“Quattru petri”… o forse no.

Spesso ci diciamo che la bellezza è nascosta in piena vista, troppo spesso presi da ritmi di vita frenatici e per poca curiosità diamo quasi per scontati e per poco interessanti testimonianze che ci parlano di glorie passate e di pagine di storia cittadina che ogni reggino dovrebbe conoscere almeno per sommi capi, così tanto per evitare i soliti tormentoni triti e ritriti antistorici ed autolesionistici tipo “Riggiu non vindiu mai ranu” o il tombale “non c’è nenti”

Ad esempio, così tanto per citar qualche bellezza in luoghi conosciuti a tutti come lo splendido Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria potremmo fare pochi passi dal Museo Archeologico della Magna Grecia per andare a scoprire una delle tombe rinvenute durante i lavori di scavo per la realizzazione dello stesso Museo. La tomba, alle spalle di una nota gelateria, è sorella di quelle ancora oggi visibili nel piano interrato del Museo rimaste intatte e inalterate rispetto alla loro condizione originaria.

Ma continuiamo sempre sullo stesso asse viario, il Lungomare reggino, che dovrebbe necessariamente divenire un vero giardino privo di strutture ingombranti che andrebbero ripensate e ricollocate in altra sede per lasciare finalmente spazio ai monumentali Ficus Magnolia e permettere a quest’ ultimi di trovare con le loro radici quella terra che da troppo tempo non riescono a raggiungere e che nonostante i ripetuti avvertimenti (leggi caduta rami) noi continuiamo a circoscrivere in angusti spazzi non più sufficienti.

Attraversato quindi questo lungo viale sospeso sull’azzurro intenso dello Stretto arriviamo nella prima area Archeologica che arricchisce questa passeggiata, le mura greche della città.

Il sito, che meriterebbe maggiore visibilità e comunicazione, ci parla di un passato glorioso ed importante.  La teoria più accreditata vuole l’edificazione delle mura intorno al IV sec. a.C. quando la città dopo la caduta per mano del tiranno Dionisio di Siracusa venne ripoliticizzata e riorganizzata dal figlio Dionisio il Giovane dal 356 a.C in poi.

Il sito presenta oggi solo la zoccolatura in arenaria con una doppia cortina di pietre parallele che lasciva un spazio interno, un tempo riempito per dare solidità con terra e pietrisco, su questa base poi si ergeva  il muro in mattoni cotti che presentavano i bolli che certificavano talvolta il nome del produttore ed in alcuni casi la destinazione del mattone stesso con su stampigliato “delle mura”, “dei reggini”.

Volendo ci si potrebbe anche fermare qui, e spesso questa scelta è forzata visto che si attende un’apertura sistematica di questo sito magari mettendolo anche a profitto di chi lo gestisce, ma c’è una nota positiva, visto che il sito finalmente può godere di una pulizia più ravvicinata nel tempo e comunque se realmente non ci si vuole fermare qui, basta procede ancora per pochi passi verso la stazione centrale di Reggio per gettare lo sguardo sul sito archeologico delle Terme Romane con i suoi ambienti ed il suo mosaico pavimentale.

Abbiamo fatto poco più di un chilometro eppure di cose ne abbiamo viste ed immaginate e ci siamo fermati solo a panorama, alberi e storia, senza neanche fare soste nei vari chioschi a gustare le specialità enogastronomiche del nostro territorio eppure la cappa dell’occasione mancata dell’incompiuta spesso dopo un po’ ci assale.

Forse perché troppo spesso a quei tormentoni iniziali noi reggini ne aggiungiamo uno ancora più pesante che come piombo appesantisce il volo di questa Città. Diciamocelo pure, per molti di noi quelle sono solo “quattro pietre” anzi “quattru petri” perché forse non riusciamo a comprenderci, non riusciamo a capire che presentarci in modo così “Tafazziano” è solo autolesionistico, è come se un venditore di petrolio durante la trattativa desse fuoco ai barili per impressionare l’acquirente.

