Il Duomo ed i suoi “ricordi di pietra”

Duomo Reggio Calabria

Spesso accade che la Cattedrale di una città ne diventi simbolo, ma il Duomo di Reggio oltre a divenirne simbolo ne ha seguito per secoli le vicende storiche, venendo fondato in questa parte di città in contrapposizione alla Cattolica dei greci che insisteva nei pressi della banca sopra l’odiera Piazza Italia.  Successivamente i suoi splendori barocchi (di cui ne resta eccellente testimonianza nella Cappella del Sacramento)  furono danneggiati dai terremoti e  proprio la scalinata dell’edificio sacro fu teatro degli scontri Garibaldini. Testimonianza invece di alcuni rifacimenti vengono ricordati nella lapide del 1682 di cui poco più giù parleremo.

L’edificio moderno segue quel filo rosso che collega quasi tutte le chiese della nostra città realizzate nell’ultima ricostruzione, (eccezion fatta per la chiesa “Pepe”, la “Graziella” a Sbarre e Sant’Antonio ad Archi che sono molto più antiche)  quella a seguito del catastrofico terremoto del 1908, e cioè dentro un edifico novecentesco sono sempre custodite tracce di un passato molto più antico.

Questa volta ci soffermeremo su testimonianze scritte, delle lapidi, che provengono da periodi molto diversi, anzi le prime due furono realizzate in un tempo a noi molto prossimo metre la terza come già detto è databile al 1682.

Ma andiamo con ordine e partiamo da queste prime due lapidi collocate tra le porte d’ingresso della Cattedrale:

I due manufatti sono databili al 1978 e 1980 riferibili quindi all’opera di pastore della diocesi del vescovo Aurelio Sorrentino e furono volute su impulso di quest’ultimo da due papi differenti. La prima da Paolo VI che innalza a Basilica Minore la Cattedrale dei Reggini riconoscendole la sua importanza storica, per le memorie custodite e per l’opera pastorale che viene svolta.

La seconda lapide invece, voluta da Papa Giovanni Paolo II, rimanda all’origine del cristianesimo sulla sponda calabra dello Stretto con la venuta di San Paolo nel 58 d.C. e la nomina di Stefano da Nicea primo vescovo dei reggini, che vengono con autorità papale nominati rispettivamente patrono principale e patrono secondario della diocesi.

La terza lapide invece ha un passato molto più antico con una piccola appendice nell’ultimo secolo di storia reggina:

Lapide del 1682 del Duomo di Reggio Calabria

La lapide che testimonia l’importanza della sede vescovile reggina ricorda l’opera di risistemazione dell’edificio di culto voluta dal vescovo spagnolo Martino Ybanez di Villanueva e recita così (la traduzione proviene dal sito ufficiale della cattedrale www.cattedralereggiocalabria.it)

“ A Dio Ottimo Massimo. All’ Alma Vergine Madre Assunta al Cielo (intitolata) la Chiesa Reggina, Metropoli della Magna Grecia di un tempo, madre e capo di province, fondata nell’anno 58 dall’Apostolo Paolo, affidata al suo discepolo il martire Stefano, 1° Vescovo dei Reggini.
Per la cura dei beni spirituali l’Arcivescovo reggino della Calabria Ulteriore e Metropolita della stessa, Archimandrita di Ioppolo, Abate di S. Dionigi, è a capo di dieci Chiese Cattedrali, i cui Vescovi sono suffraganei, quello di Bova, di Cassano, di Catanzaro, di Crotone, di Gerace, di Nicastro, di Nicotera, di Oppido, di Squillace, di Tropea;
per la cura dei beni temporali, è alla presentazione del Re cattolico e Consigliere della regia Maestà, Conte della città di Bova e della campagna di Africo, Barone di Oppido di Castellace con giurisdizione di pura e mista sovranità, per concessione data dall’imperatore Enrico VI nell’anno 1199 e confermata da Federico II nell’anno 1223.
Martino Ybanez di Villanueva, spagnolo dell’Ordine della SS. Trinità, avvocato e qualificatore della Santa e Generale Inquisizione Spagnola, dottore e primo cattedratico della Scuola complutense di Sacra Teologia, dall’Episcopato di Gaeta Arcivescovo di Reggio, con la misericordia di Dio restaurò all’interno e all’esterno e riportò allo stato presente tutta questa  spagnolo dell’Ordine della SS. Trinità, avvocato e qualificatore della Santa e Generale Inquisizione Spagnola, dottore e primo cattedratico della Scuola complutense di Sacra Teologia, dall’Episcopato di Gaeta Arcivescovo di Reggio, con la misericordia di Dio restaurò all’interno e all’esterno e riportò allo stato presente tutta questa Chiesa, deforme e quasi crollata per la vetustà. Nell’anno del Signore 1682.”

