Tra i reperti del MArRC anche Iside e Serapide

Spesso ci diciamo che il Museo di Reggio non è solo Bronzi di Riace (e fortunatamente è proprio così) e forse troppo spesso affascianti da reperti esteticamente più facilmente leggibili tralasciamo una parte del percorso espositivo del livello D del MArRC, quello riservato alle epigrafi che custodiscono, se osservate con la giusta curiosità, pagine di storia cittadina e mediterranea di rilevante importanza.

Proprio vicino ad epigrafi sepocrali di un comandante della flotta romana e a quella di un liberto (schiavo liberato) legato alla famiglia imperiale probabilmente in città al seguito di Giulia figlia di Augusto, troviamo un blocco tozzo a forma di parallelepipedo che riporta la seguente iscrizione:

ISI ET SERAPI SACRUM Q(uintus) FABIUS TITIANI LIB(ertus) INGENUUS SEVIR AUGUSTALIS FAB(ia) CANDIDA SACRORUM S(ua) P(ecunia).

CONSACRATO A ISIDE E SERAPIDE DA QUINTO FABIO INGENUO LIBERTO DI TIZIANO, SEVIRO AUGUSTALE E DA FABIA CANDIDA DEVOTA (o consacrata) AD ISIDE. A PROPRIE SPESE

(interpretazione e traduzione sono riprese così come riportate nella didascalia museale).

Quest’architrave di età imperiale potrebbe sembrare uno dei tanti reperti del nostro passato, ma questo straordinario blocco ci testimonia l’apertura religiosa verso culti provenienti dall’oriente ed in questo caso dall’Egitto Tolemaico.

Iside e Serapide non sono divinità appartenenti all’originale Pantheon romano ma iniziano un lungo viaggio che dall’Egitto probabilmente tramite Alessandria fece tappa in città meridionali come Regium, nel II sec. a.C. li troviamo a Pompei e progressivamente conquistarono Roma.

Si tratta di culti popolari e popolani che il senato vietò inutilmente più volte e ne fece radere al suolo i templi nel 58, 53, 50 e 48 ma i fedeli costantemente li riedificarono.

Successivamente a Roma però a queste divinità vennero eretti templi, nel Campo Marzio a Iside sotto Caligola e più tardi nell’area del Quirinale a Serapide sotto Caracalla.

Come abbiamo visto queste divinità hanno affrontato un viaggio lungo che le ha portate da oriente al cuore dell’impero. Iside si è progressivamente trasformata da divinità egiziana a divinità ellenistica/romana. Serapide invece è una creazione dei Tolomei che fonde in un’unica divinità le caratteristiche di Osiride, Zeus e Plutone.

Ancora una volta i frammenti custoditi al Museo di Reggio pongono la città nel cuore degli scambi e delle culture mediterranee a rimarcare nuovamente una propensione mediterranea che oggi abbiamo un po’ perso e che deve necessariamente essere riscoperta.

 

 

 

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I due “guerrieri” di Riace

E’ il 16 di agosto del 1972 e nel mare antistante il comune di Riace, piccolo centro della costa ionica reggina,Stefano Mariottini, a circa 800 mt dalla costa e ad 8 mt di profondità, vide emergere dal basso fondale, un braccio, ed è così che nasce la storia “moderna” dei due Bronzi di Riace.

Le due meravigliose statue bronzee, vennero recuperate il 21 agosto successivo dai sommozzatori dei carabinieri del Nucleo di Messina, per essere avviate ad una prima pulizia/restauro a Reggio che venne poi successivamente continuato a Firenze.

Sin dai tempi del fortuito ritrovamento la storia delle due statue, è fitta di mistero e punti di domanda che  aumentato il fascino di queste due statue di per se bellissime ed allo stesso tempo misteriose. (Anche se lo studio delle due statue presenta molti punti fermi dai quali parire)

Procediamo con ordine:

  1. Esiste dell’altro nel fondale di Riace?
  2. Chi sono le figure così perfettamente delineate dall’artista che le ha create?
  3. Perché queste due statue si trovavano proprio nel mare di Riace?

 Esiste dell’altro nel fondale di Riace?

Da quel fortunoso agosto del 1972 le voci su eventuali altre statue o oggetti pertinenti ai Bronzi si sono ripetute e susseguite con ritmo costante.