Forse prima di proporci dovremmo realmente capire chi siamo ed accompagnare questo con il contorno fatto di divertimento e tanto altro ancora, prendendo spunto ancora una volta dalla cucina dove il piatto forte non è mai stato il contorno.

 

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Il Castello di Scilla

Questa settimana “pillole di storia” riprende un pezzo pubblicato su “La Voce del Sud”, il mensile dell’area grecanica.

Quest’estate “La Voce” compie i suoi primi 10 anni di attività. Su questo ponte ideale, realizzato narrando in un giornale dell’area grecanica di una perla della costa tirrenica, auguro, al giornale, di continuare su quella strada di apertura alle idee che da tempo percorre…

Domenico Guarna

 

L’origine del castello di Scilla si perde nei secoli, importantissimo snodo commerciale ed invidiabile postazione di controllo e di difesa già nel V a.C. svolgeva una funzione difensiva per la polis di Rhegion.

Strabone ne scrive (ci siamo già occupati di Scilla ed a link troverai la citazione di Stabone), racconta che Anassila, tiranno di Reggio, la fortifica, facendone una stazione navale e proteggendo lo Stretto dalle incursioni dei pirati.

Divenne mira dei siracusani di Dionisio il vecchio che la conquistò.

Intorno al 1000 d.C. i normanni, dopo aver conquistato Reggio, volgono lo sguardo verso Scilla.

Ruggero e Roberto il Guiscardo presero il castello dopo lungo assedio e solo per fame.

Arriviamo così al 1200, periodo importantissimo per Scilla e per il suo Castello, periodo nel quale il conte Pietro Ruffo di Catanzaro (cortigiano dello Stupor Mundi) occupò e fortificò il castello.

Con la dominazione aragonese, il maniero viene ulteriormente fortificato e passò al cavaliere castigliano Guttera De Nava, capostipite dei De Nava reggini. Qualche decennio dopo un suo nipote cedette il castello ad un altro Ruffo, cioè a Pietro Ruffo, conte di Sinopoli.

Il conte avviò una fase importantissima di modifiche ancora oggi visibili, come la scalinata con gli archi, il ponte d’accesso al palazzo e lo stemma sul portale, destinando l’antica fortezza a residenza nobiliare.

Sul finire del 1500 a tutto il 1600 con effetti anche nel secolo successivo, la famiglia Ruffo, che ottenne il principato nel 1578, governò ed influenzò positivamente la vita del paese, tanto da essere considerata una baronia illuminata.

Nel ‘600 con Giovanna Ruffo vennero avviate numerose opere di riforma finalizzate al benessere dei cittadini come la realizzazione di scuole, l’introduzione di ordini monastici con la finalità di assistenza della comunità.

Nel ‘700 il castello assiste ad una florida attività commerciale, Scilla sfrutta a pieno la sua posizione strategica e diventa punto nodale per gli scambi nel mediterraneo.

 

AMENDOLEA, L’ECO DEI SECOLI

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L’antico borgo di Amendolea è posto su di una altura a 350 Mt sul livello del mare, poco distante dall’odierno abitato, rappresenta una traccia molto significativa della gloria goduta da quel pezzo di Calabria in un passato non molto lontano.

Le origini del Borgo, si perdono nei secoli, sappiamo ad esempio che non molto lontano da li, in località Rocca del Lupo (una caratteristica penisola che divide, in prossimità della confluenza, le Fiumare Amendolea e Condofuri) viene attestata la presenza umana già nel Neolitico.

Alcuni studiosi ritengono L’Amendolea l’originario confine tra le Polis di Reggio e Locri, ma non vi è unanimità di vedute sul punto in quanto secondo un’altra teoria tale confine passava invece nell’odierna Fiumara Palizzi.

Risulta però evidente che le caratteristiche del borgo così come pervenutoci siano da rintracciare in epoca medievale.

Il percorso inizierà all’imboccatura del ponte che attraversa il torrente Amendolea(foto sotto) (link google maps inizio percorso) per poi seguire la strada comunale fino all’abitato di Amendolea per poi giungere all’antico Borgo fortificato.

