Premio di poesia San Gaetano Catanoso

Ecco il bando della terza edizione del concorso di poesia dedicato a San Gaetano Catanoso. In fondo al testo è disponibile la versione scaricabile.

premio di poesia san gaetano catanoso

 

III° Premio di poesia “San Gaetano Catanoso”

Le Associazioni “La Voce del Sud”, “Gallicianò Centro Studi Grecofono”, “Amici del Volto Santo di San Gaetano Catanoso” ed “Il giardino di Morgana” indicono la seconda edizione del “Premio di poesia San Gaetano Catanoso” con l’intento di creare un momento di crescita culturale che divenga un appuntamento fisso nel calendario delle iniziative che si svolgono nel quartiere della città di Reggio Calabria in cui insiste il Santuario del Volto Santo di San Gaetano Catanoso, patrono della provincia reggina. Si intende, altresì, promuovere lo sviluppo e la diffusione dell’ars poetica come attività creativa capace di trasmettere emozioni, valori ma anche tradizioni, usi e costumi.

ART. 1

REQUISITI E MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE

1. Al Premio possono partecipare tutti i poeti che abbiano raggiunto la maggiore età.

2. Le poesie ammesse al Premio dovranno essere scritte in lingua italiana, oppure in dialetto calabrese.

3. Tutti i dati inerenti l’autore e l’opera dovranno essere inseriti all’interno di una scheda di partecipazione e comunicati al seguente indirizzo di posta elettronica: amicisangaetanocatanoso@gmail.com. La scheda di partecipazione dovrà contenere: nome e cognome dell’autore, data e luogo di nascita, un indirizzo di posta elettronica ed un recapito telefonico per le comunicazioni ed il titolo della poesia.

4. Le poesie non dovranno in alcun punto recare indicazione del nome dell’autore o altro riferimento che consenta il riconoscimento di quest’ultimo. Il nome dell’autore con i relativi dati personali dovranno essere indicati sulla scheda di partecipazione.

5. Sono ammesse anche le poesie già premiate e pubblicate in altri concorsi, purché i diritti siano rimasti di esclusiva proprietà dei singoli autori.

Art. 2

SEZIONI

1. Il Premio si articola in due sezioni:

– Sezione A: poesia in lingua italiana a tema libero;

– Sezione B: poesia in dialetto calabrese a tema libero;

– Sezione C: poesia a tema specifico in lingua italiana;

– Sezione D: poesia a tema specifico in dialetto calabrese.

2. Ogni autore può partecipare con un massimo di due poesie.

Art. 3

TEMA PER LE SEZIONI “C” E “D”

  1. Per le sezioni “C” e “D”, ovvero le sezioni a tema specifico, le poesie dovranno riguardare il seguente argomento: “I luoghi di San Gaetano Catanoso: Chorio di San Lorenzo, Pentedattilo e Reggio Calabria”.

Art. 4

ONERI E SCADENZA

Per poter partecipare al concorso è necessario effettuare un versamento di euro 5,00, a titolo di oneri di partecipazione, per ogni poesia inviata, tramite bonifico intestato a:

LA VOCE DEL SUD – codice IBAN

IT47H0760116300000097306336.

  1. Le opere, corredate da una scheda anagrafica e dall’attestazione dell’avvenuto pagamento, dovranno pervenire entro il 15.04.2019 al seguente indirizzo di posta elettronica: amicisangaetanocatanoso@gmail.com oppure potranno essere consegnate, brevi manu, presso il Santuario del Volto Santo di San Gaetano Catanoso, contattando il numero: 3489308724. In tale occasione potranno essere pagati anche gli oneri di partecipazione.

  2. Info: amicisangaetanocatanoso@gmail.com oppure il numero 3489308724.

Art. 5

PREMI

  1. Verranno premiati i primi tre classificati per ogni sezione.

  2. Tutti i partecipanti riceveranno unattestato di partecipazione.

Art. 6

DATA DI PREMIAZIONE

La cerimonia di premiazione si terrà il 19 maggio 2019, alle ore 17,30 presso l’Auditorium del Santuario di San Gaetano Catanoso di Reggio Calabria.

Art. 7

 GIURIA

I componenti della giuria esaminatrice, formata da persone qualificate, saranno resi noti all’atto della premiazione. Il giudizio della giuria è insindacabile.

 

ART. 8

TUTELA DATI PERSONALI.

I dati personali dei partecipanti saranno tutelati in base al Decreto Legislativo n° 196 del 30 giugno 2003 ed all’art. 13 del GDPR 679/16. Tali dati non saranno comunicati o diffusi a terzi a qualsiasi titolo. Ciascun concorrente autorizza la pubblicazione gratuita delle opere inviate con il proprio nominativo. Le opere non saranno restituite e viene autorizzata l’Organizzazione del Concorso al trattamento dei dati personali finalizzati allo svolgimento del Concorso (D. L.196/2003).

Art. 9

ACCETTAZIONE DEL REGOLAMENTO

  1. La partecipazione al Premio implica la totale accettazione del presente regolamento. La mancata osservanza di un solo articolo di questo bando comporterà l’automatica e immediata esclusione dal Premio del trasgressore. La Segreteria del Premio si riserva la facoltà di modificare il presente regolamento, ove si verificasse la necessità di farlo.

  1. Per ogni eventuale comunicazione o chiarimento relativo alle modalità di partecipazione al concorso è possibile contattare il seguente indirizzo di posta elettronica: amicisangaetanocatanoso@gmail.com oppure il numero 3489308724.

III premio San Gaetano Catanoso

 

 

 

 

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La Via dei Borghi 2018

la via dei borghi a bruzzano
Arco Carafa (ph Alessandra Moscatello)

E’ passato praticamente un anno da quando, quasi per scommessa, è nata l’idea de La Via dei Borghi. Un viaggio nato dalla sinergia tra le associazioni Kalabria Experience e Il Giardino di Morgana che si è articolato in un calendario di otto escursioni suddivise in due gruppi, intervallati dal periodo estivo, e finalizzato a permettere una fruizione dei borghi aspromontani in periodi di scarsa affluenza turistica.
Il progetto, articolato su più tappe, si prefiggeva una destagionalizzazione del flusso turistico attraverso una presenza sul territorio con un approccio eco-sostenibile ed esperienziale.