Nel 2007 il “Quotidiano della Calabria” sollevò una serie di interrogativi sul ritrovamento dei Bronzi, ci si interrogò sull’esistenza di eventuali altre statue o altri oggetti come scudi o elmi.

L’inchiesta giornalistica diede il via ad una duplice indagine, che vide come protagonisti il Ministero dei Beni Culturali e la procura di Locri.

Nella tormentata ricostruzione del ritrovamento delle due statue, fu addirittura il tribunale di Roma ad accertare la paternità del ritrovamento al Mariottini.

Secondo alcuni però, le circostanze del ritrovamento, restarono comunque poco limpide (si vedano su tema i tanti spunti di riflessione di Giuseppe Braghò) .

Com’è possibile che due statue di quelle dimensioni siano rimaste per secoli nel fondale di Riace senza essere rinvenute?

La spiegazione più logica sembrerebbe collegata al frequente moto ondoso violento di quel tratto di costa, che avrebbe potuto mantenere coperte per lungo tempo le due statue.

Proprio in quell’anno si registrò a Riace una violenta mareggiata, che probabilmente, scoprendo le due statue, rese possibile il rinvenimento al Mariottini.

Passando alla denuncia che lo stesso Mariottini presentò il 17 agosto 1972 sono almeno due i punti oscuri da analizzare.

  • Perché Mariottini parla di “gruppo di statue”
  • Perché Mariottini si riferisce al c.d. Bronzo B affermando “presenta sul braccio sinistro uno scudo”?

Per quanto riguarda il primo quesito, lo scopritore dei bronzi, interrogato dai carabinieri, affermò che fu il soprintendente Giuseppe Foti a suggerire quelle parole, giustificando il tutto, con la possibile esistenza di altre statue poco distanti da quelle rinvenute.

A conferma, nella stessa relazione, il Mariottini, utilizzerà il termine “due [statue] emergenti”.

Per quel che riguarda il secondo quesito, lo stesso Mariottini, confermerà una sua errata valutazione, dovuta alla presenza di sabbia che pensava coprisse lo scudo.

In conclusione, tra il 2007 ed il 2008, fu realizzata una perlustrazione dei fondali di Riace nella quale nulla venne rinvenuto, congiuntamente, nulla venne rintracciato nelle indagini presso i grandi collezionisti (si può facilmente intuire come questo resti comunque uno sforzo parziale), il che ha portato all’ufficiale conclusione dell’inchiesta.

Chi sono le figure così perfettamente delineate dall’artista che le ha create?

Questa sicuramente è la domanda, che fra tutte, ha di più appassionato curiosi e studiosi, per motivi di brevità ci limiteremo solo ad accennare con qualche accenno, alcune teorie ricostruttive.

Appare necessario superare la tradizionale distinzione tra statua A (foto1) e statua B(foto2) (che qui utilizzeremo per mero fine indicativo) ed attribuire la naturale autorevolezza a queste due statue, simbolo ineguagliato di perfezione artistica di epoca greca.

Pariamo da qualche punto fermo.

Le due statue secondo la maggioranza degli studiosi furono realizzate tra il 470 e il 450 A.C. il

Bronzo A e 20 anni dopo il Bronzo B.

Sono alte 1,98 mt A e 1,97 B, sono costituite di bronzo, realizzate con la tecnica a cera persa, i capezzoli le labbra e le ciglia sono di rame, la sclera degli occhi è di calcite bianca, le iridi in pasta vitrea, il dotto lacrimale di una pietra rosota e fatto unico nella statuaria mondiale, la statua A espone i denti che sono d’argento.

Ripercorriamo adesso, brevemente, senza pretesa di completezza le ipotesi ricostruttive.

  1. Fuchs ipotizza che le due statue appartengono al donario degli Ateniesi a Delfi ed attribuisce la paternità al grande Fidia.

H.P.Isler e P.E.Arias, individuano nelle statue due eroi ateniesi attribuendo le statue a Fidia, il Bronzo A e alla scuola dello stesso Fidia il Bronzo B.

Rolley interpreta le due statue come eroi, forse eponimi attici, opere di artisti ateniesi.

Pribeni sostiene che il Bronzo A sia un eroe (forse Aiace) mentre il Bronzo B una stratega.