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inizio percorso, fontana a sx e ponte sulla dx

Superato l’unico dislivello di giornata si inizierà la visita alle chiese fuori le mura

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Campanile della chiesa di San Sebastiano

per poi passare alla visita del possente Castello dove ci fermeremo a pranzare (PRANZO A SACCO).

L’avvicinamento a piedi al borgo di Amendolea ci permetterà già dall’inizio del percorso di ammirare panorami suggestivi sull’omonima Fiumara.

Gli odori ed i panorami permetteranno la comprensione di questo lembo magico di territorio Calabrese, con i suoi contrasti e le sue bellezze paesaggistiche, culturali, storiche ed archeologiche.

Nel pomeriggio continueremo la visita al borgo con i suoi suggestivi panorami per poi passare dalla porta meridionale del borgo e riprendere il sentiero del rientro.

 

PROGRAMMA

RADUNO/REGISTRAZIONE PARTECIPANTI ORE 9.30

PARTENZA ORE 10.00

PRANZO (A SACCO) ORE 12.30

FINE ESCURSIONE ORE 16

DATI ESCURSIONE

COMUNE: CONDOFURI

ESCURSIONE: T (TURISTICA)

DIFFICOLTA’: FACILE

DISTANZA: 6 KM (COMPLESSIVI)

DISLIVELLO 250 MT

COSA PORTARE

1,5 / 2 lt d’acqua, (presente fontana pubblica all’inizio del percorso).

Scarpe da trekking o scarpe che permettano buona presa nello sterrato.

Abbigliamento comodo a strati.

Pranzo a Sacco

Teli o quanto si ritiene opportuno per pranzare all’aperto

INFO

Tel: 3489308724

Mail: ilgiardinodimorgana@gmail.com

CONTRIBUTO

5 euro per le attività dell’associazione

Max 20 partecipanti.

Prenotazioni entro il 12/05/2017

L’ESCURSIONE NON PREVEDE FORMULE ASSICURATIVE CONTRO INFORTUNI, PERTANTO CHI PARTECIPA LO FA A TITOLO PERSONALE ESONERANDO L’ASSOCIAZIONE  DA OGNI EVENTUALE RESPONSABILITA’ CIVILE, PENALE O AMMINISTRATIVA DERIVANTE DA INFORTUNI.

Una breve riflessione su Padre Catanoso

Questa settimana per pillole di storia, mi piace riportare la riflessione fatta sull’uomo Gaetano Catanoso pronunciata in occasione della ricorrenza del 54′ anniversario della sua scomparsa.

Una piccola goccia lo so, il lavoro per far conoscere questa figura umana straordinaria è tanto, ma i grandi viaggi iniziano un passo alla volta.

Buona lettura

Domenico Guarna

 

Prima di passare ad una riflessione storica sulla figura dell’uomo Gaetano Catanoso, mi soffermerei su qualche breve cenno biografico.

Padre Gaetano, perché è così che tutti lo conoscono, come padre, nasce a Chorio di San Lorenzo il 14 febbraio del 1879 ed entra in seminario all’età di 10 anni.

Viene ordinato Sacerdote nel 1902 dal’ Arcivescovo Cardinale Gennaro Portanava, dopo un mese gli venne conferito l’incarico di Prefetto del Chiericato del seminario fino al 1904, data in cui venne nominato parroco di Pentedattilo dove rimase fino al 1921.

Nel 1921 venne trasferito nella parrocchia della Purificazione, La Candelora a Reggio.

Padre Gaetano, si iscrisse dal 1919 all’arciconfraternita di Tours in Francia, la confraternita dei missionari del Volto Santo.

Fonda nel ’20 il periodico “Volto Santo” che rimase in vita per 25 anni, ed è anche grazie a quel periodico che molti scritti e quindi il pensiero del Padre, ci sono pervenuti in via diretta.

