Il Duomo ed i suoi “ricordi di pietra”

Duomo Reggio Calabria

Spesso accade che la Cattedrale di una città ne diventi simbolo, ma il Duomo di Reggio oltre a divenirne simbolo ne ha seguito per secoli le vicende storiche, venendo fondato in questa parte di città in contrapposizione alla Cattolica dei greci che insisteva nei pressi della banca sopra l’odiera Piazza Italia.  Successivamente i suoi splendori barocchi (di cui ne resta eccellente testimonianza nella Cappella del Sacramento)  furono danneggiati dai terremoti e  proprio la scalinata dell’edificio sacro fu teatro degli scontri Garibaldini. Testimonianza invece di alcuni rifacimenti vengono ricordati nella lapide del 1682 di cui poco più giù parleremo.

L’edificio moderno segue quel filo rosso che collega quasi tutte le chiese della nostra città realizzate nell’ultima ricostruzione, (eccezion fatta per la chiesa “Pepe”, la “Graziella” a Sbarre e Sant’Antonio ad Archi che sono molto più antiche)  quella a seguito del catastrofico terremoto del 1908, e cioè dentro un edifico novecentesco sono sempre custodite tracce di un passato molto più antico.

Questa volta ci soffermeremo su testimonianze scritte, delle lapidi, che provengono da periodi molto diversi, anzi le prime due furono realizzate in un tempo a noi molto prossimo metre la terza come già detto è databile al 1682.

Ma andiamo con ordine e partiamo da queste prime due lapidi collocate tra le porte d’ingresso della Cattedrale:

I due manufatti sono databili al 1978 e 1980 riferibili quindi all’opera di pastore della diocesi del vescovo Aurelio Sorrentino e furono volute su impulso di quest’ultimo da due papi differenti. La prima da Paolo VI che innalza a Basilica Minore la Cattedrale dei Reggini riconoscendole la sua importanza storica, per le memorie custodite e per l’opera pastorale che viene svolta.

La seconda lapide invece, voluta da Papa Giovanni Paolo II, rimanda all’origine del cristianesimo sulla sponda calabra dello Stretto con la venuta di San Paolo nel 58 d.C. e la nomina di Stefano da Nicea primo vescovo dei reggini, che vengono con autorità papale nominati rispettivamente patrono principale e patrono secondario della diocesi.

La terza lapide invece ha un passato molto più antico con una piccola appendice nell’ultimo secolo di storia reggina:

Lapide del 1682 del Duomo di Reggio Calabria

La lapide che testimonia l’importanza della sede vescovile reggina ricorda l’opera di risistemazione dell’edificio di culto voluta dal vescovo spagnolo Martino Ybanez di Villanueva e recita così (la traduzione proviene dal sito ufficiale della cattedrale www.cattedralereggiocalabria.it)

“ A Dio Ottimo Massimo. All’ Alma Vergine Madre Assunta al Cielo (intitolata) la Chiesa Reggina, Metropoli della Magna Grecia di un tempo, madre e capo di province, fondata nell’anno 58 dall’Apostolo Paolo, affidata al suo discepolo il martire Stefano, 1° Vescovo dei Reggini.
Per la cura dei beni spirituali l’Arcivescovo reggino della Calabria Ulteriore e Metropolita della stessa, Archimandrita di Ioppolo, Abate di S. Dionigi, è a capo di dieci Chiese Cattedrali, i cui Vescovi sono suffraganei, quello di Bova, di Cassano, di Catanzaro, di Crotone, di Gerace, di Nicastro, di Nicotera, di Oppido, di Squillace, di Tropea;
per la cura dei beni temporali, è alla presentazione del Re cattolico e Consigliere della regia Maestà, Conte della città di Bova e della campagna di Africo, Barone di Oppido di Castellace con giurisdizione di pura e mista sovranità, per concessione data dall’imperatore Enrico VI nell’anno 1199 e confermata da Federico II nell’anno 1223.
Martino Ybanez di Villanueva, spagnolo dell’Ordine della SS. Trinità, avvocato e qualificatore della Santa e Generale Inquisizione Spagnola, dottore e primo cattedratico della Scuola complutense di Sacra Teologia, dall’Episcopato di Gaeta Arcivescovo di Reggio, con la misericordia di Dio restaurò all’interno e all’esterno e riportò allo stato presente tutta questa  spagnolo dell’Ordine della SS. Trinità, avvocato e qualificatore della Santa e Generale Inquisizione Spagnola, dottore e primo cattedratico della Scuola complutense di Sacra Teologia, dall’Episcopato di Gaeta Arcivescovo di Reggio, con la misericordia di Dio restaurò all’interno e all’esterno e riportò allo stato presente tutta questa Chiesa, deforme e quasi crollata per la vetustà. Nell’anno del Signore 1682.”