Secondo il Di Vita, le due statue furono realizzate per celebrare la vittoria di due oplitodromi .

Per il Dontas le due statue provengono dall’agorà di Atene ed appartenevano al gruppo degli eroi eponimi.

Ridgway riconosce nelle statue due guerrieri di stile classicheggiante eseguiti dalla medesima bottega in epoca ellenistica.

Infine riportiamo due ipotesi che partendo dallo stesso mito, si sistinguono poi per l’attribuzione sull’identità delle due statue.

P.Moreno in una sua monografia partendo da una analisi del mito dei “sette a Tebe”, identifica le due statue come Tideo (Bronzo A) ed Amphiaraos (Bronzo B) attribuendo una paternità diversa ma di primo piano tra gli artisti di epoca greca, cioè per il primo Alkamenes e Hagelades per il secondo.

D.Castrizio, applicando un sitema che permette di incrociare fonti letterarie e archeologiche, partendo dal mito di Edipo, nella versione di Stesicoro e da una attenta analisi dei segni delle due statue, attribuisce l’identità di Eteocle (Bronzo B) e di Polinice (Bronzo A) (sulla base della descrizione della Tebaide di Stazio) e la paternità delle due statue al grande Pythagoras reggino (gruppo descritto  Taziano in Oratio ad grecos) .

Infine il Castrizio ritiene che le due statue, facessero parte di un gruppo statuario più numeroso esposto ad Argo.

Indipendentemente dall’attribuzione di un’identità specifica, appare del tutto evidente, che ci troviamo di fronte a due capolavori unici nel loro genere.

Da un semplice raffronto con altre opere coeve come la statua di Capo Artemision (foto 3) o l’Auriga di Delfi (foto 4),(anche se bisogna precisare che lo stile realizzativo è comunque diverso) ci accorgiamo come l’artista, chiunque esso fosse, realizzò i Bronzi per stupire il mondo.

Non si spiega altrimenti lo studio e la meravigliosa realizzazione di dettagli anatomici (foto5, foto6, foto 7, foto 8) così perfetti, tali da poter indurci a considerare le due statue come veri e propri atlanti dell’anatomia umana.

L’idea del bello, per i greci Kalokagathìa, (letteralmente bellezza/bontà) viene, nei Bronzi, esaltata in dettagli unici al mondo, come nei ricci della barba del Bronzo A ideati singolarmente e poi attaccati alla statua, il meraviglioso realismo dello sguardo, con espressioni diverse delle due statue (foto 9, foto 10), o il dettaglio unico della visione dei denti del Bronzo A (foto11), ed ancora, la dinamicità delle due statue che con la gamba sinistra a riposo, irrigidiscono la muscolatura della gamba destra, il dettaglio della venatura sotto un metallo che pare quasi umano.

Ed infine, un ultimo dettaglio, anch’esso unico nel suo genere, che ci testimonia come la perfezione nello stile utilizzato per la realizzazione delle due statue, andò perduto già qualche tempo dopo.

Infatti, la statua B presenta un restauro in antico, il braccio destro fu completamente rifatto insieme all’avambraccio sinistro, (foto12) intorno al II d. C., ed appare evidente come la qualità del materiale e la capacità di esprimere i dettagli, non siano più quelle utilizzate in precedenza.

Bronzi di Riace 12.JPG
Foto 12

 

Perchè queste due statue si trovavano proprio nel mare di Riace?

Della misteriosa storia dei Bronzi, questo forse è il punto in cui il mistero si infittisce maggiormente.

Di certo si hanno due statue, perfettamente allineate sul fondale ed il contestuale ritrovamento di 28 anelli di piombo.

L’ipotesi più accreditata è che le due statue fossero in viaggio su di una imbarcazione, sorpresa da una tempesta, molto frequenti in quel tratto di mare, e che i marinai per fronteggiare la tempesta, alleggerirono il carico lasciando scivolare in mare le due statue.

Successivamente tagliando l’albero con la vela maestra (questo giustificherebbe il ritrovamento degli anelli di piombo) riuscirono a far salva l’imbarcazione, motivo secondo alcuni null’altro fu trovato nel fondale di Riace.

Ma anche questa ricostruzione presenta degli interrogativi.