Strinse in quegli anni una sincera amicizia con un’altra figura fortemente carismatica che operò in quest’area della città, con Don Orione, sostenendo l’Opera Antoniana. Un’area della città che viene vista periferica agli occhi dei moderni ma che nei secoli, ha sempre avuto riconoscimenti significativi, la fondazione della prima polis, l’operato di due Santi in epoca molto recente.

Dal ‘22 al ’49 fu Padre Spirituale dei Seminaristi, fu nominato canonico penitenziere della Cattedrale ed aiuto cappellano del carcere e dell’ospedale Riuniti.

Nel ‘34 la sua opera forse più famosa, fonda l’istituto delle Suore Veroniche del Volto Santo.

Il Santuario dove oggi ci troviamo, fu progettato dalla scuola d’arte del “Beato Angelico” di Milano dall’architetto Don Valerio Vigorelli. Il Terreno fu acquistato nel 1961 (ed è lo stesso Padre Gaetano che racconta l’aneddoto dell’acquisto del terreno in occasione del suo ottantesimo anniversario a Chorio, ricordando come un giorno nella chiesa della Candelora… e cito, un signore mi domandò il favore di una messa da celebrare per l’anima della sua signora nel trigesimo della morte. Io risposi subito di Sì e quello che aveva ricevuto rifiuti da altri, rimase sorpreso della mia affermazione semplice e confidenziale. Mi disse: scusate, signor canonico, e se quel sacerdote non dovesse venire? Voi non avete avete avvisato nessuno.

Quel sacerdote che io dico, risposi, se ha la febbre a quaranta non ci viene, ma a quaranta meno una lineetta ci viene.

E chi è questo sacerdote? Sono io.

Quel poveretto rimase un po’confuso… voi signor Canonico?

Voi credete che sono l’arcivescovo? Sono un sacerdote come tutti gli altri

Iniziò così la conoscenza con il proprietario del suolo sul quale venne edificato l’edificio dove oggi ci troviamo, tale Don Peppino Vadalà di S. Pantaleone che cedette il terreno quasi regalandolo).

Padre Gaetano però non vide nella sua vita terrena l’ultimazione del Santuario, la cui costruzione terminò nel 1972.

Padre Gaetano infatti si spense il 4 aprile del 1963, i funerali furono celebrati in Duomo da Mons. Ferro il 5 di aprile.

Viene dichiarato Beato il 4 Maggio ’97 e Santo il 23 ottobre 2005.

I miracoli che gli vengono attribuiti sono: la guarigione dall’asma criptogenetica di suor Paolina Ligato e la guarigione da meningite meningococcica della signora Anna Pangallo.

Questa, in breve la vita di Padre Gaetano, ma da queste poche notizie non può certamente trasparire la grandezza sociale, umana di quest’uomo, a questo posso fermarmi, da storico mediocre, all’uomo, all’esempio.

Un uomo nato da contadini, anche se piccoli proprietari, che ultimo, che povero, restò sempre tra i poveri, in territori aspri, isolati, pensiamo a cosa doveva essere vivere a Pentedattilo o a Chorio tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 o a Reggio dopo del terremoto o dopo i bombardamenti del secondo conflitto mondiale.

Ebbene, quello che lui fece in vita ci deve servire da esempio, aldilà dell’aspetto fideistico che sarà sicuramente altrettanto grande…

Fu uomo di progetto, fu uomo del fare concreto e non di parole sterili, con niente in mano riuscì a creare qualcosa di durevole nel tempo… capì la necessità di educare gli occhi al bello della vita, capì la necessità dell’istruzione e del lavoro.

Fu un uomo che a 80 anni compiuti, dopo aver scherzato sulla sua età, non considerandosi vecchio, parlò dei progetti dei successivi 13 anni immaginando di arrivare a 93 o anche a 100 anni, per vedere il braccio maschile, quello sacerdotale, mettersi in gioco alla stregua delle Suore Veroniche.

Ed oggi questo non costituisce un esempio? In una città dove le idee progettuali mancano ai giovani, un uomo in un periodo sicuramente non felicissimo, continuava a progettare all’età di 80 anni.

