“Quattru petri”… o forse no.

Spesso ci diciamo che la bellezza è nascosta in piena vista, troppo spesso presi da ritmi di vita frenatici e per poca curiosità diamo quasi per scontati e per poco interessanti testimonianze che ci parlano di glorie passate e di pagine di storia cittadina che ogni reggino dovrebbe conoscere almeno per sommi capi, così tanto per evitare i soliti tormentoni triti e ritriti antistorici ed autolesionistici tipo “Riggiu non vindiu mai ranu” o il tombale “non c’è nenti”

Ad esempio, così tanto per citar qualche bellezza in luoghi conosciuti a tutti come lo splendido Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria potremmo fare pochi passi dal Museo Archeologico della Magna Grecia per andare a scoprire una delle tombe rinvenute durante i lavori di scavo per la realizzazione dello stesso Museo. La tomba, alle spalle di una nota gelateria, è sorella di quelle ancora oggi visibili nel piano interrato del Museo rimaste intatte e inalterate rispetto alla loro condizione originaria.

Ma continuiamo sempre sullo stesso asse viario, il Lungomare reggino, che dovrebbe necessariamente divenire un vero giardino privo di strutture ingombranti che andrebbero ripensate e ricollocate in altra sede per lasciare finalmente spazio ai monumentali Ficus Magnolia e permettere a quest’ ultimi di trovare con le loro radici quella terra che da troppo tempo non riescono a raggiungere e che nonostante i ripetuti avvertimenti (leggi caduta rami) noi continuiamo a circoscrivere in angusti spazzi non più sufficienti.

Attraversato quindi questo lungo viale sospeso sull’azzurro intenso dello Stretto arriviamo nella prima area Archeologica che arricchisce questa passeggiata, le mura greche della città.

Il sito, che meriterebbe maggiore visibilità e comunicazione, ci parla di un passato glorioso ed importante.  La teoria più accreditata vuole l’edificazione delle mura intorno al IV sec. a.C. quando la città dopo la caduta per mano del tiranno Dionisio di Siracusa venne ripoliticizzata e riorganizzata dal figlio Dionisio il Giovane dal 356 a.C in poi.

Il sito presenta oggi solo la zoccolatura in arenaria con una doppia cortina di pietre parallele che lasciva un spazio interno, un tempo riempito per dare solidità con terra e pietrisco, su questa base poi si ergeva  il muro in mattoni cotti che presentavano i bolli che certificavano talvolta il nome del produttore ed in alcuni casi la destinazione del mattone stesso con su stampigliato “delle mura”, “dei reggini”.

Volendo ci si potrebbe anche fermare qui, e spesso questa scelta è forzata visto che si attende un’apertura sistematica di questo sito magari mettendolo anche a profitto di chi lo gestisce, ma c’è una nota positiva, visto che il sito finalmente può godere di una pulizia più ravvicinata nel tempo e comunque se realmente non ci si vuole fermare qui, basta procede ancora per pochi passi verso la stazione centrale di Reggio per gettare lo sguardo sul sito archeologico delle Terme Romane con i suoi ambienti ed il suo mosaico pavimentale.

Abbiamo fatto poco più di un chilometro eppure di cose ne abbiamo viste ed immaginate e ci siamo fermati solo a panorama, alberi e storia, senza neanche fare soste nei vari chioschi a gustare le specialità enogastronomiche del nostro territorio eppure la cappa dell’occasione mancata dell’incompiuta spesso dopo un po’ ci assale.

Forse perché troppo spesso a quei tormentoni iniziali noi reggini ne aggiungiamo uno ancora più pesante che come piombo appesantisce il volo di questa Città. Diciamocelo pure, per molti di noi quelle sono solo “quattro pietre” anzi “quattru petri” perché forse non riusciamo a comprenderci, non riusciamo a capire che presentarci in modo così “Tafazziano” è solo autolesionistico, è come se un venditore di petrolio durante la trattativa desse fuoco ai barili per impressionare l’acquirente.

Forse prima di proporci dovremmo realmente capire chi siamo ed accompagnare questo con il contorno fatto di divertimento e tanto altro ancora, prendendo spunto ancora una volta dalla cucina dove il piatto forte non è mai stato il contorno.

 

Annunci

La via dei borghi a Motta-Lazzaro

Motta San Giovanni-Lazzaro

Sarà la tappa di Motta San Giovanni e Lazzaro a dare il via al progetto “La via dei Borghi”.

Un territorio ricco di bellezze archeologiche, storiche e paesaggistiche con il suo famoso Castello di Santo Niceto che rappresenta l’eccellenza di quest’area che non sarà l’unica attrazione di giornata. L’escursione si arricchirà con la visita all’Antiquarium di Lazzaro e con l’unicità della visita al parco archeologico poco distante.

Sarà perciò un itinerario alla scoperta della storia dell’intero territorio di Motta San Giovanni e non solo, anche di pagine di storia che interessano l’intero bacino del Mediterraneo.

Il programma prevede il raduno presso la rotatoria (la prima di Lazzaro provenendo da Reggio) che interseca la via Magna Grecia che in pochi minuti porta a Motta San Giovanni.