La convinzione di fondo è che il turismo lento e la comprensione dei luoghi, permettono una maggiore conoscenza nel territorio di residenza (nel caso di residenti) o di destinazione (nel caso di non residenti) nei fruitori del progetto, che indirettamente diventano “ambasciatori” attraverso varie forme di comunicazione, come ad esempio la condivisione di foto e video sui social network.

Ed ecco i numeri prodotti:

Report La via dei Borghi.jpg

 

Questi i dati che permettono, in modo eccessivamente sterile, di sintetizzare un anno ricco di storie reccontate ma anche da raccontare, a partire dal giorno della presentazione a Condofuri Marina nel cuore dell’Area Grecanica e via via poi in tutti questi lunghi mesi, dove anche il maltempo spesso ha deciso di unirsi al gruppo.

presentazione a condofuri
Presentazione  (ph Alessandra Moscatello)

Sono stati 455 i partecipanti totali (120 Motta San Giovanni – Lazzaro, 70 Gallicianò – Amendolea, 53 Bova, 85 Valle degli Armeni, 53 Placanica, 34 Sant’Agata del Bianco, 19 Bovalino – Condojanni, 40 Mammola) , con una buona dose di presenze costanti, durante le otto tappe del programma.

 

Tante le istituzioni, le associazioni e le guide locali coinvolte che hanno costituito la vera ossatura di questo lungo viaggio fatto di attese, difficoltà ma anche di tantissima bellezza condivisa.

Tre gli eventi collegati. Già a partire dalla prima tappa con la presentazione del volume “Edward Lear, tra Motta San Giovanni e la Bovesìa. La Storia del Gran Tour nella Calabria Meridionale” dei Prof. Saverio Verduci e Anna Rita Mazzitelli guide d’eccezione al Castello di Motta e poi nello splendido Antiquarium di Lazzaro. Tanta l’emozione anche all’inaugurazione dell’area dei frantoi a Gallicianò finalmente restituita alla collettività grazie agli sforzi del Centro Studi Grecofono, Calabria verde e l’aministrazione comunale,  guidata al tempo dall’ex sindaco Mafrici.  Infine il battesimo della nuova cartellonistica di Brancaleone Vetus frutto degli sforzi della locale Pro Loco

 

Sono state 8 le aziende coinvolte durante la stagione, ed il dato deve assolutamente essere migliorato visto che il progetto è finalizzato oltre che alla conoscenza del territorio e delle sue bellezze storiche, archeologiche, architettoniche e paesaggistiche anche alla messa in contatto con il sistema produttivo locale, fatto di tante piccole realtà a loro modo speciali e spesso uniche come la storia di Pasquale e del suo locale Gròmu a Condojanni.

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Gròmu a Condojanni

Un anno questo che ci ha permesso di conoscere una realtà palpitante fatta di bellezza senza tempo e di occhi curiosi con un’estrema voglia di conoscere la nostra terra. Il nostro augurio, ringraziando tutti per l’affetto, è di riuscire anche per la prossima stagione di coniungare entrambe le cose.

#PameAmbrò

 

 

Il Duomo ed i suoi “ricordi di pietra”

Duomo Reggio Calabria

Spesso accade che la Cattedrale di una città ne diventi simbolo, ma il Duomo di Reggio oltre a divenirne simbolo ne ha seguito per secoli le vicende storiche, venendo fondato in questa parte di città in contrapposizione alla Cattolica dei greci che insisteva nei pressi della banca sopra l’odiera Piazza Italia.  Successivamente i suoi splendori barocchi (di cui ne resta eccellente testimonianza nella Cappella del Sacramento)  furono danneggiati dai terremoti e  proprio la scalinata dell’edificio sacro fu teatro degli scontri Garibaldini. Testimonianza invece di alcuni rifacimenti vengono ricordati nella lapide del 1682 di cui poco più giù parleremo.

L’edificio moderno segue quel filo rosso che collega quasi tutte le chiese della nostra città realizzate nell’ultima ricostruzione, (eccezion fatta per la chiesa “Pepe”, la “Graziella” a Sbarre e Sant’Antonio ad Archi che sono molto più antiche)  quella a seguito del catastrofico terremoto del 1908, e cioè dentro un edifico novecentesco sono sempre custodite tracce di un passato molto più antico.

Questa volta ci soffermeremo su testimonianze scritte, delle lapidi, che provengono da periodi molto diversi, anzi le prime due furono realizzate in un tempo a noi molto prossimo metre la terza come già detto è databile al 1682.

Ma andiamo con ordine e partiamo da queste prime due lapidi collocate tra le porte d’ingresso della Cattedrale:

I due manufatti sono databili al 1978 e 1980 riferibili quindi all’opera di pastore della diocesi del vescovo Aurelio Sorrentino e furono volute su impulso di quest’ultimo da due papi differenti. La prima da Paolo VI che innalza a Basilica Minore la Cattedrale dei Reggini riconoscendole la sua importanza storica, per le memorie custodite e per l’opera pastorale che viene svolta.

La seconda lapide invece, voluta da Papa Giovanni Paolo II, rimanda all’origine del cristianesimo sulla sponda calabra dello Stretto con la venuta di San Paolo nel 58 d.C. e la nomina di Stefano da Nicea primo vescovo dei reggini, che vengono con autorità papale nominati rispettivamente patrono principale e patrono secondario della diocesi.

La terza lapide invece ha un passato molto più antico con una piccola appendice nell’ultimo secolo di storia reggina:

Lapide del 1682 del Duomo di Reggio Calabria

La lapide che testimonia l’importanza della sede vescovile reggina ricorda l’opera di risistemazione dell’edificio di culto voluta dal vescovo spagnolo Martino Ybanez di Villanueva e recita così (la traduzione proviene dal sito ufficiale della cattedrale www.cattedralereggiocalabria.it)