Una città, la nostra, dove spesso si sente dire che padre Gaetano è il primo Santo Reggino, dove anche questa frase che sembra essere gioiosa, una vera manifestazione d’orgoglio, e bene questa frase contiene due ordini di errori, uno storico, perché la nostra cultura cittadina, fu imbevuta dell’operato dei tanti santi italo-greci che operarono tra l’800 ed il 1000 d. C. come san Cipriano di Calamizzi, Sant’Elia eremita a Palmi, sant’Arsenio ad Armo, San Leo, e tanti altri a testimoniare che la nostra terra non è abitata da persone brutte, sporche  e cattive, anzi le vette raggiunte da questa città hanno solo bisogno di essere riscoperte, un po’ come padre Gaetano.

Il secondo errore nella frase il primo santo dei Reggini è che oggi san Gaetano, come ama spesso ripete, un altro Gaetano, molto più vicino a noi, è Santo di tutto il mondo.

In conclusione mi piace citare una frase di Padre Gaetano, “Tutti dobbiamo, possiamo farci santi. La santità non consiste nel compiere grandi cose, ma nell’amare Dio e il prossimo, compiere ogni giorno tutto per amore nel LUOGO e nel modo che Dio ci pone, la santità è anche saper vivere insieme, facendo del bene a tutti…”

Ecco facciamo nostre queste parole, in questo forse troppo diviso quartiere, “amore nel luogo” e la santità è vivere insieme.

 

 

In viaggio tra le bellezze nostrane

Questo l’articolo a firma del nostro presidente, apparso sul numero di gennaio del mensile “La Voce del Sud”,  il periodico dell’area grecanica.

Indubbiamente il fenomeno turistico alle nostre latitudini, rappresenta croce e delizia, non solo per gli operatori economici ma anche per chi in questi territori risiede.

Non è difficile immaginare una grandissima vocazione turistica per la nostra terra, con le grandi eccellenze che possiede, spaziando dalle bellezze ambientali, paesaggistiche, architettoniche, storiche ed archeologiche.

Ma perché al momento questa potenzialità non viene espressa a pieno? Perché questo territorio non riesce ad attrarre per quanto meriterebbe?

La serie di concause è assai elevata a parer mio, potremmo partire dalla scarsa conoscenza del territorio anche dei singoli residenti; non è un caso se i calabresi, figurano agli ultimi posti tra i fruitori del patrimonio culturale (85% non ha visitato nessun sito archeologico o monumentale nell’ultimo anno e nello stesso periodo il 34,8 % non ha svolto nessuna attività culturale).

Potremmo poi continuare l’analisi, considerando la scarsa capacità di far rete, troppo spesso sacrificata sull’altare di anacronistici campanilismi, retaggio della nostra cultura.

Infine, un altro dei mali atavici della nostra offerta turistica appare essere la cattiva programmazione e la scarsa promozione del territorio, che non si può limitare, come spesso accade, a degli spot televisivi prettamente estivi, che pubblicizzano le solite località, peraltro a stagione turistica estiva abbondantemente cominciata.

Una delle strade per poter invertire parzialmente la rotta può essere quella di ripensare l’offerta turistica finalmente concependola in funzione delle nostre potenzialità e capacità, lasciando stare per un momento modelli triti e ritriti di offerta che però scarsamente si adattano alle nostre caratteristiche.

Il turismo della nostra provincia vive fondamentalmente su un grande attrattore che è il Museo Nazionale della Magna Grecia; la nostra offerta dovrebbe essere a supporto di questa punta di diamante, sviluppando la connessione con l’area dello Stretto e soprattutto con quella meravigliosa risorsa costituita dalle nostre aree interne, come l’Area Grecanica e non solo.

Potenziare questi vettori di sviluppo permetterebbe in un primo momento di prolungare la permanenza in città e nella provincia oltre la canonica mezza giornata o la singola notte, consentendo, appunto, soggiorni di due o tre giorni, ingenerando in altri potenziali fruitori del nostro territorio la curiosità di ritornare per poter visitare anche altre aree e questo potrebbe permettere, in un secondo momento, la destagionalizzazione dell’offerta anche in periodi che adesso vengono sottoutilizzati.