La stele, come ricordato nell’iscrizione novecentesca in basso,  era collocata sul fronte del vecchio Duomo e subì dei danni (com’è facile vedere dalla foto) durante il terremoto del 1908 e venne poi ricomposta e collocata all’interno del Duomo moderno dal vescovo di Reggio Enrico Montalbetti nel 1939.

Reggio ed i suoi monumenti aspettano solo di essere scoperti e raccontati. Per farlo bisogna munirsi di occhi curiosi con approcci lenti perchè talvolta anche dei marmi ci raccontano storie vecchie di secoli o addirittura di millenni.

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“Quattru petri”… o forse no.

Spesso ci diciamo che la bellezza è nascosta in piena vista, troppo spesso presi da ritmi di vita frenatici e per poca curiosità diamo quasi per scontati e per poco interessanti testimonianze che ci parlano di glorie passate e di pagine di storia cittadina che ogni reggino dovrebbe conoscere almeno per sommi capi, così tanto per evitare i soliti tormentoni triti e ritriti antistorici ed autolesionistici tipo “Riggiu non vindiu mai ranu” o il tombale “non c’è nenti”

Ad esempio, così tanto per citar qualche bellezza in luoghi conosciuti a tutti come lo splendido Lungomare Falcomatà di Reggio Calabria potremmo fare pochi passi dal Museo Archeologico della Magna Grecia per andare a scoprire una delle tombe rinvenute durante i lavori di scavo per la realizzazione dello stesso Museo. La tomba, alle spalle di una nota gelateria, è sorella di quelle ancora oggi visibili nel piano interrato del Museo rimaste intatte e inalterate rispetto alla loro condizione originaria.

Ma continuiamo sempre sullo stesso asse viario, il Lungomare reggino, che dovrebbe necessariamente divenire un vero giardino privo di strutture ingombranti che andrebbero ripensate e ricollocate in altra sede per lasciare finalmente spazio ai monumentali Ficus Magnolia e permettere a quest’ ultimi di trovare con le loro radici quella terra che da troppo tempo non riescono a raggiungere e che nonostante i ripetuti avvertimenti (leggi caduta rami) noi continuiamo a circoscrivere in angusti spazzi non più sufficienti.

Attraversato quindi questo lungo viale sospeso sull’azzurro intenso dello Stretto arriviamo nella prima area Archeologica che arricchisce questa passeggiata, le mura greche della città.

Il sito, che meriterebbe maggiore visibilità e comunicazione, ci parla di un passato glorioso ed importante.  La teoria più accreditata vuole l’edificazione delle mura intorno al IV sec. a.C. quando la città dopo la caduta per mano del tiranno Dionisio di Siracusa venne ripoliticizzata e riorganizzata dal figlio Dionisio il Giovane dal 356 a.C in poi.