La stele, come ricordato nell’iscrizione novecentesca in basso,  era collocata sul fronte del vecchio Duomo e subì dei danni (com’è facile vedere dalla foto) durante il terremoto del 1908 e venne poi ricomposta e collocata all’interno del Duomo moderno dal vescovo di Reggio Enrico Montalbetti nel 1939.

Reggio ed i suoi monumenti aspettano solo di essere scoperti e raccontati. Per farlo bisogna munirsi di occhi curiosi con approcci lenti perchè talvolta anche dei marmi ci raccontano storie vecchie di secoli o addirittura di millenni.

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Amendolea e le sue chiese

L’antico borgo di Amendolea riesce ad attrarre per tante ragioni, ad esempio per il suo irresistibile fascino, per i  silenzi tra le case dirute con l’affaccio su quel frammento di donjon pericolante da anni, o ad esempio per quegli scorci sul torrente sottostante che sembra quasi una lingua d’argento tra i fianchi verdastri ed aspri dei crinali che la contengono.

Tutto questo è Amendolea, ma oggi soffermiamoci su un’altra delle sue caratteristiche, sul numero così elevato di edifici sacri. Di fatti un borgo così piccolo presenta cinque edifici di culto.

La chiesa più grande, quella dell’Assunta, insiste su di un pianoro panoramico all’estremità opposta del castello e destinata ai riti del popolo. La nobiltà invece, disponeva all’interno dell’edificio fortificato di una cappella palatina, proprio alle spalle della grande sala fenestrata.

La cappella presenta ancora oggi residui d’affresco.

Appena fuori le mura del borgo, sono facilmente individuabili i ruderi delle chiese di Santa Caterina e quelli della chiesa di San Sebastiano con il suo splendido campanile.

Il fascino di questo luogo però non ha raggiunto il suo massimo. Un po’ più discosta dal centro del borgo, ma di poco, sulla strada che da Amendolea ripida porta a Bova, si incontra il vecchio segnale che indica la salita per giungere alla chiesa di San Nicola.

La chiesetta, dell’ XI sec., allo stato di rudere, è di piccole dimensioni, manca del tetto e di quasi tutta la parete meridionale dove un tempo si apriva l’ingresso.

L’edificio presenta tre absidi con quella centrale che presenta una piccola apertura e le due laterali, prothesis e diaconicòn, che sono i veri gioielli di questo antico edificio.

Le absidi laterali infatti, presentano ancora oggi (se ne invoca a gran voce un intervento conservativo) residui di affreschi. Se nell’abside di destra questi restano appena visibili, nell’abside di sinistra l’affresco è maggiormente apprezzabile e si individua una figura intera di Santo con paramenti sacri nell’atto di benedizione.

Il borgo di Amendolea e le sue bellezze difficilmente tradiscono le attese, l’unica cosa da portare da casa resta la curiosità, per il resto, la magia e la storia di quei luoghi giustificano sempre il viaggio.

 

 

San Giuseppe a Scilla

Le origini di questo luogo di culto risalgono al luglio 1619, quando Maria Ruffo invitò a Scilla i padri Crociferi con il compito di assistere la popolazione.

Venne costruito un piccolo ospedale e, per accoglierli, un convento su di una pre-esistente chiesa bizantina. Il convento era dotato di una cappella che venne intitolata a Maria SS. Annunziata. L’attuale chiesa altro non è che la cappella di quell’antico convento.

L’edificio restò in piedi fino alla metà del XIX secolo, quando venne distrutto a seguito dei lavori per la costruzione della ferrovia.

Testimonianza delle dimensioni dell’antico edificio è la porzione di arco ancora oggi visibile nella strada che, da Chianalea, conduce alla chiesa. La chiesa subì solo qualche danno al tetto nel terremoto del 1908 e questo portò alla realizzazione del tetto in legno; sempre nel ‘900 vennero realizzate due aperture rettangolari nella parte  sinistra dell’edificio. Nel 1996 venne avviata una campagna di restauro e recupero durante la quale vennero individuati i resti di una chiesetta bizantina che, probabilmente, poi venne utilizzata come cripta: vennero anche ritrovati i resti del canonico Bovi, morto nel terremoto del 1783, che, per sua volontà, venne sepolto nella Chiesa vicino al mezzo busto di San Giuseppe.