Per poter realizzare questo non abbiamo necessità di grandissime opere faraoniche ma di operatori economici in grado, e con voglia, di voler programmare ed investire seriamente su questo territorio dalle potenzialità infinite e tragicamente inespresse.

Il nostro territorio, “fortunatamente” uscito illeso nella sua gran parte da modelli di sviluppo industriale (almeno per quanto riguarda le aree interne) tipici degli anni passati, può adesso ritrovarsi tra i primi nella ricerca di un modello di sviluppo, fondamentalmente basato sul turismo sostenibile.

Un turismo cioè finalizzato alla tutela del patrimonio ambientale e culturale, ma che permette una sana fruizione di queste risorse.

Difatti, la stragrande maggioranza degli operatori economici del settore si stanno orientando su una forma di turismo “esperenziale” fondato sulle tipicità e peculiarità di un’area, veicolate da persone residenti in quel territorio, un turismo, appunto, pensato quasi per regioni o aree come le nostre.

Questa rubrica che mi accingo, con questo articolo, ad iniziare, è pensata per promuovere la conoscenza del territorio che ci circonda, con l’obbiettivo dichiarato, di far nascere nel lettore un quid di curiosità da approfondire nei luoghi che, il più delle volte, sebbene vicini, neanche conosce, cercando di innescare quei meccanismi virtuosi di conoscenza-promozione, che in questo territorio, al momento latitano.

Il mio lavoro si articolerà in due brevi racconti, uno che affronterà tematiche generali del turismo o un approfondimento sulla storia dei paesi delle nostre aree interne ed uno che sarà invece un focus su un bene identitario di particolare interesse.

Auguriamoci buon lavoro.

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L’orgoglio, una delle nostre caratteristiche “storiche”

La testardaggine, l’orgoglio e la resistenza, sono sicuramente tre delle caratteristiche del popolo reggino, che, forse troppo spesso, assumono connotazioni esagerate di difesa dell’indifendibile.

Queste caratteristiche sicuramente non sono novità a queste latitudini…

I fatti avvengono all’inizio degli anni ’90 del 300 a.C, Dionisio I di Siracusa chiede in moglie una delle discendenti dell’aristocrazia reggina, ma Reggio rispose con la concessione della mano della figlia del boia, uno schiavo pubblico, questo comportò un consolidamento dell’asse Locri – Siracusa in quanto Dionisio sposò la figlia di un facoltoso Locrese.

Reggio pagò a caro prezzo il suo affronto, le forze siracusane assediarono la città per undici mesi, segno di grande resistenza della popolazione reggina, prendendo la città solo per fame e per sete.

Reggio, dopo la conquista siracusana, avvenuta nel 386 a. C. venne depoliticizzata e diventò proprietà privata di Dionisio che si fece costruire uno splendido palazzo nel quale si piantarono i Platani,che così facendo, vennero importanti per la prima volta nell’Europa continentale. Successivamente trasformato in Ginnasio, il palazzo, venne edificato proprio nell’aria oggi sede della Banca d’Italia.

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Giorni di freddo e di bellezza

Sono stati giorni di gran freddo per la Calabria e per quasi tutto il sud d’Italia.

Diciamocelo francamente, non siamo abituati a queste temperature rigide che per altre aree del mondo e per altri popoli rappresentano  la normalità o forse anche un clima accettabile e finanche mite.

Io vorrei provare a raccontarvi della bellezza che questi giorni di freddo intenso ci hanno lasciato.

Di quel fascino, che per alcuni è insolito, perché abituati ad una immagine della Calabria troppo stereotipata, di regione a vocazione turistica esclusivamente agostana e prettamente  balneare.

Reggio come tutta la sua provincia (come il resto della regione), vantano una diversità di ambienti e climi che potenzialmente permetterebbero di attrarre flussi turistici per 12 mesi l’anno senza ovviamente farsi l’illusione di diventare la nuova Cortina.

