRAMMA

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE 9.00

PARTENZA 9.30

FINE ESCURSIONE 11.30/12.00

DATI ESCURSIONE

COMUNE: REGGIO CALABRIA

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

DISTANZA: 3,9 KM

RACCOMANDAZIONI

1 LT D’ACQUA

VESTIARIO LEGGERO

CAPPELLINO

OCCHIALI DA SOLE

INFO

Tel: 3489308724

Mail: ilgiardinodimorgana@gmail.com

CONTRIBUTO

5 euro per le attività dell’associazione

Max 20 partecipanti.

Prenotazioni entro il 30/06/2017

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

Piccoli libri di metallo del “Regno dello Stretto”

Qualche mese fa ci occupammo della cosiddetta “area metropolitana” voluta da Anassila nel corso del V° secolo a.C che fece vivere alla città di Reggio un apice economico della sua storia millenaria. (link all’articolo “L’area metropolitana di Anassila”)

Quest’area, voluta dal Tiranno reggino, oltre ad un’ampia fetta di costa Jonica fino all’odierno Capo Spartivento, comprendeva anche la dirimpettaia Messina. Questo ampio controllo territoriale permetteva a Rhegion di dominare i traffici delle principali rotte commerciali.

Sicuramente uno dei tratti che caratterizzò il cosiddetto “Regno dello Stretto” fu la monetazione di quel periodo. Una monetazione unica sulle due sponde, che creò un unico mercato e che rende assolutamente evidente come la vita in questo tratto di terra e di mare ha una radice che spesso si è intrecciata.

Zancle, l’odierna Messina, inizia a battere moneta, prima di Reggio, intorno al 530 a.C.

Messina fase incusa
incuso Zankle

In queste prime monete compare al diritto una falce che simboleggia il porto (asset fondamentale per l’economia della città), un delfino e la legenda DanKle; al rovescio troviamo al centro una conchiglia tra forme geometriche incuse (cioè forme impresse in incavo sulla moneta).

Nel 510 a.C. anche Reggio inizia a battere moneta con un incuso raffigurante un toro a volto umano (che rappresenta un fiume) e una crisalide di cicala (nello stesso periodo anche Zancle emise una moneta con al diritto il tipo classico della falce e del delfino ed al rovescio le stesse immagini incuse)

Toro androprosopo Reggio
Incuso di Reggio

Si è molto discusso su questa raffigurazione, c’è chi sostiene che il fiume rappresentato sotto forma di toro a volto umano (androprosopo) rappresenti l’Apsias (l’odierno Calopinace, fondamentale nel mito fondativo della città) e chi sostiene invece che sia l’Alex, il fiume che segnava il confine tra le polis di Rhegion e Locri (per l’elemento aggiuntivo della crisalide di cicala collegata al mito di Eracle che sopitosi sulla sponda reggina dell’Alex chiese a Zeus di non far frinire più le cicale).

Messina successivamente venne conquistata dai Samii, inviati da Anassila, che emisero una breve monetazione (al diritto testa di leone ed al rovescio prora di nave e rostro samese).

Messina e Samesi
Monetazione dei Samii

Con l’avvento di Anassila nel 494 a. C., come detto, la monetazione cambiò sia nella sponda calabra che in quella sicula dello Stretto.

In un primo momento vennero emesse monete con al diritto la testa di leone ed al rovescio la testa di vitello (da Vitalia, Italia, la denominazione dell’area) con la legenda ad indicare se le monete fossero reggine o messinesi.

Anassila prima fase Reggio
Prima fase Anassila a Reggio
Anassila prima fase Messina
Prima fase Anassila a Messina

Nella seconda fase del regno di Anassila cambiano i tipi: al diritto biga di mule (Anassila vinse alle olimpiadi in quella specialità) ed al rovescio una lepre (pare che il tiranno introdusse quell’animale in Sicilia, alcuni studiosi ritengono però che le fonti indicanti l’introduzione delle lepri in Sicilia si riferiscano proprio alla moneta e non all’animale). Della monetazione resta l’indicazione dell’etnico e l’adozione della moneta resta costante su entrambe le sponde dello Stretto.