Fu proprio il canonico Bovi, che era anche medico, ad introdurre il culto di San Giuseppe a Scilla nella prima metà del ‘700. La statua che oggi viene esposta nell’abside della Chiesa è frutto di una donazione di due pescatori scillesi ed è databile al 1750 (presto racconteremo anche questa storia)

Molte le opere custodite all’interno della Chiesa ma sicuramente l’occhio viene rapito dal portale che dall’atrio porta all’interno della chiesa, in tufo del XVIII secolo, e dall’altare anch’esso in stile Settecentesco.

La chiesa di San Rocco a Scilla

La chiesa come la conosciamo oggi è il frutto di una riedificazione iniziata negli anni ’70 e ultimata nell’agosto 1990.

La storia però di questo edificio sacro è molto più antica. Il momento preciso in cui il culto di San Rocco si radica a Scilla non è facile da stabilire, ma partiamo da alcuni punti fermi.

In passato, dove adesso sorge la chiesa vi era un precedente edifici di culto dedicato a San Giorgio, ancora oggi di fatti, il quartiere alto di Scilla mantiene questa denominazione.

Si sa che tra il XV°- XVI° secolo gli Scillesi escono indenni da una epidemia di peste, e vengono a conoscenza che a Venezia, città con la quale Scilla intratteneva importanti rapporti commerciali, c’erano reliquie di San Rocco, il Santo protettore dalla peste.

Pare proprio che l’intercessione del Santo abbia giustificato il trasporto di una sua statua da Venezia a Scilla e l’adozione come Santo patrono.

Mons. D’Afflitto nel 1595 ci testimonia la presenza a Scilla di una confraternita dedicata a San Rocco.

E’ del 1738 l’edificazione di un nuovo edificio di culto dedicato al Santo patrono che però come molti altri edifici venne pesantemente colpito dai due terremoti del 1783 e 1908 anche se sempre ricostruito.

La riedificazione degli anni ’70 realizzata con il contributo degli Scillesi in patria ed all’estero, si rese necessaria per i danni patiti dall’edificio durante la seconda guerra mondiale.

L’edifico oggi conserva varie testimonianze del passato scillese, come le due statue del Santo, quella in marmo sull’altare ed una lignea processionale.

Oltre alle statue si conservano 4 dipinti provenienti dal convento dei padri osservanti, vicino all’ingresso un miracolo di Sant’Antonio, ed a sinistra un san Francesco d’Assisi in Gloria.

Altri due quadri sono conservati vicino al presbiterio e provengono sempre dal convento dei Padri Osservanti e rappresentano un Sant’Antonio in venerazione del Bambino e un San Giorgio in venerazione della Vergine (i quadri vengono tutti attribuiti ad Antonio Filocamo del quale l’ultimo quadro descritto porta la firma).

A Scilla, tutti gli edifici di culto anche se recenti, rimandano ad un passato lontano…

(foto archivio parrocchiale)

A spasso nel mito a Scilla

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Un’esperienza unica immersi nel fascino dei vicoli della perla della Costa Viola reggina, una passeggiata in un luogo carico di storia e mito in collaborazione con la Pro Loco di Scilla.

Inizieremo facendo due passi per il quartiere San Giorgio di Scilla, il più alto e panoramico, entreremo in contatto prima con il mito di Scilla per passare poi alla sua millenaria storia, rimanendo sempre immersi nelle bellezze del paesaggio.

Ecco il punto di raduno che sarà la piazza San Rocco con il suo splendido affaccio

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piazza San Rocco, luogo del raduno

(Link Google Maps del luogo del raduno)

Dopo aver narrato la storie della chiesa di San Rocco ed aver attraversato il viottolo panoramico visiteremo il castello dei Ruffo e la chiesa dell’Immacolata e successivamente faremo tappa alla Locandiera per la degustazione dei piatti tipici di stagione.

Dopo pranzo continueremo il nostro viaggio a Chianalea, il borgo dei pescatori dove oltre a rimanere rapiti dagli scorci sul mare visiteremo le fontane storiche fino a giungere alla chiesa di San Giuseppe.

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uno degli scorci più suggestivi di Chianalea

 

Ultima tappa del nostro racconto sarà la chiesa dello Spirito Santo nel quartiere di marina Grande, decisamente la chiesa più suggestiva dell’intero borgo.