(link google maps luogo del raduno dei partecipanti)

Giunti nel punto di inizio percorso Trekking, procederemo per circa un’ora a piedi tra i paesaggi dell’agro del comune di Motta S.G. prima di giungere alla fortezza di Santo Niceto con i suoi suggestivi panorami.

Dopo la visita e la pausa pranzo con degustazione di profotti tipici si rientrerà al luogo di parcheggio per poi scendere a Lazzaro per completare la giornata con la visita all’Antiquarium ed al vicino sito archeologico.

Durante la giornata si effettuerà il contest fotografico con la collaborazione di IG Calabria con hashtag di giornata #IG_MottaSanGiovanni

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE ROTATORIA LAZZARO ALLE ORE 9.00

PARTENZA VERSO MOTTA S.G. 9.30 (lo spostamento avverà in macchina)

INIZIO PERCORSO TREKKING VERSO IL CASTELLO ORE 10.00

ARRIVO AL CASTELLO E VISITA 11.00 – 12.00

PAUSA PRANZO DALLE 12.00 ALLE 14.00 A CURA DEI PARTECIPANTI

ALLE ORE 14.00 TREKKING DI RITORNO VERSO LE AUTOMOBILI

VISITA ALL’ANTIQUARIUM DI LAZZARO ALLE 15.30

VISITA SITO ARCHEOLOGICO DI LAZZARO ALLE 16.30

DATI ESCURSIONE

COMUNE: MOTTA SAN GIOVANNI

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

RACCOMANDAZIONI

VESTIARIO COMODO

MACCHINA FOTOGRAFICA

INFO

Tel: 3489308724 Domenico o 3470844564 Carmine

Web: ilgiardinodimorgana.wordpress.com o kalabriaexperience.altervista.org

L’ESCURSIONE PREVEDE UN CONTRIBUTO ALLE ATTIVITA’ DELLE ASSOCIAZIONI DI 5 EURO (CHE RESTA COMUNQUE LIBERO E VOLONTARIO)

 

Prenotazioni entro il 14/04/2018

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

Pietrapennata

Questa settimana per #PilloleDiStoria ospitiamo un articolo di Carmine Verduci che ci racconta di Pietrapennata e della Madonna della Lica.

Buona lettura…

Pietrapennata è un piccolo borgo semiabbandonato che appartiene al comune di Palizzi in provincia di Reggio Calabria svettante a 670 metri sul livello del mare ai piedi del Monte Gallo. Le sue origini sono antiche, come del resto la maggior parte dei borghi del nostro entroterra, basti pensare che i primi abitanti furono probabilmente degli individui provenienti da Malta, come appunto testimoniano ricerche e idiomi ancora oggi in uso presso la popolazione locale dove gli abitanti di Pietrapennata vengono ancora chiamati “martisi”.

Il borgo non ha una struttura urbana di tipo classico medievale con castello e fortificazioni, ma nasce e si sviluppa come insediamento rurale che anticamente aveva generato dei profondi contrasti con la vicina Palizzi (oggi più comunemente chiamata Palizzi Superiore). Tra gli abitanti dei due paesi infatti vi erano profonde divergenze dovute alle diverse culture. Pietrapennata è unito alla stessa sorte di Palizzi Superiore nel lento e inesorabile spopolamento dovuto all’emigrazione che sta svuotando non pochi centri storici dell’entroterra Calabrese.

Giungendo al vecchio borgo di Pietrapennata si intravedono i ruderi delle antiche abitazioni dove nella parte bassa del borgo si vedono ancora qua e là le mura di case costruite con pietra locale, il “marmo brecciato di Palizzi”

A far da cornice a questo borgo è sicuramente la “rocca di Sant’Ippolito” come una “piuma di pietra” che deve aver affascinato molto anche Edward Lear che trovandosi a passare da queste parti scrive nel suo “Diario di un viaggio a piedi” nell’  anno 1847:

“Oh, boschi rari di Pietrapennata! Io non ricordo di aver visto un più bel posto di quello della «roccia alata», nominata appropriatamente «piumata» com’è sin dalla base alla cima.”

Probabilmente è a questo elemento naturale che il borgo deve il nome. Altra ipotesi è quella che suggeriscono gli anziani che ritengono che il nome deriverebbe dal termine in dialetto “pinnata” che significa “capanna” e appunto “pietra della capanna”. Quel che emerge da ricerche storico-archeologiche, è che nei pressi di Palizzi sorgeva un monastero, e che questo avesse a che fare con il Santuario della Madonna della Lica o dell’Alica (a circa 2km di distanza da Pietrapennata).  Questa teoria vuole che il monastero di Sant’Ippolito abbia successivamente dedicato alla Vergine della Lica, una statua in marmo di Alabastro di scuola Gaginiana, che oggi è possibile ammirare nella chiesa dello Spirito Santo nel centro storico di Pietrapennata.

La statua a mezzobusto della Madonna pare sia arrivata sin qui dalla Sicilia e sbarcata miracolosamente nella marina di Palizzi all’alba della battaglia di Lepanto in occasione della quale i cristiani fermarono definitivamente l’avanzata Musulmana in occidente. Grazie alle ricerche storiche, possiamo certamente dire che la chiesa della Lica in effetti non fosse altro che una Grangia dello stesso monastero di Sant’Ippolito che cambiò il titolo in occasione dell’evento storico di Lepanto e dell’arrivo di questa statua.