Come fecero i marinai in situazione di emergenza a sostenere il peso delle due statue per gettarle in mare? Come fecero le due statue ad arrivare sul fondale perfettamente allineate? Non è più plausibile ipotizzare un naufragio, con le statue perfettamente stivate e ritenere che il tempo ed il mare abbiano fatto sparire i resti dell’imbarcazione?

Torniamo adesso alla storia recente dei Bronzi.

Le due statue nel tempo, oltre alla prima pulizia/restauro negli anni 70 sono state periodicamente sottoposte ad analisi, come dal ’92 al ’95 ed infine dal 2009 al 2011.

In quest’ultima occasione, venne approntata una apposita camera, presso il palazzo del Consiglio Regionale della Calabria, che in quegli anni diventò un laboratorio di restauro che attirò molti curiosi.

In quell’occasione i restauratori Paola Donati e Cosimo Schepis riuscirono, attraverso nuovi strumenti, a raggiungere alcune zone irraggiungibili in precedenza, e ad asportare alcune incrostazioni che continuavano la loro silente opera di deterioramento.

Successivamente, le due statue vennero trattate con una apposita sostanza, che inibì la corrosione delle leghe come il bronzo.

A restauro terminato, i nostri due “eroi”, erano pronti a rientrare presso il museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, dove adesso costituiscono la punta di diamante di una collezione archeologica unica al mondo, che ripercorre la storia millenaria di quest’area del Mediterraneo, dalla preistoria alla Reggio di epoca romana, con l’unicum della sala dei bronzi (foto 13), che ospita altre due opere bronzee di livello assoluto, come la Testa di Basilea e la Testa del Filosofo, entrambi provenienti dal relitto di Porticello.

Bronzi di Riace 13
Foto 13 da http://www.bronziriace.it

Infine l’unicità di Palazzo Piacentini, sede del Museo, restaurato ed ammodernato di recente, che anche nel momento della sua realizzazione rappresentò un unicum, un palazzo costruito con l’obiettivo di ospitare una grande collezione museale, che poggia le sue fondamenta, materialmente, sulla viva storia della città.

Al Museo ancora oggi sono visitabili nelle fondamenta alcune tombe, pertinenti ad una necropoli di epoca ellenistica, rinvenute proprio li, all’epoca dei lavori di costruzione del Museo.

Che dire in conclusione, è chiaro che i due Bronzi di Riace con la loro unicità rappresentano il fiore all’occhiello del Museo, ma la collezione è anche altro, dal Kouros all’archeologia subacquea, dai Dioscuri a tanto altro, che sommati costituiscono un vero e proprio centro di attrazione mondiale.

 

Bibliografia e sitografia

Gli eroi venuti dal mare, AA.VV. Gangemi editore & Frisina Archeolinea, 1990.
I bronzi di riace, Alberto Angela, Rizzoli, 2014.
Guida alla statuaria reggina, Daniele Castrizio, Falzea editore, 2011.
Bronzi di Riace; l’enigma dei due guerrieri, D. Castrizio C. Iaria, Città del sole edizioni, 2016
http://www.bronzidiriace.it

 

sulle ipotesi ricostruttive:

Zu den Grossbronzen von Riace,Fuchs, Boreas IV, 1981.
Die Bronzekriegenvon Riace,Isler, Antike Welt, 1983.
Lettura delle due statue bronzee di riace,Arias,
Lo stile e la datazione, Paribeni, Roma, 1986.
Les Bronzes greces, Rolley, Parigi, 1983.
Due capolavori attici: gli oplitodromi, Di Vita, Roma, 1995
Considerazioni sui due bronzi di Riace, Actes du XII Congrès International d’Archéologie Classique,1988.
The Riace Bronzes: a minority viewpoint, Ridgway, Roma, 1984.
I Bronzi di Riace. Il maestro di Olimpia e i sette a Tebe, Moreno, Milano, 1998

 

Piccoli libri di metallo del “Regno dello Stretto”

Qualche mese fa ci occupammo della cosiddetta “area metropolitana” voluta da Anassila nel corso del V° secolo a.C che fece vivere alla città di Reggio un apice economico della sua storia millenaria. (link all’articolo “L’area metropolitana di Anassila”)

Quest’area, voluta dal Tiranno reggino, oltre ad un’ampia fetta di costa Jonica fino all’odierno Capo Spartivento, comprendeva anche la dirimpettaia Messina. Questo ampio controllo territoriale permetteva a Rhegion di dominare i traffici delle principali rotte commerciali.