Tralasciando l’analisi su quello che potrebbe essere e sui motivi perché queste  potenzialità non vengono espresse (lungo sarebbe il discorso sulla scarsa attenzione su questo aspetto del mercato turistico o sull’impreparazione a saperlo coltivare, incentivare ed attrarre) vorrei appunto soffermarmi sulle immagini che mi sono rimaste impresse negli occhi in questo mio girovagare su strade che sembravo diverse, immerse in panorami che regalavano un contrasto stridente rispetto alle immagini immagazzinate nella mia memoria.

Quello che più rapisce è  il silenzio che è comunque  tipico delle nostre valli ma che in queste occasioni viene quasi ovattato da quelle  spruzzate di bianco e da quei colori intensi così insoliti che ne sostituiscono altri altrettanto intensi.

La bellezza che nelle nostre aree interne sicuramente non si fa fatica ad individuare, tra borghi e panorami aspri e duri, tipici dei contrasti di questa terra, sa mutare, sa diventare calda ed intensa, ed allo stesso tempo sa stupire d’inverno con odori, colori e sapori che troppo spesso vengono nascosti e che riescono ad emozionare ancora di più quando riscoperti e riassaporati.

L’Amendolea poi,che come al solito, continua a rapirmi, sa veramente cambiare abito, con i suoi paesi che diventano presepi, il greto della fiumara sempre impetuoso e quello stacco con la vegetazione dei costoni che diventa meno netto, quasi sfumato .

Vorrei, infine, condividere con voi qualche foto sperando di tramettere l’emozione che quei paesaggi hanno trasmesso ai miei occhi.

Il presidente,

Domenico Guarna.

 

 

 

La tomba ellenistica nei pressi di Cesare

La tomba, di epoca ellenistica, venne ritrovata durante gli  scavi per la costruzione del museo della Magna Grecia, assieme ad altre 110 sepolture. Successivamente, la tomba, venne spostata nell’attuale sito, divenne arredo urbano ed in un primo momento utilizzata come basamento del monumento ad Ibico Reggino che successivamente venne spostato in altra sede. Si tratta di una tomba a camera e a causa della poca attenzione da parte degli studiosi, poco si sa su chi fu ospitato al suo interno. Unica ipotesi avanzata è che i materiali di costruzione vennero ricavati dalle antiche mura cittadine in disuso. Questa ipotesi tuttavia non convince gli studiosi, a causa della mancanza di marchi di cava e per le differenti dimensioni dei blocchi. Pare comunque ipotizzabile l’origine comune nella stessa cava, sia del materiale utilizzato per questa sepoltura che per le mura cittadine.

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I.

Il mio primo articolo sulla pagina del mio – del nostro – progetto.

Sono emozionato ed entusiasta di imbarcarmi in questa avventura per la valorizzazione di Reggio Calabria.

Sono mosso dalla passione ma anche da amore, volontà, fiducia, speranza, rabbia. Sì, rabbia. La rabbia che provo a sentire frasi come “A Reggio non c’è niente”. Non è vero, non è reale. Quella è una frase che non può e non DEVE rappresentare la città. Reggio non è solo il Lungomare, non è solo ‘ndrangheta. Reggio ha molto di più da dire e noi vogliamo darle una “voce” in questo senso.

Storia, arte, sofferenza, vittorie, sconfitte. Noi non vogliamo nascondere o tralasciare nessun aspetto, anzi. Vogliamo far conoscere ogni sfaccettatura di Reggio Calabria.

L’obiettivo è quello di permettere a una cosa che amiamo tantissimo di essere altrettanto amata – e capìta – da quante più persone possibili.

Il progetto “Il Giardino di Morgana” nasce spontaneamente senza tornaconti, senza retroscena. Nasce dal puro e semplice amore per Reggio Calabria, null’altro.

Speriamo che altri vorrano unirsi in questo viaggio con il nostro stesso entusiasmo, noi ci contiamo.

Il Consigliere e Segretario organizzativo,

Salvatore Guarna.