Cronache storiche ci narrano anche della festa della Madonna che ogni anno aveva luogo l’8 Maggio, con una grande fiera che i monaci organizzavano nella vallata antistante la chiesa. Un evento di forte richiamo per le genti del territorio, che per fede e per necessità si recavano in carovana in questa valle che un tempo era coltivata, come ci dimostrano i muretti a secco che oggi cadenti e quasi scomparsi, ci danno la prova certa di ciò che questo luogo è stato nei secoli addietro.

I ruderi dell’ antica abbazia della Madonna della Lica sono ancora meta di appassionati ed escursionisti. Oggi questo luogo vede centinaia di gruppi che scelgono di giungere sin qui per ammirare ciò che resta di quello che le cronache indicano come santuario. Sull’etimologia del nome Madonna della Lica o dell’Alica, alcune ipotesi dettate dal grande ricercatore e storico Domenico Minuto, asseriscono che i termini “Alica e Alicia” si trovavano già nel XVII° secolo e sembrano avvalorare la certezza che in quell’epoca nella bovesìa il significato della parola volgare “lega o Liga” era meno nota dell’attuale termine greco “Alithia” termine che ancora oggi è comune nell’area Ellenofona anche nelle varianti di Alìsia e Alìa che significa appunto “la verità”.

Chiunque giunge a Pietrapennata sicuramente si troverà di fronte un piccolo paesino ancora caratterizzato da piccole case umili in pietra locale, talvolta incastonate tra le rocce.

Colpisce la visione dello scenario intorno a questo posto, le case abbandonate, il silenzio, il vento, la rocca di Sant’Ippolito che maestosa e sinistra sembra imporsi in questo contesto, macchiato dalla modernità dei ripetitori piantati come alberi sulla cima di Punta Gallo. Qui il silenzio a volte è sconvolgente, ti lascia quasi l’amaro in bocca quando te ne vai. Sicuramente giungere a Pietrapennata non è qualcosa di adatto per chi ama la frenesia turistica di altri centri calabresi che rientrano tra le eccellenze turistiche del territorio. Giungere a Pietrapennata significa fare un salto nel passato, constatando che l’abbandono di questo borgo sta determinando la lenta morte di un Aspromonte che ancora cela dei tesori incompresi, delle perle che difficilmente le masse potranno cogliere se non motivate da una forte necessità di comprendere la Calabria quella della gente, quella della resistenza. Troppo spesso invece questa terra ha generato lente distruzioni di popoli e di storia che altrove avrebbero trovato senz’altro un motivo per resistere e rinascere.

 

Carmine Verduci

 

 

Se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male…

Passeggiare per le viuzze silenti di Ferruzzano è quasi un’esperienza mistica, i battenti delle finestre spostati dal vento interrompono silenzi con sottofondo di lavoro dei campi.

Poche anime in quelle case che ancora raccontano di un tempo differente, lento, scandito da altri riti quotidiani.

Queste stesse sensazioni diventato quasi aplificate nella frazione di Saccuti dove lo scenario diventa surreale, perchè la senzazione è quella che gli abitanti siano appena andati via chissà per quale motivo, lasciando tutto li ad attendere un futuro improbabile ritorno.

Oggi, solo il piccolo Paolo ed il fratellino permettono di ascoltare voci di bambino in quest’angolo interno della nostra provincia, mentre nella metà degli anni venti del ‘900 Zanotti Bianco si prodigava per la costruzione dell’asilo.

Zanotti Bianco, scrittore, archeologo e sagista fu uomo illuminato che tanto diede alla fascia ionica aspomontana, creò tantissimi asili, scuole, ambulatori e riconobbe la necessità di fondare riviste e pubblicazioni che permettessero lo studio e la diffusione del patrimonio culturale Calabrese.

E’ lo stesso Zanotti Bianco che ci descrive nel suo “TRA LA PERDUTA GENTE” i momenti che portarono alla costruzione di ben due asili tra Ferruzzano e la frazione di Saccuti.

Il racconto è “Pazza per amore” dove l’autore intreccia il suo viaggio tra Brancaleone, Bruzzano, Ferruzzano e Saccuti con le vicende di una povera donna folle per un amore finito e la sua tragica fine.

In questo racconto Zanotti Bianco ricorda: “E mi inerpicai per la strada sassosa che conduce a Saccuti. Dopo il terremoto del 1907 una commissione geologica aveva dichiarato inabitabile Ferruzzano e il Genio Civile aveva costruito le nuove case baraccate nella frazione di Saccuti. Ma più che la forza dell’abitudine, la maggior vicinanza ai pascoli del monte Trizzo, alle terre sul versante del La Verde, aveva ricondotto coloro che s’erano salvati da quel disastro a sistemarsi tra le rovine, riattando alla meglio, con legname, i vani lesionati. Sicché quando ci decidemmo ad aprire una Casa dei bambini a Saccuti, quei di Ferruzzano accorsero impermaliti: Siamo noi la maggioranza del comune: se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male.

E così aprimmo due asili, uno in alto al centro, l’altro alla frazione”.