“ A Dio Ottimo Massimo. All’ Alma Vergine Madre Assunta al Cielo (intitolata) la Chiesa Reggina, Metropoli della Magna Grecia di un tempo, madre e capo di province, fondata nell’anno 58 dall’Apostolo Paolo, affidata al suo discepolo il martire Stefano, 1° Vescovo dei Reggini.
Per la cura dei beni spirituali l’Arcivescovo reggino della Calabria Ulteriore e Metropolita della stessa, Archimandrita di Ioppolo, Abate di S. Dionigi, è a capo di dieci Chiese Cattedrali, i cui Vescovi sono suffraganei, quello di Bova, di Cassano, di Catanzaro, di Crotone, di Gerace, di Nicastro, di Nicotera, di Oppido, di Squillace, di Tropea;
per la cura dei beni temporali, è alla presentazione del Re cattolico e Consigliere della regia Maestà, Conte della città di Bova e della campagna di Africo, Barone di Oppido di Castellace con giurisdizione di pura e mista sovranità, per concessione data dall’imperatore Enrico VI nell’anno 1199 e confermata da Federico II nell’anno 1223.
Martino Ybanez di Villanueva, spagnolo dell’Ordine della SS. Trinità, avvocato e qualificatore della Santa e Generale Inquisizione Spagnola, dottore e primo cattedratico della Scuola complutense di Sacra Teologia, dall’Episcopato di Gaeta Arcivescovo di Reggio, con la misericordia di Dio restaurò all’interno e all’esterno e riportò allo stato presente tutta questa  spagnolo dell’Ordine della SS. Trinità, avvocato e qualificatore della Santa e Generale Inquisizione Spagnola, dottore e primo cattedratico della Scuola complutense di Sacra Teologia, dall’Episcopato di Gaeta Arcivescovo di Reggio, con la misericordia di Dio restaurò all’interno e all’esterno e riportò allo stato presente tutta questa Chiesa, deforme e quasi crollata per la vetustà. Nell’anno del Signore 1682.”

La stele, come ricordato nell’iscrizione novecentesca in basso,  era collocata sul fronte del vecchio Duomo e subì dei danni (com’è facile vedere dalla foto) durante il terremoto del 1908 e venne poi ricomposta e collocata all’interno del Duomo moderno dal vescovo di Reggio Enrico Montalbetti nel 1939.

Reggio ed i suoi monumenti aspettano solo di essere scoperti e raccontati. Per farlo bisogna munirsi di occhi curiosi con approcci lenti perchè talvolta anche dei marmi ci raccontano storie vecchie di secoli o addirittura di millenni.

“Quattru petri”… o forse no.

Spesso ci diciamo che la bellezza è nascosta in piena vista, troppo spesso presi da ritmi di vita frenatici e per poca curiosità diamo quasi per scontati e per poco interessanti testimonianze che ci parlano di glorie passate e di pagine di storia cittadina che ogni reggino dovrebbe conoscere almeno per sommi capi, così tanto per evitare i soliti tormentoni triti e ritriti antistorici ed autolesionistici tipo “Riggiu non vindiu mai ranu” o il tombale “non c’è nenti”

Ad esempio, così tanto per citar qualche bellezza in luoghi conosciuti a tutti come lo splendido Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria potremmo fare pochi passi dal Museo Archeologico della Magna Grecia per andare a scoprire una delle tombe rinvenute durante i lavori di scavo per la realizzazione dello stesso Museo. La tomba, alle spalle di una nota gelateria, è sorella di quelle ancora oggi visibili nel piano interrato del Museo rimaste intatte e inalterate rispetto alla loro condizione originaria.

Ma continuiamo sempre sullo stesso asse viario, il Lungomare reggino, che dovrebbe necessariamente divenire un vero giardino privo di strutture ingombranti che andrebbero ripensate e ricollocate in altra sede per lasciare finalmente spazio ai monumentali Ficus Magnolia e permettere a quest’ ultimi di trovare con le loro radici quella terra che da troppo tempo non riescono a raggiungere e che nonostante i ripetuti avvertimenti (leggi caduta rami) noi continuiamo a circoscrivere in angusti spazzi non più sufficienti.

Attraversato quindi questo lungo viale sospeso sull’azzurro intenso dello Stretto arriviamo nella prima area Archeologica che arricchisce questa passeggiata, le mura greche della città.

Il sito, che meriterebbe maggiore visibilità e comunicazione, ci parla di un passato glorioso ed importante.  La teoria più accreditata vuole l’edificazione delle mura intorno al IV sec. a.C. quando la città dopo la caduta per mano del tiranno Dionisio di Siracusa venne ripoliticizzata e riorganizzata dal figlio Dionisio il Giovane dal 356 a.C in poi.

Il sito presenta oggi solo la zoccolatura in arenaria con una doppia cortina di pietre parallele che lasciva un spazio interno, un tempo riempito per dare solidità con terra e pietrisco, su questa base poi si ergeva  il muro in mattoni cotti che presentavano i bolli che certificavano talvolta il nome del produttore ed in alcuni casi la destinazione del mattone stesso con su stampigliato “delle mura”, “dei reggini”.

Volendo ci si potrebbe anche fermare qui, e spesso questa scelta è forzata visto che si attende un’apertura sistematica di questo sito magari mettendolo anche a profitto di chi lo gestisce, ma c’è una nota positiva, visto che il sito finalmente può godere di una pulizia più ravvicinata nel tempo e comunque se realmente non ci si vuole fermare qui, basta procede ancora per pochi passi verso la stazione centrale di Reggio per gettare lo sguardo sul sito archeologico delle Terme Romane con i suoi ambienti ed il suo mosaico pavimentale.

Abbiamo fatto poco più di un chilometro eppure di cose ne abbiamo viste ed immaginate e ci siamo fermati solo a panorama, alberi e storia, senza neanche fare soste nei vari chioschi a gustare le specialità enogastronomiche del nostro territorio eppure la cappa dell’occasione mancata dell’incompiuta spesso dopo un po’ ci assale.

Forse perché troppo spesso a quei tormentoni iniziali noi reggini ne aggiungiamo uno ancora più pesante che come piombo appesantisce il volo di questa Città. Diciamocelo pure, per molti di noi quelle sono solo “quattro pietre” anzi “quattru petri” perché forse non riusciamo a comprenderci, non riusciamo a capire che presentarci in modo così “Tafazziano” è solo autolesionistico, è come se un venditore di petrolio durante la trattativa desse fuoco ai barili per impressionare l’acquirente.

Forse prima di proporci dovremmo realmente capire chi siamo ed accompagnare questo con il contorno fatto di divertimento e tanto altro ancora, prendendo spunto ancora una volta dalla cucina dove il piatto forte non è mai stato il contorno.