Sicuramente uno dei tratti che caratterizzò il cosiddetto “Regno dello Stretto” fu la monetazione di quel periodo. Una monetazione unica sulle due sponde, che creò un unico mercato e che rende assolutamente evidente come la vita in questo tratto di terra e di mare ha una radice che spesso si è intrecciata.

Zancle, l’odierna Messina, inizia a battere moneta, prima di Reggio, intorno al 530 a.C.

Messina fase incusa
incuso Zankle

In queste prime monete compare al diritto una falce che simboleggia il porto (asset fondamentale per l’economia della città), un delfino e la legenda DanKle; al rovescio troviamo al centro una conchiglia tra forme geometriche incuse (cioè forme impresse in incavo sulla moneta).

Nel 510 a.C. anche Reggio inizia a battere moneta con un incuso raffigurante un toro a volto umano (che rappresenta un fiume) e una crisalide di cicala (nello stesso periodo anche Zancle emise una moneta con al diritto il tipo classico della falce e del delfino ed al rovescio le stesse immagini incuse)

Toro androprosopo Reggio
Incuso di Reggio

Si è molto discusso su questa raffigurazione, c’è chi sostiene che il fiume rappresentato sotto forma di toro a volto umano (androprosopo) rappresenti l’Apsias (l’odierno Calopinace, fondamentale nel mito fondativo della città) e chi sostiene invece che sia l’Alex, il fiume che segnava il confine tra le polis di Rhegion e Locri (per l’elemento aggiuntivo della crisalide di cicala collegata al mito di Eracle che sopitosi sulla sponda reggina dell’Alex chiese a Zeus di non far frinire più le cicale).

Messina successivamente venne conquistata dai Samii, inviati da Anassila, che emisero una breve monetazione (al diritto testa di leone ed al rovescio prora di nave e rostro samese).

Messina e Samesi
Monetazione dei Samii

Con l’avvento di Anassila nel 494 a. C., come detto, la monetazione cambiò sia nella sponda calabra che in quella sicula dello Stretto.

In un primo momento vennero emesse monete con al diritto la testa di leone ed al rovescio la testa di vitello (da Vitalia, Italia, la denominazione dell’area) con la legenda ad indicare se le monete fossero reggine o messinesi.

Anassila prima fase Reggio
Prima fase Anassila a Reggio
Anassila prima fase Messina
Prima fase Anassila a Messina

Nella seconda fase del regno di Anassila cambiano i tipi: al diritto biga di mule (Anassila vinse alle olimpiadi in quella specialità) ed al rovescio una lepre (pare che il tiranno introdusse quell’animale in Sicilia, alcuni studiosi ritengono però che le fonti indicanti l’introduzione delle lepri in Sicilia si riferiscano proprio alla moneta e non all’animale). Della monetazione resta l’indicazione dell’etnico e l’adozione della moneta resta costante su entrambe le sponde dello Stretto.

Anassila seconda fase Reggio
Seconda fase Anassila a Reggio
Anassila seconda fase Messina
Seconda fase Anassila Messina

Emissioni uniche anche in monete di minor valore con l’indicazione della provenienza al rovescio

Con la caduta della dinastia di Anassila, paradossalmente, Messina continua a battere i medesimi tipi monetali, mentre Reggio cambia radicalmente.

In un primo momento la polis di Rhegion batte una moneta con testa leonina al diritto ed al rovescio il mitico fondatore Iocastos.

Reggio prima fase post Anassila
Reggio prima fase post Anassilaidi

In un secondo momento invece al rovescio comparirà il Dio Apollo.

seconda fase post Anassila
Reggio seconda fase post Anassilaidi

Questa in breve la storia della monetazione del “Regno dello Stretto”, un argomento così delicato e complesso potrebbe essere trattato con maggiore profondità, ma anche così ci si accorge come già nel 494 a.C. si capì che la fortuna di quest’area geografica non può che essere quella di un’integrazione reale tra le due sponde dello stretto.

Queste monete ce lo certificano, ribadendo ancora una volta che la numismatica ci racconta di libri di metallo ricchi di capitoli di storia.

In viaggio tra le bellezze nostrane

Questo l’articolo a firma del nostro presidente, apparso sul numero di gennaio del mensile “La Voce del Sud”,  il periodico dell’area grecanica.