Oggi quelle due strutture sono ancora in piedi e ci tramandono gli echi di questa storia di una provincia povera, di un mondo fiero e contadino, disperato e innamorato come quella umile donna del racconto “Pazza per amore”.

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I due “guerrieri” di Riace

E’ il 16 di agosto del 1972 e nel mare antistante il comune di Riace, piccolo centro della costa ionica reggina,Stefano Mariottini, a circa 800 mt dalla costa e ad 8 mt di profondità, vide emergere dal basso fondale, un braccio, ed è così che nasce la storia “moderna” dei due Bronzi di Riace.

Le due meravigliose statue bronzee, vennero recuperate il 21 agosto successivo dai sommozzatori dei carabinieri del Nucleo di Messina, per essere avviate ad una prima pulizia/restauro a Reggio che venne poi successivamente continuato a Firenze.

Sin dai tempi del fortuito ritrovamento la storia delle due statue, è fitta di mistero e punti di domanda che  aumentato il fascino di queste due statue di per se bellissime ed allo stesso tempo misteriose. (Anche se lo studio delle due statue presenta molti punti fermi dai quali parire)

Procediamo con ordine:

  1. Esiste dell’altro nel fondale di Riace?
  2. Chi sono le figure così perfettamente delineate dall’artista che le ha create?
  3. Perché queste due statue si trovavano proprio nel mare di Riace?

 Esiste dell’altro nel fondale di Riace?

Da quel fortunoso agosto del 1972 le voci su eventuali altre statue o oggetti pertinenti ai Bronzi si sono ripetute e susseguite con ritmo costante.

Nel 2007 il “Quotidiano della Calabria” sollevò una serie di interrogativi sul ritrovamento dei Bronzi, ci si interrogò sull’esistenza di eventuali altre statue o altri oggetti come scudi o elmi.

L’inchiesta giornalistica diede il via ad una duplice indagine, che vide come protagonisti il Ministero dei Beni Culturali e la procura di Locri.

Nella tormentata ricostruzione del ritrovamento delle due statue, fu addirittura il tribunale di Roma ad accertare la paternità del ritrovamento al Mariottini.

Secondo alcuni però, le circostanze del ritrovamento, restarono comunque poco limpide (si vedano su tema i tanti spunti di riflessione di Giuseppe Braghò) .

Com’è possibile che due statue di quelle dimensioni siano rimaste per secoli nel fondale di Riace senza essere rinvenute?

La spiegazione più logica sembrerebbe collegata al frequente moto ondoso violento di quel tratto di costa, che avrebbe potuto mantenere coperte per lungo tempo le due statue.

Proprio in quell’anno si registrò a Riace una violenta mareggiata, che probabilmente, scoprendo le due statue, rese possibile il rinvenimento al Mariottini.

Passando alla denuncia che lo stesso Mariottini presentò il 17 agosto 1972 sono almeno due i punti oscuri da analizzare.

  • Perché Mariottini parla di “gruppo di statue”
  • Perché Mariottini si riferisce al c.d. Bronzo B affermando “presenta sul braccio sinistro uno scudo”?

Per quanto riguarda il primo quesito, lo scopritore dei bronzi, interrogato dai carabinieri, affermò che fu il soprintendente Giuseppe Foti a suggerire quelle parole, giustificando il tutto, con la possibile esistenza di altre statue poco distanti da quelle rinvenute.

A conferma, nella stessa relazione, il Mariottini, utilizzerà il termine “due [statue] emergenti”.

Per quel che riguarda il secondo quesito, lo stesso Mariottini, confermerà una sua errata valutazione, dovuta alla presenza di sabbia che pensava coprisse lo scudo.

In conclusione, tra il 2007 ed il 2008, fu realizzata una perlustrazione dei fondali di Riace nella quale nulla venne rinvenuto, congiuntamente, nulla venne rintracciato nelle indagini presso i grandi collezionisti (si può facilmente intuire come questo resti comunque uno sforzo parziale), il che ha portato all’ufficiale conclusione dell’inchiesta.

Chi sono le figure così perfettamente delineate dall’artista che le ha create?

Questa sicuramente è la domanda, che fra tutte, ha di più appassionato curiosi e studiosi, per motivi di brevità ci limiteremo solo ad accennare con qualche accenno, alcune teorie ricostruttive.

Appare necessario superare la tradizionale distinzione tra statua A (foto1) e statua B(foto2) (che qui utilizzeremo per mero fine indicativo) ed attribuire la naturale autorevolezza a queste due statue, simbolo ineguagliato di perfezione artistica di epoca greca.

Pariamo da qualche punto fermo.

Le due statue secondo la maggioranza degli studiosi furono realizzate tra il 470 e il 450 A.C. il

Bronzo A e 20 anni dopo il Bronzo B.

Sono alte 1,98 mt A e 1,97 B, sono costituite di bronzo, realizzate con la tecnica a cera persa, i capezzoli le labbra e le ciglia sono di rame, la sclera degli occhi è di calcite bianca, le iridi in pasta vitrea, il dotto lacrimale di una pietra rosota e fatto unico nella statuaria mondiale, la statua A espone i denti che sono d’argento.

Ripercorriamo adesso, brevemente, senza pretesa di completezza le ipotesi ricostruttive.