Il sito presenta oggi solo la zoccolatura in arenaria con una doppia cortina di pietre parallele che lasciva un spazio interno, un tempo riempito per dare solidità con terra e pietrisco, su questa base poi si ergeva  il muro in mattoni cotti che presentavano i bolli che certificavano talvolta il nome del produttore ed in alcuni casi la destinazione del mattone stesso con su stampigliato “delle mura”, “dei reggini”.

Volendo ci si potrebbe anche fermare qui, e spesso questa scelta è forzata visto che si attende un’apertura sistematica di questo sito magari mettendolo anche a profitto di chi lo gestisce, ma c’è una nota positiva, visto che il sito finalmente può godere di una pulizia più ravvicinata nel tempo e comunque se realmente non ci si vuole fermare qui, basta procede ancora per pochi passi verso la stazione centrale di Reggio per gettare lo sguardo sul sito archeologico delle Terme Romane con i suoi ambienti ed il suo mosaico pavimentale.

Abbiamo fatto poco più di un chilometro eppure di cose ne abbiamo viste ed immaginate e ci siamo fermati solo a panorama, alberi e storia, senza neanche fare soste nei vari chioschi a gustare le specialità enogastronomiche del nostro territorio eppure la cappa dell’occasione mancata dell’incompiuta spesso dopo un po’ ci assale.

Forse perché troppo spesso a quei tormentoni iniziali noi reggini ne aggiungiamo uno ancora più pesante che come piombo appesantisce il volo di questa Città. Diciamocelo pure, per molti di noi quelle sono solo “quattro pietre” anzi “quattru petri” perché forse non riusciamo a comprenderci, non riusciamo a capire che presentarci in modo così “Tafazziano” è solo autolesionistico, è come se un venditore di petrolio durante la trattativa desse fuoco ai barili per impressionare l’acquirente.

Forse prima di proporci dovremmo realmente capire chi siamo ed accompagnare questo con il contorno fatto di divertimento e tanto altro ancora, prendendo spunto ancora una volta dalla cucina dove il piatto forte non è mai stato il contorno.

 

Ferruzzano, sei come il primo amore, non ci si può scordare

Questa settimana nella nostra rubrica, Pillole di Storia, ospitiamo un articolo che è già comparso nel periodico dell’ area grecanica “La Voce del Sud”.
Il mensile è stampato da 10 anni ed è il periodico cartaceo più longevo dell’ area.
Si cresce tutti insieme… Buona lettura
Domenico Guarna

Ferruzzano per me è sempre stato un paese particolare, incrocio spesso sul mio percorso il suo nome ed i suoi abitanti, imparai a conoscerlo ancora prima di visitarlo attraverso i racconti della nonna materna, ed imparai a conoscere quegli usi antichi, come quello di realizzare dei casotti in spiaggia, I LOGGI, dove ci si traferiva per lunghi periodi in estate, di quella vita misera che diventava ricca di significato negli occhi di chi quel passato l’ha vissuto, ed ha visto in qualche misura l’inizio di quello spopolamento verso la Marina, quando prendere il treno per andare a Reggio, sembrava quasi un viaggio lunghissimo, quei racconti che certe volte usano termini di un dialetto quasi incomprensibile.

E’ un’area questa, carica di storia, basti pensare alla vicinanza con Capo Bruzzano, probabile approdo dei coloni greci che dopo andarono a fondare Locri, o come non ricordare i numerosi ritrovamenti preistorici che in quest’area spesso vengono segnalati.

L’origine della frazione interna di Ferruzzano non differisce dalla motivazione dell’arroccamento interno di tutti gli altri centri limitrofi che ebbero la necessità di una maggiore difesa da quel mare che prima era un incredibile collegamento di civiltà.

Il borgo, fu casale di Bruzzano, ed appartenne a numerose famiglie della nobiltà locale come ad esempio  la famiglia Marullo della contea di Condojanni, ai Canotto fino al 1592, passo poi agli Staiti fino al 1674 ed infine ai Carafa che lo tennero fino al 1806, data nella quale vi fu  l’eversione della feudalità.