 

Tra i reperti del MArRC anche Iside e Serapide

Spesso ci diciamo che il Museo di Reggio non è solo Bronzi di Riace (e fortunatamente è proprio così) e forse troppo spesso affascianti da reperti esteticamente più facilmente leggibili tralasciamo una parte del percorso espositivo del livello D del MArRC, quello riservato alle epigrafi che custodiscono, se osservate con la giusta curiosità, pagine di storia cittadina e mediterranea di rilevante importanza.

Proprio vicino ad epigrafi sepocrali di un comandante della flotta romana e a quella di un liberto (schiavo liberato) legato alla famiglia imperiale probabilmente in città al seguito di Giulia figlia di Augusto, troviamo un blocco tozzo a forma di parallelepipedo che riporta la seguente iscrizione:

ISI ET SERAPI SACRUM Q(uintus) FABIUS TITIANI LIB(ertus) INGENUUS SEVIR AUGUSTALIS FAB(ia) CANDIDA SACRORUM S(ua) P(ecunia).

CONSACRATO A ISIDE E SERAPIDE DA QUINTO FABIO INGENUO LIBERTO DI TIZIANO, SEVIRO AUGUSTALE E DA FABIA CANDIDA DEVOTA (o consacrata) AD ISIDE. A PROPRIE SPESE

(interpretazione e traduzione sono riprese così come riportate nella didascalia museale).

Quest’architrave di età imperiale potrebbe sembrare uno dei tanti reperti del nostro passato, ma questo straordinario blocco ci testimonia l’apertura religiosa verso culti provenienti dall’oriente ed in questo caso dall’Egitto Tolemaico.

Iside e Serapide non sono divinità appartenenti all’originale Pantheon romano ma iniziano un lungo viaggio che dall’Egitto probabilmente tramite Alessandria fece tappa in città meridionali come Regium, nel II sec. a.C. li troviamo a Pompei e progressivamente conquistarono Roma.

Si tratta di culti popolari e popolani che il senato vietò inutilmente più volte e ne fece radere al suolo i templi nel 58, 53, 50 e 48 ma i fedeli costantemente li riedificarono.

Successivamente a Roma però a queste divinità vennero eretti templi, nel Campo Marzio a Iside sotto Caligola e più tardi nell’area del Quirinale a Serapide sotto Caracalla.

Come abbiamo visto queste divinità hanno affrontato un viaggio lungo che le ha portate da oriente al cuore dell’impero. Iside si è progressivamente trasformata da divinità egiziana a divinità ellenistica/romana. Serapide invece è una creazione dei Tolomei che fonde in un’unica divinità le caratteristiche di Osiride, Zeus e Plutone.

Ancora una volta i frammenti custoditi al Museo di Reggio pongono la città nel cuore degli scambi e delle culture mediterranee a rimarcare nuovamente una propensione mediterranea che oggi abbiamo un po’ perso e che deve necessariamente essere riscoperta.

 

 

 

La via dei borghi a Motta-Lazzaro

Motta San Giovanni-Lazzaro

Sarà la tappa di Motta San Giovanni e Lazzaro a dare il via al progetto “La via dei Borghi”.

Un territorio ricco di bellezze archeologiche, storiche e paesaggistiche con il suo famoso Castello di Santo Niceto che rappresenta l’eccellenza di quest’area che non sarà l’unica attrazione di giornata. L’escursione si arricchirà con la visita all’Antiquarium di Lazzaro e con l’unicità della visita al parco archeologico poco distante.

Sarà perciò un itinerario alla scoperta della storia dell’intero territorio di Motta San Giovanni e non solo, anche di pagine di storia che interessano l’intero bacino del Mediterraneo.

Il programma prevede il raduno presso la rotatoria (la prima di Lazzaro provenendo da Reggio) che interseca la via Magna Grecia che in pochi minuti porta a Motta San Giovanni.

(link google maps luogo del raduno dei partecipanti)

Giunti nel punto di inizio percorso Trekking, procederemo per circa un’ora a piedi tra i paesaggi dell’agro del comune di Motta S.G. prima di giungere alla fortezza di Santo Niceto con i suoi suggestivi panorami.

Dopo la visita e la pausa pranzo con degustazione di profotti tipici si rientrerà al luogo di parcheggio per poi scendere a Lazzaro per completare la giornata con la visita all’Antiquarium ed al vicino sito archeologico.

Durante la giornata si effettuerà il contest fotografico con la collaborazione di IG Calabria con hashtag di giornata #IG_MottaSanGiovanni

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE ROTATORIA LAZZARO ALLE ORE 9.00

PARTENZA VERSO MOTTA S.G. 9.30 (lo spostamento avverà in macchina)

INIZIO PERCORSO TREKKING VERSO IL CASTELLO ORE 10.00

ARRIVO AL CASTELLO E VISITA 11.00 – 12.00

PAUSA PRANZO DALLE 12.00 ALLE 14.00 A CURA DEI PARTECIPANTI

ALLE ORE 14.00 TREKKING DI RITORNO VERSO LE AUTOMOBILI

VISITA ALL’ANTIQUARIUM DI LAZZARO ALLE 15.30

VISITA SITO ARCHEOLOGICO DI LAZZARO ALLE 16.30

DATI ESCURSIONE

COMUNE: MOTTA SAN GIOVANNI

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

RACCOMANDAZIONI

VESTIARIO COMODO

MACCHINA FOTOGRAFICA

INFO

Tel: 3489308724 Domenico o 3470844564 Carmine

Web: ilgiardinodimorgana.wordpress.com o kalabriaexperience.altervista.org

L’ESCURSIONE PREVEDE UN CONTRIBUTO ALLE ATTIVITA’ DELLE ASSOCIAZIONI DI 5 EURO (CHE RESTA COMUNQUE LIBERO E VOLONTARIO)

 

Prenotazioni entro il 14/04/2018

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

Pietrapennata

Questa settimana per #PilloleDiStoria ospitiamo un articolo di Carmine Verduci che ci racconta di Pietrapennata e della Madonna della Lica.

Buona lettura…

Pietrapennata è un piccolo borgo semiabbandonato che appartiene al comune di Palizzi in provincia di Reggio Calabria svettante a 670 metri sul livello del mare ai piedi del Monte Gallo. Le sue origini sono antiche, come del resto la maggior parte dei borghi del nostro entroterra, basti pensare che i primi abitanti furono probabilmente degli individui provenienti da Malta, come appunto testimoniano ricerche e idiomi ancora oggi in uso presso la popolazione locale dove gli abitanti di Pietrapennata vengono ancora chiamati “martisi”.