  1. Fuchs ipotizza che le due statue appartengono al donario degli Ateniesi a Delfi ed attribuisce la paternità al grande Fidia.

H.P.Isler e P.E.Arias, individuano nelle statue due eroi ateniesi attribuendo le statue a Fidia, il Bronzo A e alla scuola dello stesso Fidia il Bronzo B.

Rolley interpreta le due statue come eroi, forse eponimi attici, opere di artisti ateniesi.

Pribeni sostiene che il Bronzo A sia un eroe (forse Aiace) mentre il Bronzo B una stratega.

Secondo il Di Vita, le due statue furono realizzate per celebrare la vittoria di due oplitodromi .

Per il Dontas le due statue provengono dall’agorà di Atene ed appartenevano al gruppo degli eroi eponimi.

Ridgway riconosce nelle statue due guerrieri di stile classicheggiante eseguiti dalla medesima bottega in epoca ellenistica.

Infine riportiamo due ipotesi che partendo dallo stesso mito, si sistinguono poi per l’attribuzione sull’identità delle due statue.

P.Moreno in una sua monografia partendo da una analisi del mito dei “sette a Tebe”, identifica le due statue come Tideo (Bronzo A) ed Amphiaraos (Bronzo B) attribuendo una paternità diversa ma di primo piano tra gli artisti di epoca greca, cioè per il primo Alkamenes e Hagelades per il secondo.

D.Castrizio, applicando un sitema che permette di incrociare fonti letterarie e archeologiche, partendo dal mito di Edipo, nella versione di Stesicoro e da una attenta analisi dei segni delle due statue, attribuisce l’identità di Eteocle (Bronzo B) e di Polinice (Bronzo A) (sulla base della descrizione della Tebaide di Stazio) e la paternità delle due statue al grande Pythagoras reggino (gruppo descritto  Taziano in Oratio ad grecos) .

Infine il Castrizio ritiene che le due statue, facessero parte di un gruppo statuario più numeroso esposto ad Argo.

Indipendentemente dall’attribuzione di un’identità specifica, appare del tutto evidente, che ci troviamo di fronte a due capolavori unici nel loro genere.

Da un semplice raffronto con altre opere coeve come la statua di Capo Artemision (foto 3) o l’Auriga di Delfi (foto 4),(anche se bisogna precisare che lo stile realizzativo è comunque diverso) ci accorgiamo come l’artista, chiunque esso fosse, realizzò i Bronzi per stupire il mondo.

Non si spiega altrimenti lo studio e la meravigliosa realizzazione di dettagli anatomici (foto5, foto6, foto 7, foto 8) così perfetti, tali da poter indurci a considerare le due statue come veri e propri atlanti dell’anatomia umana.

L’idea del bello, per i greci Kalokagathìa, (letteralmente bellezza/bontà) viene, nei Bronzi, esaltata in dettagli unici al mondo, come nei ricci della barba del Bronzo A ideati singolarmente e poi attaccati alla statua, il meraviglioso realismo dello sguardo, con espressioni diverse delle due statue (foto 9, foto 10), o il dettaglio unico della visione dei denti del Bronzo A (foto11), ed ancora, la dinamicità delle due statue che con la gamba sinistra a riposo, irrigidiscono la muscolatura della gamba destra, il dettaglio della venatura sotto un metallo che pare quasi umano.

Ed infine, un ultimo dettaglio, anch’esso unico nel suo genere, che ci testimonia come la perfezione nello stile utilizzato per la realizzazione delle due statue, andò perduto già qualche tempo dopo.

Infatti, la statua B presenta un restauro in antico, il braccio destro fu completamente rifatto insieme all’avambraccio sinistro, (foto12) intorno al II d. C., ed appare evidente come la qualità del materiale e la capacità di esprimere i dettagli, non siano più quelle utilizzate in precedenza.

Bronzi di Riace 12.JPG
Foto 12

 

Perchè queste due statue si trovavano proprio nel mare di Riace?

Della misteriosa storia dei Bronzi, questo forse è il punto in cui il mistero si infittisce maggiormente.

Di certo si hanno due statue, perfettamente allineate sul fondale ed il contestuale ritrovamento di 28 anelli di piombo.

L’ipotesi più accreditata è che le due statue fossero in viaggio su di una imbarcazione, sorpresa da una tempesta, molto frequenti in quel tratto di mare, e che i marinai per fronteggiare la tempesta, alleggerirono il carico lasciando scivolare in mare le due statue.

Successivamente tagliando l’albero con la vela maestra (questo giustificherebbe il ritrovamento degli anelli di piombo) riuscirono a far salva l’imbarcazione, motivo secondo alcuni null’altro fu trovato nel fondale di Riace.

Ma anche questa ricostruzione presenta degli interrogativi.

Come fecero i marinai in situazione di emergenza a sostenere il peso delle due statue per gettarle in mare? Come fecero le due statue ad arrivare sul fondale perfettamente allineate? Non è più plausibile ipotizzare un naufragio, con le statue perfettamente stivate e ritenere che il tempo ed il mare abbiano fatto sparire i resti dell’imbarcazione?

Torniamo adesso alla storia recente dei Bronzi.