Anassila seconda fase Reggio
Seconda fase Anassila a Reggio
Anassila seconda fase Messina
Seconda fase Anassila Messina

Emissioni uniche anche in monete di minor valore con l’indicazione della provenienza al rovescio

Con la caduta della dinastia di Anassila, paradossalmente, Messina continua a battere i medesimi tipi monetali, mentre Reggio cambia radicalmente.

In un primo momento la polis di Rhegion batte una moneta con testa leonina al diritto ed al rovescio il mitico fondatore Iocastos.

Reggio prima fase post Anassila
Reggio prima fase post Anassilaidi

In un secondo momento invece al rovescio comparirà il Dio Apollo.

seconda fase post Anassila
Reggio seconda fase post Anassilaidi

Questa in breve la storia della monetazione del “Regno dello Stretto”, un argomento così delicato e complesso potrebbe essere trattato con maggiore profondità, ma anche così ci si accorge come già nel 494 a.C. si capì che la fortuna di quest’area geografica non può che essere quella di un’integrazione reale tra le due sponde dello stretto.

Queste monete ce lo certificano, ribadendo ancora una volta che la numismatica ci racconta di libri di metallo ricchi di capitoli di storia.

Amendolea, l’eco dei secoli

L’articolo, che ripercorre un po’ le tappe storiche dell’antico abitato di Amendolea, è comparso anche sul periodico dell’area grecanica “La voce del Sud”, un altro ottimo strumento per promuovere la bellezza del nostro territorio.

Vi auguro buona lettura, ma soprattutto, come sempre, buon cammino.

Domenico Guarna

 

L’antico borgo di Amendolea è posto su di una altura a 350 Mt sul livello del mare, poco distante dall’odierno abitato, rappresenta una traccia molto significativa della gloria goduta da quel pezzo di Calabria in un passato non molto lontano.

Le origini del Borgo, si perdono nei secoli, sappiamo ad esempio che non molto lontano da li, in località Rocca del Lupo (una caratteristica penisola che divide, in prossimità della confluenza, le Fiumare Amendolea e Condofuri) viene attestata la presenza umana già nel Neolitico.

Alcuni studiosi ritengono L’Amendolea l’originario confine tra le Polis di Reggio e Locri, ma non vi è unanimità di vedute sul punto in quanto secondo un’altra teoria tale confine passava invece nell’odierna Fiumara Palizzi.

Risulta però evidente che le caratteristiche del borgo così come pervenutoci siano da rintracciare in epoca medievale.

Anche sul nome del paese vi è incertezza, secondo alcuni deriverebbe dall’indicazione di un mandorleto li in zona (e la produzione è ancora oggi presente), ma secondo altri deriverebbe dal nome del primo feudatario Normanno.

Di Amendolea si legge in un antico Diploma databile tra il 1082 ed il 1099 nel quale si disegna il confine tra il feudo di Amendolea e quello di Bova.

In pieno Feudalesimo il paese crebbe in importanza, nonostante la superficie abitativa fosse di ridotte dimensioni, la presenza del castello, le mura che fortificavano il borgo, la resero sede del potere feudale, (data l’importanza del borgo, la Fiumara prende proprio da esso la sua denominazione) che estendeva il suo potere su Roccaforte (Vunì) Gallicianò (Gallicanum) e Roghudi (Ricudum), ai quali successivamente si unì anche Condofuri.

Come si diceva data la ristrettezza di spazio le case, si sviluppavano in altezza su tre piani, dove il piano terra era adibito a stalla, nel piano di mezzo si trovava la cucina e per finire all’ultimo piano era collocata la camera da letto.

Furono molti i signori che governarono sul feudo di Amendolea che intrecciarono la loro storia familiare con quel territorio.

Come si diceva la prima famiglia di cui ci è data notizia fu proprio la famiglia normanna degli Amendolea, per poi passare ai Del Balzo di origine francese.

Sotto gli Aragonesi il feudo passò ai Cardona e successivamente agli Abenavoli e nel 1532 ai De Mendoza.

I Ruffo, ai quali ancora oggi viene intitolato il castello, subentrarono al potere con Francesco duca di Bagnara, e mantennero il potere fino agli inizi dell’800.