Indubbiamente il fenomeno turistico alle nostre latitudini, rappresenta croce e delizia, non solo per gli operatori economici ma anche per chi in questi territori risiede.

Non è difficile immaginare una grandissima vocazione turistica per la nostra terra, con le grandi eccellenze che possiede, spaziando dalle bellezze ambientali, paesaggistiche, architettoniche, storiche ed archeologiche.

Ma perché al momento questa potenzialità non viene espressa a pieno? Perché questo territorio non riesce ad attrarre per quanto meriterebbe?

La serie di concause è assai elevata a parer mio, potremmo partire dalla scarsa conoscenza del territorio anche dei singoli residenti; non è un caso se i calabresi, figurano agli ultimi posti tra i fruitori del patrimonio culturale (85% non ha visitato nessun sito archeologico o monumentale nell’ultimo anno e nello stesso periodo il 34,8 % non ha svolto nessuna attività culturale).

Potremmo poi continuare l’analisi, considerando la scarsa capacità di far rete, troppo spesso sacrificata sull’altare di anacronistici campanilismi, retaggio della nostra cultura.

Infine, un altro dei mali atavici della nostra offerta turistica appare essere la cattiva programmazione e la scarsa promozione del territorio, che non si può limitare, come spesso accade, a degli spot televisivi prettamente estivi, che pubblicizzano le solite località, peraltro a stagione turistica estiva abbondantemente cominciata.

Una delle strade per poter invertire parzialmente la rotta può essere quella di ripensare l’offerta turistica finalmente concependola in funzione delle nostre potenzialità e capacità, lasciando stare per un momento modelli triti e ritriti di offerta che però scarsamente si adattano alle nostre caratteristiche.

Il turismo della nostra provincia vive fondamentalmente su un grande attrattore che è il Museo Nazionale della Magna Grecia; la nostra offerta dovrebbe essere a supporto di questa punta di diamante, sviluppando la connessione con l’area dello Stretto e soprattutto con quella meravigliosa risorsa costituita dalle nostre aree interne, come l’Area Grecanica e non solo.

Potenziare questi vettori di sviluppo permetterebbe in un primo momento di prolungare la permanenza in città e nella provincia oltre la canonica mezza giornata o la singola notte, consentendo, appunto, soggiorni di due o tre giorni, ingenerando in altri potenziali fruitori del nostro territorio la curiosità di ritornare per poter visitare anche altre aree e questo potrebbe permettere, in un secondo momento, la destagionalizzazione dell’offerta anche in periodi che adesso vengono sottoutilizzati.

Per poter realizzare questo non abbiamo necessità di grandissime opere faraoniche ma di operatori economici in grado, e con voglia, di voler programmare ed investire seriamente su questo territorio dalle potenzialità infinite e tragicamente inespresse.

Il nostro territorio, “fortunatamente” uscito illeso nella sua gran parte da modelli di sviluppo industriale (almeno per quanto riguarda le aree interne) tipici degli anni passati, può adesso ritrovarsi tra i primi nella ricerca di un modello di sviluppo, fondamentalmente basato sul turismo sostenibile.

Un turismo cioè finalizzato alla tutela del patrimonio ambientale e culturale, ma che permette una sana fruizione di queste risorse.

Difatti, la stragrande maggioranza degli operatori economici del settore si stanno orientando su una forma di turismo “esperenziale” fondato sulle tipicità e peculiarità di un’area, veicolate da persone residenti in quel territorio, un turismo, appunto, pensato quasi per regioni o aree come le nostre.

Questa rubrica che mi accingo, con questo articolo, ad iniziare, è pensata per promuovere la conoscenza del territorio che ci circonda, con l’obbiettivo dichiarato, di far nascere nel lettore un quid di curiosità da approfondire nei luoghi che, il più delle volte, sebbene vicini, neanche conosce, cercando di innescare quei meccanismi virtuosi di conoscenza-promozione, che in questo territorio, al momento latitano.

Il mio lavoro si articolerà in due brevi racconti, uno che affronterà tematiche generali del turismo o un approfondimento sulla storia dei paesi delle nostre aree interne ed uno che sarà invece un focus su un bene identitario di particolare interesse.

Auguriamoci buon lavoro.

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