Le due statue nel tempo, oltre alla prima pulizia/restauro negli anni 70 sono state periodicamente sottoposte ad analisi, come dal ’92 al ’95 ed infine dal 2009 al 2011.

In quest’ultima occasione, venne approntata una apposita camera, presso il palazzo del Consiglio Regionale della Calabria, che in quegli anni diventò un laboratorio di restauro che attirò molti curiosi.

In quell’occasione i restauratori Paola Donati e Cosimo Schepis riuscirono, attraverso nuovi strumenti, a raggiungere alcune zone irraggiungibili in precedenza, e ad asportare alcune incrostazioni che continuavano la loro silente opera di deterioramento.

Successivamente, le due statue vennero trattate con una apposita sostanza, che inibì la corrosione delle leghe come il bronzo.

A restauro terminato, i nostri due “eroi”, erano pronti a rientrare presso il museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, dove adesso costituiscono la punta di diamante di una collezione archeologica unica al mondo, che ripercorre la storia millenaria di quest’area del Mediterraneo, dalla preistoria alla Reggio di epoca romana, con l’unicum della sala dei bronzi (foto 13), che ospita altre due opere bronzee di livello assoluto, come la Testa di Basilea e la Testa del Filosofo, entrambi provenienti dal relitto di Porticello.

Bronzi di Riace 13
Foto 13 da http://www.bronziriace.it

Infine l’unicità di Palazzo Piacentini, sede del Museo, restaurato ed ammodernato di recente, che anche nel momento della sua realizzazione rappresentò un unicum, un palazzo costruito con l’obiettivo di ospitare una grande collezione museale, che poggia le sue fondamenta, materialmente, sulla viva storia della città.

Al Museo ancora oggi sono visitabili nelle fondamenta alcune tombe, pertinenti ad una necropoli di epoca ellenistica, rinvenute proprio li, all’epoca dei lavori di costruzione del Museo.

Che dire in conclusione, è chiaro che i due Bronzi di Riace con la loro unicità rappresentano il fiore all’occhiello del Museo, ma la collezione è anche altro, dal Kouros all’archeologia subacquea, dai Dioscuri a tanto altro, che sommati costituiscono un vero e proprio centro di attrazione mondiale.

 

Bibliografia e sitografia

Gli eroi venuti dal mare, AA.VV. Gangemi editore & Frisina Archeolinea, 1990.
I bronzi di riace, Alberto Angela, Rizzoli, 2014.
Guida alla statuaria reggina, Daniele Castrizio, Falzea editore, 2011.
Bronzi di Riace; l’enigma dei due guerrieri, D. Castrizio C. Iaria, Città del sole edizioni, 2016
http://www.bronzidiriace.it

 

sulle ipotesi ricostruttive:

Zu den Grossbronzen von Riace,Fuchs, Boreas IV, 1981.
Die Bronzekriegenvon Riace,Isler, Antike Welt, 1983.
Lettura delle due statue bronzee di riace,Arias,
Lo stile e la datazione, Paribeni, Roma, 1986.
Les Bronzes greces, Rolley, Parigi, 1983.
Due capolavori attici: gli oplitodromi, Di Vita, Roma, 1995
Considerazioni sui due bronzi di Riace, Actes du XII Congrès International d’Archéologie Classique,1988.
The Riace Bronzes: a minority viewpoint, Ridgway, Roma, 1984.
I Bronzi di Riace. Il maestro di Olimpia e i sette a Tebe, Moreno, Milano, 1998

 

Archeotrekking… dai siti archeologici al Palazzo della Cultura

locandina

Il progetto #archeotrekking a Reggio Calabria, è il primo progetto realizzato dall’associazione e per questo gli siamo particolarmente legati. Il percorso proposto in questa occasione è una variante del percorso proposto in passato ed è finalizzato al collegamento dei siti storici ed archeologici con l’attrattore culturale rappresentato dal palazzo P.Crupi.

Il percorso mira ad offrire un’esperienza unica e completa a contatto con la storia millenaria della città di Reggio, arricchita dalla poderosa collezione d’arte custodita prersso il palazzo della Cultura.

Quest’ #Archeotrekking nasce dalla volontà di far conoscere i vari siti archeologici, e le collezioni d’arte, talvolta nascosti anche se in pieno centro storico, al fine di poter offrire un’alternativa ai soliti circuiti turistici.

Una passeggiata tra le strade ed i vicoli del centro di Reggio Calabria alla ricerca dei tanti siti e delle tante curiosità che la storia millenaria della città può offrire verrà degnamente coronata dalla sua tappa conclusiva presso il palazzo Crupi.

Il raduno e l’inizio del percorso sarà nell’area denominata Tempietto, un’area Sacra con una storia bimillenaria alle spalle.

 

tempietto-2
Area inizio percorso.

(link Google Maps del punto di raduno ed inizio percorso)

Subito dopo ci sposteremo per conoscere meglio i siti delle Mura greche, delle terme romane e del castello Aragonese.

 

Come detto, la tappa conclusiva del percorso sarà il palazzo della cultura con  le sue preziosissime collezioni.