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chiesa Spirito Santo, Scilla

PROGRAMMA

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE 10.30

PARTENZA 11.00

MATTINA: VISITA PARTE ALTA DEL BORGO E PRANZO

POMERIGGIO:  CHIANALEA E  MARINA GRANDE (CHIESA SPIRITO SANTO)

FINE ESCURSIONE 17.00

DATI ESCURSIONE

COMUNE: SCILLA

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

RACCOMANDAZIONI

1 LT D’ACQUA

VESTIARIO COMODO

MACCHINA FOTOGRAFICA

OCCHIALI DA SOLE

INFO

Tel: 3489308724

Mail: ilgiardinodimorgana@gmail.com

CONTRIBUTI

5 euro per le attività dell’associazione

15 euro per pranzo ed ingresso monumenti

Max 20 partecipanti.

Prenotazioni entro il 03/11/2017

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

 

 

 

 

Gli Ottimati ed una radice antica

Una delle chiese più suggestive della città di Reggio Calabria è senza dubbio quella degli Ottimati, un vero e proprio scrigno di bellezza.

Questa chiesa, come la quasi totalità degli edifici religiosi della nostra città, e non solo, risale ai primi del 900 (nella fattispecie il 1933) e proprio come le altre chiese, conserva al suo interno tracce preziosissime del nostro passato cittadino.

A cominciare dal nome Ottimati, denominazione comune della chiesa che è però dedicata a S. Maria Annunziata. Chi erano quindi questi OTTIMATI?

La denominazione deriva da Optimates, il ceto nobile che aveva diritto all’ingresso nell’antica congrega, appunto degli Ottimati.

La chiesa, originariamente edificata poco distante dall’odierno sito, era un antico edificio religioso bizantino, sul quale i Normanni, successivamente edificarono una chiesa, che dedicarono a San Gregorio Magno, che inglobò il precedente edificio.

La chiesa è dalla metà del ‘500 con fasi alterne, strettamente connessa con l’ordine dei Gesuiti ancora oggi presenti in quell’edificio sacro.

Le tracce del nostro passato rapiscono lo sguardo, dall’altare con il suo bel dipinto di fine ‘500 che raffigura l’Annunciazione, agli stemmi gentilizi presenti, al dipinto ottocentesco dove viene rappresentata la Vergine nell’atto di dettare la Regola al fondatore dei Gesuiti Sant’Ignazio di Loyola.

In ultimo la vera meraviglia costituita dall’antichissimo pavimento musivo, un’autentica gioia per gli occhi.

La chiesa nel tempo ha scontato una specie di inaccessibilità legata ad orari di apertura molto rigidi, ma di recente grazie alle attività del progetto “Chiese Aperte” voluto dall’ass. DIDART, gli Ottimati, hanno aumentato la loro capacità attrattiva. E’ di qualche giorno fa, la notizia che DIDART, continuerà nelle aperture del sabato anche per il periodo invernale (primo e terzo sabato del mese dalle 10 alle 12.30).

In città il fermento continua…

 

 

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Una storia che viene da lontano…

La storia dei Cappuccini all’Eremo è una storia molto antica e da sempre collegata alla venerazione dell’effige della Madonna della Consolazione.

I Cappuccini arrivarono all’Eremo nel 1533 trasferendosi dalla Valletuccio, invitati dall’arcivescovo del tempo Girolamo Centelles, e si insediarono su di un terreno che venne donato da un nobile, tale Giovan Bernardo Mileto.

Nel fondo, in cui i Cappuccini fecero sorgere la loro comunità, insisteva una cappella, con una riproduzione della Madonna della Consolazione di piccole dimensioni.

Nel 1547 per la costruzione di una chiesa, che rispondesse alle mutate esigenze di un culto che si rafforzava, al quale seguì inevitabilmente la crescita della comunità dei Cappuccini, il nobile Camillo Diano commissionò  al pittore Nicolò Andrea Capriolo una nuova raffigurazione della Vergine.

La nuova opera, quella a noi pervenuta, si arricchisce di due figure oltre alla Madonna con Bambino, si sommarono infatti San Francesco e Sant’Antonio, nei quali si ipotizza che l’artista abbia rappresentato i due nobili benefattori, Diano e Mileto.

Lo stretto legame però tra la cittadinanza reggina e la sua Patrona inizia nel decennio che va dal 1567 al 1577.
Sono proprio i Cappuccini ad occuparsi degli appestati ed è proprio ad un frate, Antonio Tripodi, che si trovava in preghiera davanti al quadro, che la Vergine preannunciò la fine della pestilenza.