Amendolea riesce ancora ad evocare gli echi di un passato glorioso, di pagine infinite di storia unita ad un paesaggio mozzafiato sul torrente, un gigante d’argento, e sul mar jonio, un tempo fonte di pericolo per l’ incursioni dei Saraceni, oggi invece una ricchezza paesaggistico-culturale da integrare sempre di più.

I fasti di Punta Calamizzi

Nonostante l’area denominata “Tempietto” sia ad un tiro di schioppo dal cuore pulsante del salotto buono della città, da anni vive uno stato di marginalizzazione quasi estrema.

In attesa del completamento del cosiddetto Parco lineare sud che collegherà il Lungomare Falcomatà a Torre Lupo ( ex OMECA) quell’area, da dove peraltro si gode un panorama incredibile sullo Stretto, oggi è poco più che un passaggio alternativo per arrivare sul Calopinace.

Questo però è uno dei luoghi più significativi per la storia della città, fin dalla deduzione della colonia magnogreca.

Fu proprio nell’originaria foce del Calopinace (un tempo proprio nell’area del Tempietto) che  i coloni greci sbarcarono memori dell’oracolo della Pizia…

“Laddove l’Apsia, il più sacro tra i fiumi, si getta nel mare, laddove, mentre sbarchi, una femmina si unisce ad un maschio, la fonda una città; il Dio ti concede la terra Ausone”.

I coloni, giunti a Punta Calamizzi, videro una vite avvinta ad un fico, cioè la rappresentazione dell’uomo e della donna uniti, li fondarono una città, Rhegion.

Proprio a Punta Calamizzi area sacra per i reggini si trovava anche il sepolcro del fondatore arcaico di Reggio, Eolide Iocasto e sempre in quest’area sacra, molti studiosi ritengono che fu edificato il tempio più sacro dei reggini, quello dedicato ad Artemide Fascelide.

I Greci quindi battezzarono questo luogo come Pallantion o Arthemision, e fu proprio su questo promontorio che nel 415 la flotta ateniese diretta a Siracusa in piena guerra del Peloponneso, ormeggio secondo Tucidite, per poi riprendere il suo viaggio.

L’importanza di questo luogo però sopravvisse nei secoli, e sotto i Bizantini vennero edificati il Monastero di San Nicola e la chiesa di San Giorgio, luoghi dove si scrisse un pagina di storia fondamentale per la nostra radice greca (se ne scrissero più di una in realtà, proprio nel senso fisico, il luogo era uno degli scriptoria più importanti del sud Italia), sono i luoghi infatti dove operò San Cipriano di Calamizzi.

Quello infatti fu un periodo di grande fulgore culturale per la città che vide la fioritura delle figure dei santi Italo-Greci.

Il fascino di questo luogo e le potenzialità del porto Reggino che proprio nel promontorio trovava protezione da una parte dei venti canalizzati dallo Stretto, non sopravvisse però agli ingegneri e gli architetti  che nel 1547 progettarono il cosiddetto Castel Novo deviando il corso del Calopinace nell’odierno letto.

Deviando il fiume però a Punta Calamizzi mancò l’apporto di materiali sedimentari che causò il lento sprofondamento di uno dei luoghi più significativi della nostra cultura.

Indagare in mare adesso è fondamentale per riscoprire un pezzo fondamentale della radice culturale della nostra città.

 

 

L’area metropolitana di Anassila

Da poco la città di Reggio ha detto addio alla vecchia struttura amministrativa della Provincia per passare al nuovo assetto costituzionalmente riconosciuto della Città Metropolitana.

Questa idea, quella di una Reggio allargata però ha una radice antichissima, dove peraltro fu pensata con una integrazione con l’altra sponda dello Stretto.

Oggi questa necessaria integrazione viene richiesta a gran voce da tantissimi operatori economici che si trovano ad operare nell’area dello Stretto ma questa idea di unità può farsi risalire al tiranno reggino Anassila (500 a.C. – 476 a.C.).