 

PROGRAMMA

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE 9.00

PARTENZA 9.30

FINE ESCURSIONE 11.30/12.00

DATI ESCURSIONE

COMUNE: REGGIO CALABRIA

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

RACCOMANDAZIONI

VESTIARIO COMODO

MACCHINA FOTOGRAFICA

OCCHIALI DA SOLE

INFO

Tel: 3489308724

Mail: ilgiardinodimorgana@gmail.com

L’ESCURSIONE E’ GRATUITA 

Max 25 partecipanti.

Prenotazioni entro il 03/02/2018

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

San Giuseppe a Scilla

Le origini di questo luogo di culto risalgono al luglio 1619, quando Maria Ruffo invitò a Scilla i padri Crociferi con il compito di assistere la popolazione.

Venne costruito un piccolo ospedale e, per accoglierli, un convento su di una pre-esistente chiesa bizantina. Il convento era dotato di una cappella che venne intitolata a Maria SS. Annunziata. L’attuale chiesa altro non è che la cappella di quell’antico convento.

L’edificio restò in piedi fino alla metà del XIX secolo, quando venne distrutto a seguito dei lavori per la costruzione della ferrovia.

Testimonianza delle dimensioni dell’antico edificio è la porzione di arco ancora oggi visibile nella strada che, da Chianalea, conduce alla chiesa. La chiesa subì solo qualche danno al tetto nel terremoto del 1908 e questo portò alla realizzazione del tetto in legno; sempre nel ‘900 vennero realizzate due aperture rettangolari nella parte  sinistra dell’edificio. Nel 1996 venne avviata una campagna di restauro e recupero durante la quale vennero individuati i resti di una chiesetta bizantina che, probabilmente, poi venne utilizzata come cripta: vennero anche ritrovati i resti del canonico Bovi, morto nel terremoto del 1783, che, per sua volontà, venne sepolto nella Chiesa vicino al mezzo busto di San Giuseppe.

Fu proprio il canonico Bovi, che era anche medico, ad introdurre il culto di San Giuseppe a Scilla nella prima metà del ‘700. La statua che oggi viene esposta nell’abside della Chiesa è frutto di una donazione di due pescatori scillesi ed è databile al 1750 (presto racconteremo anche questa storia)

Molte le opere custodite all’interno della Chiesa ma sicuramente l’occhio viene rapito dal portale che dall’atrio porta all’interno della chiesa, in tufo del XVIII secolo, e dall’altare anch’esso in stile Settecentesco.

La chiesa di San Rocco a Scilla

La chiesa come la conosciamo oggi è il frutto di una riedificazione iniziata negli anni ’70 e ultimata nell’agosto 1990.

La storia però di questo edificio sacro è molto più antica. Il momento preciso in cui il culto di San Rocco si radica a Scilla non è facile da stabilire, ma partiamo da alcuni punti fermi.

In passato, dove adesso sorge la chiesa vi era un precedente edifici di culto dedicato a San Giorgio, ancora oggi di fatti, il quartiere alto di Scilla mantiene questa denominazione.

Si sa che tra il XV°- XVI° secolo gli Scillesi escono indenni da una epidemia di peste, e vengono a conoscenza che a Venezia, città con la quale Scilla intratteneva importanti rapporti commerciali, c’erano reliquie di San Rocco, il Santo protettore dalla peste.

Pare proprio che l’intercessione del Santo abbia giustificato il trasporto di una sua statua da Venezia a Scilla e l’adozione come Santo patrono.

Mons. D’Afflitto nel 1595 ci testimonia la presenza a Scilla di una confraternita dedicata a San Rocco.

E’ del 1738 l’edificazione di un nuovo edificio di culto dedicato al Santo patrono che però come molti altri edifici venne pesantemente colpito dai due terremoti del 1783 e 1908 anche se sempre ricostruito.

La riedificazione degli anni ’70 realizzata con il contributo degli Scillesi in patria ed all’estero, si rese necessaria per i danni patiti dall’edificio durante la seconda guerra mondiale.

L’edifico oggi conserva varie testimonianze del passato scillese, come le due statue del Santo, quella in marmo sull’altare ed una lignea processionale.

Oltre alle statue si conservano 4 dipinti provenienti dal convento dei padri osservanti, vicino all’ingresso un miracolo di Sant’Antonio, ed a sinistra un san Francesco d’Assisi in Gloria.

Altri due quadri sono conservati vicino al presbiterio e provengono sempre dal convento dei Padri Osservanti e rappresentano un Sant’Antonio in venerazione del Bambino e un San Giorgio in venerazione della Vergine (i quadri vengono tutti attribuiti ad Antonio Filocamo del quale l’ultimo quadro descritto porta la firma).

A Scilla, tutti gli edifici di culto anche se recenti, rimandano ad un passato lontano…

(foto archivio parrocchiale)

San Gaetano Catanoso: un uomo divenuto Santo ed un quartiere in cammino.

Mi piace condividere con voi le riflessioni conclusive del mio intervento di introduzione storica alla figura di padre Gaetano, un piccolo prologo alla monumentale esposizione di Mons. Curatola (meglio Don Pippo, lui preferisce). I dati storici peraltro, sono già riportati su questo blog, perciò vi risparmi le lungaggini.