Con l’istituzione dei Comuni del 1811, Ferruzzano fu elevato a comune ed incluso nel Circondario di Staiti che in quel momento storico diviene il centro più importante dell’area.

Ferruzzano viene pesantemente danneggiato dai terremoti del 1783 e da quello del 1907. Una testimonianza diretta dell’attaccamento e della combattività dei sui abitanti ci viene da Umberto Zanotti Bianco che nel suo racconto “Pazza per amore” contenuto nella raccolta “Tra la perduta gente” all’inizi degli anni ‘20 del ‘900 così racconta:

“Dopo il terremoto del 1907 una commissione geologica aveva dichiarato inabitabile Ferruzzano e il Genio Civile aveva costruito le nuove case baraccate nella frazione Saccuti. Ma più che la forza dell’abitudine, la maggior vicinanza ai pascoli del monte Trizzo, alle terre sul versante del La Verde, aveva indotto coloro che si erano salvati da quel disastro a sistemarsi tra le rovine, riattando alla meglio, con legname, i vani lesionati. Sicché quando decidemmo ad aprire una Casa dei bambini a Saccuti, quei di Ferruzzano accorsero impermaliti:- Siamo noi la maggioranza del Comune: se fate l’asilo alla frazione vi capiterà male.

E così aprimmo due asili…”

Oggi Ferruzzano si è definitivamente spostato nella frazione marina, con uno sviluppo caotico a ridosso della statale 106, davanti ad un mare ricco di voci nuove ed antiche con una vocazione turistica balneare.

La vera sfida però, è riscoprire quel passato nell’entroterra che oggi è scarsamente abitato, e conserva intatto nel silenzio di quelle viuzze strette, un passato contadino ed orgoglioso che deve essere raccontato per non andar perduto.

Sfida ancor più affasciante è rappresentata dal sito della grotta rupestre di Iuderìu o dal bosco di Rudina e dai suoi palmenti che ci raccontano della laboriosità e della ricchezza di quest’area.

I palmenti sono depositari di un antico sapere della vinificazione. Servivano a trasformare l’uva in mosto e si costituiscono da due vasche tra loro collegate, la superiore prende il nome di buttiscu e quella inferiore di pinaci. Questi sistemi hanno avuto una continuità di utilizzo per secoli facendo le fortune di quest’area che ha esportato vino in ogni angolo del Mediterraneo.

Un passato suggestivo, una terra straordinaria carica di storia e panorami mozzafiato, che decisamente riescono ad affascinare i visitatori. Per averne un semplice esempio, basta affacciarsi dalla piazza principale, quella della chiesa di Ferruzzano Superiore. Da questo terrazzo a quasi 450 mt d’altezza, lasciando alle spalle la chiesa che nonna ricorda baraccata il giorno del matrimonio e che in facciata riporta la scritta:

“Ferruzzano sei come il primo amore, non ci si può scordare”.

 

San Giuseppe a Scilla

Le origini di questo luogo di culto risalgono al luglio 1619, quando Maria Ruffo invitò a Scilla i padri Crociferi con il compito di assistere la popolazione.

Venne costruito un piccolo ospedale e, per accoglierli, un convento su di una pre-esistente chiesa bizantina. Il convento era dotato di una cappella che venne intitolata a Maria SS. Annunziata. L’attuale chiesa altro non è che la cappella di quell’antico convento.

L’edificio restò in piedi fino alla metà del XIX secolo, quando venne distrutto a seguito dei lavori per la costruzione della ferrovia.

Testimonianza delle dimensioni dell’antico edificio è la porzione di arco ancora oggi visibile nella strada che, da Chianalea, conduce alla chiesa. La chiesa subì solo qualche danno al tetto nel terremoto del 1908 e questo portò alla realizzazione del tetto in legno; sempre nel ‘900 vennero realizzate due aperture rettangolari nella parte  sinistra dell’edificio. Nel 1996 venne avviata una campagna di restauro e recupero durante la quale vennero individuati i resti di una chiesetta bizantina che, probabilmente, poi venne utilizzata come cripta: vennero anche ritrovati i resti del canonico Bovi, morto nel terremoto del 1783, che, per sua volontà, venne sepolto nella Chiesa vicino al mezzo busto di San Giuseppe.