Sotto Anassila , Reggio toccò l’apice del suo splendore. Il tiranno, inteso però non in senso dispregiativo come oggi, capì subito che per rendere grande la città, era necessario controllare i traffici dell’area ionica, per questo allargò i confini di Reggio fino all’attuale Capo Spartivento, snodo essenziale per le tratte verso la Grecia, ma soprattutto decise di estendere il controllo anche sulla città di Zancle che venne poi ribattezzata Messana (l’odierna Messina in ricordo dell’origine della famiglia di Anassila che proveniva dalla Messenia in Grecia).

Il controllo su quest’area strategica però non era destinato a durare per molto tempo in quanto i Reggini dovettero cedere questi territori a Locresi e Siracusani. Auguriamoci oggi di avere maggiori fortune.

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Le mura del Trabocchetto

È di qualche giorno fa la notizia dell’imminente  riapertura del parco archeologico delle mura greche in località Trabocchetto. Prima di parlare di questo interessantissimo sito, approfittiamo per raccontare un po’ delle fortificazioni di epoca greca.

Oggi, infatti, passeggiando tra le strade del centro di Reggio, tutte protese verso il mare,  viene difficile capire la necessità strategica di dover difendere la città da quell’elemento che gli ha dato la vita e che rappresentò per secoli l’accesso alla città per popolazioni ostili.

In epoca magno-greca, il primo nucleo della città si sviluppò nella prima zona collinare, nell’area tra quella che oggi prende il nome di Collina degli Angeli e forse l’odierna Via Possidonea. Solo dopo la conquista di Rhegion ad opera del tiranno Dionisio I di Siracusa nel 386 a.C. e la successiva ricostruzione 30 anni dopo (ad opera del figlio Dionisio II) Reggio si allarga verso il mare e verso l’odierno centro città.

La cortina muraria di epoca greca consta di due fasi edilizie: una databile intorno al VI secolo a.C., costituita in parte in mattoni crudi; la seconda parte, in arenaria, databile attorno al IV- III sec a.C.

Data la scarsità di informazioni e la frammentarietà dei ritrovamenti in merito alla cinta muraria, gli studiosi hanno ipotizzato dei tracciati molto differenti tra di loro.

Sul percorso fronte mare non vi è unanimità di vedute: secondo molti correva parallelo all’attuale Corso Garibaldi, qualche metro più in giù.

Per quanto riguarda il tratto settentrionale, questo risulta essere sufficientemente documentato e correva dall’estremità nord del Corso Garibaldi fino alla collina del Trabocchetto. Questo tracciato viene confermato dal ritrovamento nel 1956, durante dei lavori edili, di alcuni blocchi di arenaria tra via Vollaro e Via Tripepi e, successivamente, anche tra via Vollaro e Via Veneto.

Circa il tratto meridionale molte sono le ipotesi, di certo si sa che oltre il letto del Calopinace iniziavano le aree adibite a necropoli e, di fatto, secondo i culti antichi si era già fuori città. Per questo si ipotizza che le mura di via Trabocchetto si congiungessero con quelle sul Lungomare attraverso il pianoro di Piazza Castello, poi Piazza Camagna ed il palazzo del genio civile.

Il tratto di mura del Trabocchetto

Furono rinvenute nel 1980 a seguito di lavori edilizi, in questo punto le mura raggiungono la massima altitudine: 114 s.l.m.

Tale sito costituisce la naturale prosecuzione del tratto della Collina degli Angeli ed il punto di congiunzione della cortina meridionale.

Il sito deve il proprio nome alle armi di difesa, come il trabucco, utilizzate per difendere la città.

In sito si è rinvenuta parte di un’abitazione di epoca ellenistico-romana, che indicano l’utilizzo a fini abitativi del sito in un epoca di presunta pax. In tale abitazione è stato rinvenuto un tegame ancora sul focolare che potrebbe indicare l’improvviso abbandono del sito per cause ignote (forse un evento franoso o un terremoto).

Nel sito è documentabile una doppia fase costruttiva: la prima del VI sec. a.C. che ha visto l’utilizzo di mattoni crudi, la seconda del IV – III sec.  a.C., utilizzando la precedente come riempimento per una doppia cortina di arenaria.

In sito sono presenti le fondamenta di una torre quadrata in blocchi d’arenaria e numerosissimi esempi di simboli di cava .