Buona lettura

Domenico Guarna

Una città, la nostra, dove spesso si sente dire che padre Gaetano è il primo Santo Reggino, dove anche questa frase che sembra essere gioiosa, una vera manifestazione d’orgoglio, e bene questa frase contiene due ordini di errori, uno storico, perché la nostra cultura cittadina, fu imbevuta dell’operato dei tanti santi italo-greci come san Cipriano di Calamizzi, i due Sant’Elia , Sant’Arsenio ad Armo, San Leo, e tanti altri, a testimoniare che la nostra terra ha prodotto nei secoli menti brillanti che necessitano di essere studiate, approfondite e prese ad esempio, un po’ come Padre Gaetano.

Il secondo errore nella frase il primo santo dei Reggini, è che oggi san Gaetano, è Santo di tutto il mondo, chiaro che questo non deve essere valutato in senso negativo, la connotazione territoriale è importantissima, e non va mai tralasciata, ma abbiamo il compito di lavorare localmente per far conoscere questa figura oltre i confini provinciali.

In conclusione, vi confesso che in questi giorni, ho avuto qualche difficoltà nel trovare uno spunto di riflessione adatto alle conclusioni, forse perché mi ostinavo a voler nuovamente guardare al passato, ma per una buona comprensione di questa figura storica come della storia in generale, che deve sempre essere magista vitae, cogliendo gli insegnamenti e tornare a guardare poi verso il futuro.

Il suggerimento mi è giunto involontariamente dalla cara Suor Daniela, che mi ricordava dell’inaugurazione a Gioia Tauro di una nuova chiesa parrocchiale, dedicata al Santo Catanoso.

E bene, quella chiesa, sorge su di un terreno confiscato alla ‘Ndrangheta, e mi voglio solo limitare a riportare le parole di Monsignor Francesco Milito, vescovo di Oppido-Palmi:

“Questo luogo (si riferisce alla nuova chiesa inaugurata venerdì 20) che un tempo è stato luogo di mafia, ora, sottratto a un possesso iniquo, è stato riscattato, benedetto, dedicato al Signore, luogo Santo dove c’è posto solo per le cose Sante. Da luogo di illegalità a luogo Santo».

Peraltro quella diocesi è da tempo impegnata nella lotta alla criminalità organizzata, in un territorio non certo facile, con atti concreti come la gestione di beni confiscati, come la creazione della cooperativa Valle del Marro, o come la meritoria azione portata avanti da Don Pino Demasi o Don Giacomo Panizza.

L’iter che ha portato alla costruzione di quella chiesa è stato lungo e tortuoso, un po’ come la vita terrena di Padre Gaetano, pensate che la prima pietra di quella chiesa è stata presa dalla casa natale del Santo a Chorio.

Come vedete ancora oggi l’esempio di Padre Gaetano di resistenza a logiche sbagliate, la voglia di progettare e costruire per il bene della comunità, irradia ancora le opere che nel nome del Santo vengono portate avanti… E’ questa l’eredità che dobbiamo far nostra e tramandare alle generazioni future… Grazie.

A spasso nel mito a Scilla

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Un’esperienza unica immersi nel fascino dei vicoli della perla della Costa Viola reggina, una passeggiata in un luogo carico di storia e mito in collaborazione con la Pro Loco di Scilla.

Inizieremo facendo due passi per il quartiere San Giorgio di Scilla, il più alto e panoramico, entreremo in contatto prima con il mito di Scilla per passare poi alla sua millenaria storia, rimanendo sempre immersi nelle bellezze del paesaggio.

Ecco il punto di raduno che sarà la piazza San Rocco con il suo splendido affaccio

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piazza San Rocco, luogo del raduno

(Link Google Maps del luogo del raduno)

Dopo aver narrato la storie della chiesa di San Rocco ed aver attraversato il viottolo panoramico visiteremo il castello dei Ruffo e la chiesa dell’Immacolata e successivamente faremo tappa alla Locandiera per la degustazione dei piatti tipici di stagione.

Dopo pranzo continueremo il nostro viaggio a Chianalea, il borgo dei pescatori dove oltre a rimanere rapiti dagli scorci sul mare visiteremo le fontane storiche fino a giungere alla chiesa di San Giuseppe.

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uno degli scorci più suggestivi di Chianalea

 

Ultima tappa del nostro racconto sarà la chiesa dello Spirito Santo nel quartiere di marina Grande, decisamente la chiesa più suggestiva dell’intero borgo.

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chiesa Spirito Santo, Scilla

PROGRAMMA

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE 10.30

PARTENZA 11.00

MATTINA: VISITA PARTE ALTA DEL BORGO E PRANZO

POMERIGGIO:  CHIANALEA E  MARINA GRANDE (CHIESA SPIRITO SANTO)

FINE ESCURSIONE 17.00

DATI ESCURSIONE

COMUNE: SCILLA

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

RACCOMANDAZIONI

1 LT D’ACQUA

VESTIARIO COMODO

MACCHINA FOTOGRAFICA

OCCHIALI DA SOLE

INFO

Tel: 3489308724

Mail: ilgiardinodimorgana@gmail.com

CONTRIBUTI

5 euro per le attività dell’associazione

15 euro per pranzo ed ingresso monumenti

Max 20 partecipanti.

Prenotazioni entro il 03/11/2017

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.