Il borgo non ha una struttura urbana di tipo classico medievale con castello e fortificazioni, ma nasce e si sviluppa come insediamento rurale che anticamente aveva generato dei profondi contrasti con la vicina Palizzi (oggi più comunemente chiamata Palizzi Superiore). Tra gli abitanti dei due paesi infatti vi erano profonde divergenze dovute alle diverse culture. Pietrapennata è unito alla stessa sorte di Palizzi Superiore nel lento e inesorabile spopolamento dovuto all’emigrazione che sta svuotando non pochi centri storici dell’entroterra Calabrese.

Giungendo al vecchio borgo di Pietrapennata si intravedono i ruderi delle antiche abitazioni dove nella parte bassa del borgo si vedono ancora qua e là le mura di case costruite con pietra locale, il “marmo brecciato di Palizzi”

A far da cornice a questo borgo è sicuramente la “rocca di Sant’Ippolito” come una “piuma di pietra” che deve aver affascinato molto anche Edward Lear che trovandosi a passare da queste parti scrive nel suo “Diario di un viaggio a piedi” nell’  anno 1847:

“Oh, boschi rari di Pietrapennata! Io non ricordo di aver visto un più bel posto di quello della «roccia alata», nominata appropriatamente «piumata» com’è sin dalla base alla cima.”

Probabilmente è a questo elemento naturale che il borgo deve il nome. Altra ipotesi è quella che suggeriscono gli anziani che ritengono che il nome deriverebbe dal termine in dialetto “pinnata” che significa “capanna” e appunto “pietra della capanna”. Quel che emerge da ricerche storico-archeologiche, è che nei pressi di Palizzi sorgeva un monastero, e che questo avesse a che fare con il Santuario della Madonna della Lica o dell’Alica (a circa 2km di distanza da Pietrapennata).  Questa teoria vuole che il monastero di Sant’Ippolito abbia successivamente dedicato alla Vergine della Lica, una statua in marmo di Alabastro di scuola Gaginiana, che oggi è possibile ammirare nella chiesa dello Spirito Santo nel centro storico di Pietrapennata.

La statua a mezzobusto della Madonna pare sia arrivata sin qui dalla Sicilia e sbarcata miracolosamente nella marina di Palizzi all’alba della battaglia di Lepanto in occasione della quale i cristiani fermarono definitivamente l’avanzata Musulmana in occidente. Grazie alle ricerche storiche, possiamo certamente dire che la chiesa della Lica in effetti non fosse altro che una Grangia dello stesso monastero di Sant’Ippolito che cambiò il titolo in occasione dell’evento storico di Lepanto e dell’arrivo di questa statua.

Cronache storiche ci narrano anche della festa della Madonna che ogni anno aveva luogo l’8 Maggio, con una grande fiera che i monaci organizzavano nella vallata antistante la chiesa. Un evento di forte richiamo per le genti del territorio, che per fede e per necessità si recavano in carovana in questa valle che un tempo era coltivata, come ci dimostrano i muretti a secco che oggi cadenti e quasi scomparsi, ci danno la prova certa di ciò che questo luogo è stato nei secoli addietro.

I ruderi dell’ antica abbazia della Madonna della Lica sono ancora meta di appassionati ed escursionisti. Oggi questo luogo vede centinaia di gruppi che scelgono di giungere sin qui per ammirare ciò che resta di quello che le cronache indicano come santuario. Sull’etimologia del nome Madonna della Lica o dell’Alica, alcune ipotesi dettate dal grande ricercatore e storico Domenico Minuto, asseriscono che i termini “Alica e Alicia” si trovavano già nel XVII° secolo e sembrano avvalorare la certezza che in quell’epoca nella bovesìa il significato della parola volgare “lega o Liga” era meno nota dell’attuale termine greco “Alithia” termine che ancora oggi è comune nell’area Ellenofona anche nelle varianti di Alìsia e Alìa che significa appunto “la verità”.

Chiunque giunge a Pietrapennata sicuramente si troverà di fronte un piccolo paesino ancora caratterizzato da piccole case umili in pietra locale, talvolta incastonate tra le rocce.

Colpisce la visione dello scenario intorno a questo posto, le case abbandonate, il silenzio, il vento, la rocca di Sant’Ippolito che maestosa e sinistra sembra imporsi in questo contesto, macchiato dalla modernità dei ripetitori piantati come alberi sulla cima di Punta Gallo. Qui il silenzio a volte è sconvolgente, ti lascia quasi l’amaro in bocca quando te ne vai. Sicuramente giungere a Pietrapennata non è qualcosa di adatto per chi ama la frenesia turistica di altri centri calabresi che rientrano tra le eccellenze turistiche del territorio. Giungere a Pietrapennata significa fare un salto nel passato, constatando che l’abbandono di questo borgo sta determinando la lenta morte di un Aspromonte che ancora cela dei tesori incompresi, delle perle che difficilmente le masse potranno cogliere se non motivate da una forte necessità di comprendere la Calabria quella della gente, quella della resistenza. Troppo spesso invece questa terra ha generato lente distruzioni di popoli e di storia che altrove avrebbero trovato senz’altro un motivo per resistere e rinascere.

 

Carmine Verduci

 

 

La via dei Borghi a Bova

 

Bova

Ha un forte contenuto storico e culturale questa prima tappa de “La via dei Borghi”.

Bova con la tradizionale processione delle Palme è il luogo ideale per dare il via a questo progetto che mira  a riscoprire i valori identitari della nostra terra.

La processione di queste figure femminili che nel territorio sono anche conosciute come Persephoni o Pupazze vanta delle radici antichissime, forse addirittura ricollegabili ai riti dedicati a Persephone e alla madre Demetra.

Queste pagine di storia e di cultura popolare si coniugano inscindibilmente con il fascino dell’antico e nobile abitato di Bova con i suoi scorci naturalistici superbi e le sue tante ricchezze architettoniche e culturali.