Successivamente verrà avvertito il governatore, e si disporrà una processione popolare verso l’Eremo.

Nelle successive pestilenze del 1636 e 1656 il legame con l’Avvocata del popolo reggino crebbe e si consolidò ulteriormente.

Quel legame, che ancora oggi si avverte, resta uno dei pochi barlumi di unità, in una città perennemente divisa, che in occasione delle feste settembrine riesce a trovare momenti di convivenza.

E’ questo, che il passato, la storia comune di una città, di una comunità, dovrebbe permettere.

Riuscire a riabbracciare quello che siamo stati, conoscerlo, permette di individuare tratti comuni ed anche diversi ovviamente, che non necessariamente sfocino nel sacro, ma che inevitabilmente ci parlano di noi, di quei bagliori di storia comune che fa di Reggio una comunità.

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Beato lui…

Questa settimana nella rubrica pillole di storia, decido di condividere con voi un ricordo più che  un racconto storico, confido nella vostra benevolenza…

Questo ricordo risale a circa 15 anni fa, quando per la prima volta notai una statua all’interno della chiesa di San Giorgio al corso (Rc), in realtà oltre alla statua quello che mi colpì fu vedere il mio cognome ai piedi della stessa.

La statua è quella del Beato Giovanni Guarna ancora oggi custodita all’interno della chiesa di San Giorgio.

Ricordo di aver fatto domande e ricerche sulla mia famiglia (il virus dello storico è rimasto quasi mai silente) da quando ne ho memoria ma mai sentì parlare di questa figura…

Il beato nacque nel 1190 da nobile famiglia, sacerdote e dottore in teologia entrò nei domenicani a Bologna e ricevette l’abito dell’ordine direttamente dalle mani di San Domenico.

Dal Santo ricevette l’incarico di propagare l’ordine in Toscana. A s. Jacopo di Ripoli, creò la prima comunità femminile domenicana.

Si spostò a San Pancrazio ed a San Paolo e fondò a Firenze l’Abbazia di Santa Maria Novella, presso le antiche mura della città.

Ricevette l’incarico da Gregorio IX di riformare il monastero benedettino di Sant’Antimo. Fu proprio Giovanni Guarna a correre a Bologna al capezzale si S. Domenico per tributargli l’ultimo sacramento.

Rientrato a Firenze si impegnò nelle sue attività di predicazione e conversione fino alla morte che sopravvenne nel 1241.

Dal 1571 le reliquie riposano in Santa Maria Novella in Firenze, Pio VI approvò nel 1783 il culto del beato.

La statua del Beato venne donata alla chiesa di San Giorgio dalla famiglia Guarna nel XX sec.

Tracce del passato nascoste in pieno centro

Proprio alle spalle della chiesa di San Giorgio al corso (intra) esiste un sito archeologico troppo spesso dimenticato ma che testimonia un periodo poco documentato della città di Reggio Calabria.

La storia moderna di questo sito nasce intorno al 1988, quando, durante dei lavori di ristrutturazione del cortile retrostante la chiesa attuale, affiorarono resti murari.

Il sito, di difficile lettura, documenta varie fasi edilizie successive.

Poco più in là del perimetro murario venne individuata un’area di sepoltura che termina sotto la chiesa di San Giorgio.

Lo scavo mise in luce un edificio di culto del quale sono ancora visibili gran parte del muro perimetrale nord, l’abside settentrionale, una porzione dell’abside centrale e parte di un pilastro che probabilmente reggeva l’arco trionfale.

All’area del presbiterio si accedeva attraverso dei gradini, sotto i quali insisteva una sepoltura, probabilmente di un personaggio influente della città.

Gli scavi hanno poi messo in luce alcuni ambienti di probabile datazione Ottocentesca: forse le cisterne di raccolta delle acque dell’orfanotrofio provinciale che insisteva proprio nell’area oggi occupata dalla chiesa di San Giorgio.

Ma è possibile stabilire a chi fosse dedicata questa chiesa? Pare di sì.

La teoria maggioritaria individua in questi resti la chiesa di San Giovanni Extra Muros (così definita perché esterna alla cortina difensiva di epoca normanna ma che poi venne inglobata dalle opere difensive successive), in stretta correlazione con il cenobio femminile dell’ordine benedettino di San Giovanni d’Ocaliva, documentato nei Regesti Vaticani dal 1183 al 1327.

Quell’area, successivamente, divenne il quartiere ebraico della città, (ecco perché ancora oggi quella via prende il nome di via Giudecca) e, probabilmente, proprio per la presenza di tale comunità, l’edificio venne abbandonato.

Sul finire del ‘500, Mons. Annibale d’Afflitto, nei resoconti delle sue visite pastorali, ci documenta che nell’area della parrocchia della Candelora si trovava la chiesa di San Giovanni Battista.

Nello stesso sito, sempre sul finire del ‘500, venne poi realizzata la chiesa di Santa Maria della Vittoria per celebrare la vittoria delle forze del Papa nella battaglia di Lepanto (è curioso notare come ancora oggi la chiesa di San Giorgio sia anche nota come Tempio della Vittoria, anche se in riferimento al primo conflitto mondiale).

Altri studiosi individuano nelle tracce murarie del sito la chiesa di Santa Maria di Pedoglioso, retrodatando l’edificazione al periodo bizantino e individuando nelle forme e nell’orientamento una chiesa di rito ovviamente ortodosso.

L’attribuzione potrebbe risultare dubbia: il fascino di questa pagina di storia, spesso celata ai nostri occhi è, invece, certo.

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L’arte nascosta in piena vista

Uno dei luoghi meno conosciuti della nostra Reggio, è sicuramente la Chiesa del Santo Cristo, si, so cosa vi state chiedendo, “e qual’è questa chiesa?”…

Lo so per esperienza, fino all’anno scorso anch’io mi chiedevo quale fosse questa chiesa e una volta individuata, iniziai a chiedermi cosa contenesse al suo interno…

Stano non averla mai notata, eppure si trova vicino la sede della mia vecchia università, la chiesa del Santo Cristo, infatti, si trova proprio nella discesa di Via del Valentino ad incrocio con Via Plutino, proprio di fronte Palazzo Zani sede della facoltà di Giurisprudenza.

Questa chiesa, come molte altre della nostra città risale alla prima parte del novecento, fu costruita proprio in quel luogo dopo il terremoto del 1908. Proprio come molte altre chiese della nostra città, custodisce però, al suo interno, tracce molto più antiche del nostro passato.

Questo edificio, è strettamente collegato alla storia di una delle confraternite più antiche della nostra città, la Confraternita dei Bianchi, che nasce nel 1539 e si insedia in città nel 1548 presso la chiesa di Santa Maria della Melissa.

Le prime attività della confraternita durarono fino al 1594 data in cui un’ incursione turca devastò molti edifici di culto. I Bianchi rientrarono in città nel 1616 con l’attribuzione dell’arcivescovo del tempo, monsignor D’Afflitto, della chiesa di Santa Margherita all’ospedale.

Particolare fu il compito attribuito alla confraternita dal D’Afflitto, che la impegnava a dare giusta sepoltura ai condannati a morte, oltre a riconoscere un posto d’onore nelle varie processioni cittadine, posto ancora oggi conservato.

La confraternita deve il proprio nome al colore degli indumenti indossati, sacco, cappello e cingolo erano, di fatti, interamente bianchi.

Il terremoto del 1783 distrusse la chiesa sede della confraternita e nel 1826 venne edificata la chiesa del Sangue di Cristo, comunemente nota come chiesa del Santo Cristo che venne distrutta anch’essa dal sisma del 1908, per essere riedificata nel 1936 con le fattezze che oggi possiamo ammirare.

La chiesa è un vero e proprio scrigno, oltre ad un soffitto a cassettoni molto pregevole, custodisce al suo interno un Ecce Homo  di pregevole fattura oltre ad un altare un tempo collocato nella cattedrale i cui elementi fondamentali vennero trasferiti e ricomposti dopo il terremoto del 1908 come altare principale della chiesa, dalla nobile famiglia Tripepi i cui stemmi ancora adornano il manufatto.

La confraternita custodisce anche una statua lignea processionale raffigurante un Cristo deposto, ed un tempo la chiesa era adornata con due opere raffiguranti San Giuseppe con Bambino e San Giovanni decollato trafugate qualche anno fa da qualche “imbecille”.

La chiesa Del Santo Cristo rappresenta una delle tracce più significative della nostra città e a breve tornerà visitabile attraverso il progetto “Chiese Aperte” che garantirà aperture per i Weekend dell’estate. Un passo certo, che per quanto estremamente significativo, deve essere accompagnato da una maggiore apertura al pubblico della chiesa, e da una maggiore diffusione delle bellezze in essa contenute.