Il programma prevede il raduno presso il campo sportivo di Bova Marina per poi procedere verso l’abitato interno di Bova classificato tra i borghi più belli d’Italia.

punto partenza
Campo sportivo di Bova Marina

 

(link google maps luogo del raduno dei partecipanti)

Successivamente si assisterà alla processione delle Palme per gli antichi vicoli del paese fino a giungere alla concattedrale di Santa Maria dell’Isodia.

Chi vorrà potrà assistere alla funzione religiosa o alternativamente partecipare alla visita dei ruderi del castello di Bova.

Successivamente si procederà verso Piazza Roma per l’ultimo rito della processione, lo smembramento delle Palme. Sempre a Piazza Roma si potranno degustare dietro offerta libera le Musulupe e gli Nguti.

Dopo la pausa pranzo si effettueranno le visite alle chiese di San Leo, dello Spirito Santo, percorreremo il sentiero della civiltà contadina ed infine conosceremo meglio Palazzo Nesci.

Per chi vorrà trattenersi alle 16.00 presso la chiesa dello Spirito Santo ci sarà un seminario dal titolo “Identità grecanica nella rete museale calabrese” al termine del quale ci sarà una degustazione della frittata pasquale e del formaggio tipico Musulupa a cura di AIAB Calabria.

Durante l’escursione si svolgerà il contest fotografico INSTAGRAM  promosso da IG_CALABRIA dal titolo #IG_BOVA

 

PROGRAMMA

RADUNO PARTECIPANTI/REGISTRAZIONE AL CAMPO SPORTIVO DI DOVA MARINA ALLE ORE 8.30

ARRIVO ALLA CHIESA DI SANTA CATERINA DI BOVA ALLE 9.30 (lo spostamento avverà in macchina)

INIZIO PROCESSIONE ORE 10.00

FUNZIONE RELIGIOSA ORE 10.45 O IN ALTERNATIVA VISITA AL CASTELLO DI BOVA

DISCESA VERSO PIAZZA ROMA 11.30

PAUSA PRANZO DALLE 12.30 ALLE 14.00 A CURA DEI PARTECIPANTI AI QUALI SI RICORDA CHE SARA’ POSSIBILE DEGUSTARE I PRODOTTI TIPICI PRESSO I VARI LOCALI DEL BORGO

INIZIO  ALLE ORE 14.00 DELLE VISITE POMERIDIANE CHE PREVEDONO L’INGRESSO NELLA CHIESA DI SAN LEO E DELLO SPIRITO SANTO E POI IL RACCONTO DEL SENTIERO DELLA CIVILTA’ CONTADINA E DI PALAZZO NESCI.

ALLE 16.00 LE ATTIVITA’ SARANNO CONCLUSE MA SI CONSIGLIA LA PARTECIPAZIONE ALL’INTERESSANTE CONVEGNO ORGANIZZATO PRESSO LA CHIESA DELLO SPIRITO SANTO CHE AVRA’ COME TEMA “Identità grecanica nella rete museale calabrese” al termine del quale ci sarà una degustazione della frittata pasquale e del formaggio tipico Musulupa a cura di AIAB Calabria.

DATI ESCURSIONE

COMUNE: BOVA

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: BASSA

RACCOMANDAZIONI

VESTIARIO COMODO

MACCHINA FOTOGRAFICA

OCCHIALI DA SOLE

MAX 30 PARTECIPANTI

INFO

Tel: 3489308724 Domenico o 3470844564 Carmine

Web: ilgiardinodimorgana.wordpress.com o kalabriaexperience.altervista.org

L’ESCURSIONE PREVEDE UN CONTRIBUTO DI 3 EURO PER LA VISITA DELLE CHIESE. IL CONTRIBUTO PER LE ATTIVITA’ DELLE ASSOCIAZIONI DI 5 EURO ( CHE RESTA COMUNQUE LIBERO E VOLONTARIO)

 

Prenotazioni entro il 24/03/2018

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

L’Arco dei Carafa a Bruzzano

Questi brandelli di antichi muri, queste grotte scavate nella nuda roccia, sono sopravvissuti ai terremoti e all’incuria, (spesso anche alla scarsa considerazione dei luoghi che ad esempio ha portato al riutilizzo della grotta come stalla) e ci parlano di un passato importante per quest’area, l’Arco dei Carafa è l’esempio più importante.

L’opera fu costruito nel XVII secolo e dedicato alla famiglia dei Carafa, principi di Roccella e duchi di Bruzzano.

L’orientamento ad est è analogo a quello dell’arco della Porta dei Vescovi di Gerace. L’arco aveva chiaramente funzioni celebrative e non difensive.

L’opera è costruita in mattoni e calce e poi rivestita con un intonaco che successivamente venne dipinto.

L’intento trionfalistico viene ulteriormente esaltato dalle 4 lesene per lato e dagli affreschi ancora oggi chiaramente leggibili (che richiederebbero però intervento protettivo) tra i quali scorgiamo anche lo stemma dei Carafa della Spina. L’architettura è poi sormontata dall’alloggiamento dove un tempo la meridiana indicava l’ora che dato l’orientamento i costruttori vollero doppia, infatti il verso di questo alloggiamento presentava una seconda meridiana che indicava le ore per il pomeriggio.

Oggi l’arco sembra voler sfidare il tempo con la sua maestosità che si staglia ancor più netta tra quelle rovine che si adagiano sulle strade di Bruzzano.

I due “guerrieri” di Riace

E’ il 16 di agosto del 1972 e nel mare antistante il comune di Riace, piccolo centro della costa ionica reggina,Stefano Mariottini, a circa 800 mt dalla costa e ad 8 mt di profondità, vide emergere dal basso fondale, un braccio, ed è così che nasce la storia “moderna” dei due Bronzi di Riace.

Le due meravigliose statue bronzee, vennero recuperate il 21 agosto successivo dai sommozzatori dei carabinieri del Nucleo di Messina, per essere avviate ad una prima pulizia/restauro a Reggio che venne poi successivamente continuato a Firenze.

Sin dai tempi del fortuito ritrovamento la storia delle due statue, è fitta di mistero e punti di domanda che  aumentato il fascino di queste due statue di per se bellissime ed allo stesso tempo misteriose. (Anche se lo studio delle due statue presenta molti punti fermi dai quali parire)

Procediamo con ordine:

  1. Esiste dell’altro nel fondale di Riace?
  2. Chi sono le figure così perfettamente delineate dall’artista che le ha create?
  3. Perché queste due statue si trovavano proprio nel mare di Riace?

 Esiste dell’altro nel fondale di Riace?

Da quel fortunoso agosto del 1972 le voci su eventuali altre statue o oggetti pertinenti ai Bronzi si sono ripetute e susseguite con ritmo costante.

Nel 2007 il “Quotidiano della Calabria” sollevò una serie di interrogativi sul ritrovamento dei Bronzi, ci si interrogò sull’esistenza di eventuali altre statue o altri oggetti come scudi o elmi.

L’inchiesta giornalistica diede il via ad una duplice indagine, che vide come protagonisti il Ministero dei Beni Culturali e la procura di Locri.

Nella tormentata ricostruzione del ritrovamento delle due statue, fu addirittura il tribunale di Roma ad accertare la paternità del ritrovamento al Mariottini.

Secondo alcuni però, le circostanze del ritrovamento, restarono comunque poco limpide (si vedano su tema i tanti spunti di riflessione di Giuseppe Braghò) .

Com’è possibile che due statue di quelle dimensioni siano rimaste per secoli nel fondale di Riace senza essere rinvenute?

La spiegazione più logica sembrerebbe collegata al frequente moto ondoso violento di quel tratto di costa, che avrebbe potuto mantenere coperte per lungo tempo le due statue.

Proprio in quell’anno si registrò a Riace una violenta mareggiata, che probabilmente, scoprendo le due statue, rese possibile il rinvenimento al Mariottini.

Passando alla denuncia che lo stesso Mariottini presentò il 17 agosto 1972 sono almeno due i punti oscuri da analizzare.

  • Perché Mariottini parla di “gruppo di statue”
  • Perché Mariottini si riferisce al c.d. Bronzo B affermando “presenta sul braccio sinistro uno scudo”?

Per quanto riguarda il primo quesito, lo scopritore dei bronzi, interrogato dai carabinieri, affermò che fu il soprintendente Giuseppe Foti a suggerire quelle parole, giustificando il tutto, con la possibile esistenza di altre statue poco distanti da quelle rinvenute.

A conferma, nella stessa relazione, il Mariottini, utilizzerà il termine “due [statue] emergenti”.

Per quel che riguarda il secondo quesito, lo stesso Mariottini, confermerà una sua errata valutazione, dovuta alla presenza di sabbia che pensava coprisse lo scudo.

In conclusione, tra il 2007 ed il 2008, fu realizzata una perlustrazione dei fondali di Riace nella quale nulla venne rinvenuto, congiuntamente, nulla venne rintracciato nelle indagini presso i grandi collezionisti (si può facilmente intuire come questo resti comunque uno sforzo parziale), il che ha portato all’ufficiale conclusione dell’inchiesta.

Chi sono le figure così perfettamente delineate dall’artista che le ha create?

Questa sicuramente è la domanda, che fra tutte, ha di più appassionato curiosi e studiosi, per motivi di brevità ci limiteremo solo ad accennare con qualche accenno, alcune teorie ricostruttive.

Appare necessario superare la tradizionale distinzione tra statua A (foto1) e statua B(foto2) (che qui utilizzeremo per mero fine indicativo) ed attribuire la naturale autorevolezza a queste due statue, simbolo ineguagliato di perfezione artistica di epoca greca.

Pariamo da qualche punto fermo.

Le due statue secondo la maggioranza degli studiosi furono realizzate tra il 470 e il 450 A.C. il

Bronzo A e 20 anni dopo il Bronzo B.

Sono alte 1,98 mt A e 1,97 B, sono costituite di bronzo, realizzate con la tecnica a cera persa, i capezzoli le labbra e le ciglia sono di rame, la sclera degli occhi è di calcite bianca, le iridi in pasta vitrea, il dotto lacrimale di una pietra rosota e fatto unico nella statuaria mondiale, la statua A espone i denti che sono d’argento.

Ripercorriamo adesso, brevemente, senza pretesa di completezza le ipotesi ricostruttive.

  1. Fuchs ipotizza che le due statue appartengono al donario degli Ateniesi a Delfi ed attribuisce la paternità al grande Fidia.

H.P.Isler e P.E.Arias, individuano nelle statue due eroi ateniesi attribuendo le statue a Fidia, il Bronzo A e alla scuola dello stesso Fidia il Bronzo B.

Rolley interpreta le due statue come eroi, forse eponimi attici, opere di artisti ateniesi.

Pribeni sostiene che il Bronzo A sia un eroe (forse Aiace) mentre il Bronzo B una stratega.

Secondo il Di Vita, le due statue furono realizzate per celebrare la vittoria di due oplitodromi .

Per il Dontas le due statue provengono dall’agorà di Atene ed appartenevano al gruppo degli eroi eponimi.

Ridgway riconosce nelle statue due guerrieri di stile classicheggiante eseguiti dalla medesima bottega in epoca ellenistica.

Infine riportiamo due ipotesi che partendo dallo stesso mito, si sistinguono poi per l’attribuzione sull’identità delle due statue.

P.Moreno in una sua monografia partendo da una analisi del mito dei “sette a Tebe”, identifica le due statue come Tideo (Bronzo A) ed Amphiaraos (Bronzo B) attribuendo una paternità diversa ma di primo piano tra gli artisti di epoca greca, cioè per il primo Alkamenes e Hagelades per il secondo.

D.Castrizio, applicando un sitema che permette di incrociare fonti letterarie e archeologiche, partendo dal mito di Edipo, nella versione di Stesicoro e da una attenta analisi dei segni delle due statue, attribuisce l’identità di Eteocle (Bronzo B) e di Polinice (Bronzo A) (sulla base della descrizione della Tebaide di Stazio) e la paternità delle due statue al grande Pythagoras reggino (gruppo descritto  Taziano in Oratio ad grecos) .

Infine il Castrizio ritiene che le due statue, facessero parte di un gruppo statuario più numeroso esposto ad Argo.

Indipendentemente dall’attribuzione di un’identità specifica, appare del tutto evidente, che ci troviamo di fronte a due capolavori unici nel loro genere.

Da un semplice raffronto con altre opere coeve come la statua di Capo Artemision (foto 3) o l’Auriga di Delfi (foto 4),(anche se bisogna precisare che lo stile realizzativo è comunque diverso) ci accorgiamo come l’artista, chiunque esso fosse, realizzò i Bronzi per stupire il mondo.

Non si spiega altrimenti lo studio e la meravigliosa realizzazione di dettagli anatomici (foto5, foto6, foto 7, foto 8) così perfetti, tali da poter indurci a considerare le due statue come veri e propri atlanti dell’anatomia umana.

L’idea del bello, per i greci Kalokagathìa, (letteralmente bellezza/bontà) viene, nei Bronzi, esaltata in dettagli unici al mondo, come nei ricci della barba del Bronzo A ideati singolarmente e poi attaccati alla statua, il meraviglioso realismo dello sguardo, con espressioni diverse delle due statue (foto 9, foto 10), o il dettaglio unico della visione dei denti del Bronzo A (foto11), ed ancora, la dinamicità delle due statue che con la gamba sinistra a riposo, irrigidiscono la muscolatura della gamba destra, il dettaglio della venatura sotto un metallo che pare quasi umano.

Ed infine, un ultimo dettaglio, anch’esso unico nel suo genere, che ci testimonia come la perfezione nello stile utilizzato per la realizzazione delle due statue, andò perduto già qualche tempo dopo.

Infatti, la statua B presenta un restauro in antico, il braccio destro fu completamente rifatto insieme all’avambraccio sinistro, (foto12) intorno al II d. C., ed appare evidente come la qualità del materiale e la capacità di esprimere i dettagli, non siano più quelle utilizzate in precedenza.

Bronzi di Riace 12.JPG
Foto 12

 

Perchè queste due statue si trovavano proprio nel mare di Riace?

Della misteriosa storia dei Bronzi, questo forse è il punto in cui il mistero si infittisce maggiormente.

Di certo si hanno due statue, perfettamente allineate sul fondale ed il contestuale ritrovamento di 28 anelli di piombo.

L’ipotesi più accreditata è che le due statue fossero in viaggio su di una imbarcazione, sorpresa da una tempesta, molto frequenti in quel tratto di mare, e che i marinai per fronteggiare la tempesta, alleggerirono il carico lasciando scivolare in mare le due statue.

Successivamente tagliando l’albero con la vela maestra (questo giustificherebbe il ritrovamento degli anelli di piombo) riuscirono a far salva l’imbarcazione, motivo secondo alcuni null’altro fu trovato nel fondale di Riace.

Ma anche questa ricostruzione presenta degli interrogativi.

Come fecero i marinai in situazione di emergenza a sostenere il peso delle due statue per gettarle in mare? Come fecero le due statue ad arrivare sul fondale perfettamente allineate? Non è più plausibile ipotizzare un naufragio, con le statue perfettamente stivate e ritenere che il tempo ed il mare abbiano fatto sparire i resti dell’imbarcazione?

Torniamo adesso alla storia recente dei Bronzi.

Le due statue nel tempo, oltre alla prima pulizia/restauro negli anni 70 sono state periodicamente sottoposte ad analisi, come dal ’92 al ’95 ed infine dal 2009 al 2011.

In quest’ultima occasione, venne approntata una apposita camera, presso il palazzo del Consiglio Regionale della Calabria, che in quegli anni diventò un laboratorio di restauro che attirò molti curiosi.

In quell’occasione i restauratori Paola Donati e Cosimo Schepis riuscirono, attraverso nuovi strumenti, a raggiungere alcune zone irraggiungibili in precedenza, e ad asportare alcune incrostazioni che continuavano la loro silente opera di deterioramento.

Successivamente, le due statue vennero trattate con una apposita sostanza, che inibì la corrosione delle leghe come il bronzo.

A restauro terminato, i nostri due “eroi”, erano pronti a rientrare presso il museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, dove adesso costituiscono la punta di diamante di una collezione archeologica unica al mondo, che ripercorre la storia millenaria di quest’area del Mediterraneo, dalla preistoria alla Reggio di epoca romana, con l’unicum della sala dei bronzi (foto 13), che ospita altre due opere bronzee di livello assoluto, come la Testa di Basilea e la Testa del Filosofo, entrambi provenienti dal relitto di Porticello.

Bronzi di Riace 13
Foto 13 da http://www.bronziriace.it

Infine l’unicità di Palazzo Piacentini, sede del Museo, restaurato ed ammodernato di recente, che anche nel momento della sua realizzazione rappresentò un unicum, un palazzo costruito con l’obiettivo di ospitare una grande collezione museale, che poggia le sue fondamenta, materialmente, sulla viva storia della città.

Al Museo ancora oggi sono visitabili nelle fondamenta alcune tombe, pertinenti ad una necropoli di epoca ellenistica, rinvenute proprio li, all’epoca dei lavori di costruzione del Museo.

Che dire in conclusione, è chiaro che i due Bronzi di Riace con la loro unicità rappresentano il fiore all’occhiello del Museo, ma la collezione è anche altro, dal Kouros all’archeologia subacquea, dai Dioscuri a tanto altro, che sommati costituiscono un vero e proprio centro di attrazione mondiale.

 

Bibliografia e sitografia

Gli eroi venuti dal mare, AA.VV. Gangemi editore & Frisina Archeolinea, 1990.
I bronzi di riace, Alberto Angela, Rizzoli, 2014.
Guida alla statuaria reggina, Daniele Castrizio, Falzea editore, 2011.
Bronzi di Riace; l’enigma dei due guerrieri, D. Castrizio C. Iaria, Città del sole edizioni, 2016
http://www.bronzidiriace.it

 

sulle ipotesi ricostruttive:

Zu den Grossbronzen von Riace,Fuchs, Boreas IV, 1981.
Die Bronzekriegenvon Riace,Isler, Antike Welt, 1983.
Lettura delle due statue bronzee di riace,Arias,
Lo stile e la datazione, Paribeni, Roma, 1986.
Les Bronzes greces, Rolley, Parigi, 1983.
Due capolavori attici: gli oplitodromi, Di Vita, Roma, 1995
Considerazioni sui due bronzi di Riace, Actes du XII Congrès International d’Archéologie Classique,1988.
The Riace Bronzes: a minority viewpoint, Ridgway, Roma, 1984.
I Bronzi di Riace. Il maestro di Olimpia e i sette a Tebe, Moreno, Milano, 1998