Fu proprio il canonico Bovi, che era anche medico, ad introdurre il culto di San Giuseppe a Scilla nella prima metà del ‘700. La statua che oggi viene esposta nell’abside della Chiesa è frutto di una donazione di due pescatori scillesi ed è databile al 1750 (presto racconteremo anche questa storia)

Molte le opere custodite all’interno della Chiesa ma sicuramente l’occhio viene rapito dal portale che dall’atrio porta all’interno della chiesa, in tufo del XVIII secolo, e dall’altare anch’esso in stile Settecentesco.

Un territorio ricco di miti e leggende

Questa settimana per pillole di storia ci occupiamo di un aspetto molto particolare legato al nostro territorio, le leggende ed i racconti popolari. Ogni angolo della nostra provincia, è pieno di queste storie nate ovviamente per varie motivazioni. Ce ne racconterà qualcuna Carmine Verduci, presidente della Pro Loco di Brancaleone e fondatore di Kalabria Experience.

Che la Calabria fosse piena di miti, leggende e misteri è cosa ormai assodata!

Anche alle nostre latitudini, la fantasia dell’uomo ha sempre cercato di trovare delle spiegazioni logiche a strani fenomeni in castelli, borghi e foreste dell’intero territorio, che come in ogni parte d’Italia è disseminato di storie di spiriti, fantasmi e strane creature.

Con questo articolo cercherò di focalizzare l’attenzione sui misteri che aleggiano sul borgo di Brancaleone Vetus (RC) che affascina ancora oggi tanti  visitatori, che ogni anno si recano in questo luogo per riscoprire la magia d’un tempo, ancora impregnata nei ruderi delle vecchie abitazioni, che sembrano in qualche modo condurci in atmosfere lontane di un passato che ancora resiste e persiste nel nostro immaginario.

Sono gli anziani che ci consentono di fare un passo indietro nel tempo alla ricerca di storie e vicende che vuoi o non vuoi, rimangono ancora incarnate dentro quelle mura precarie, che hanno attraversato secoli di vita e vicissitudini dai contorni indefiniti e dai significati oscuri.

Parafrasando un vecchio articolo apparso sul settimanale “LA RIVIERA” di qualche tempo fa, scritto da due autori locali; Anthony Randolfi e Pino Fava, leggiamo tra le righe, storie di cui ancora oggi siamo tutti a conoscenza, ma che solo da un attenta indagine, come quella condotta dai due autori,  si può mettere in evidenza la variegata singolarità di questi argomenti. In questi racconti, è forte quel forte senso di appartenenza ad un passato, nel quale queste storie e queste leggende, erano parte integrante della vita dell’individuo, che aveva una concezione della paura ben diversa da quella di oggi.

Ci affascina l’idea che Brancaleone si trovi in una posizione dove sacro e profano combattono da secoli una battaglia sul senso stesso della vita, caratterizzando questi luoghi, che oggi devono essere riscoperti dalle nuove generazioni che hanno un forte bisogno di tornare indietro nel tempo, attraverso la memoria dei nostri antenati, per riscoprire il passato e le proprie radici e prendere coscienza di ciò che è stato e quindi, di ciò che siamo oggi.

Tra le testimonianze che ancora oggi possiamo raccogliere tra gli anziani del luogo, non possiamo esimerci dal raccontare della processione dei defunti di Brancaleone Superiore, questo fenomeno si verificherebbe tutti i primi Venerdì del mese per tutta la notte, questa macabra processione pare partire dal vecchio cimitero del borgo, snodandosi tra le viuzze dell’antico abitato.

Un’altra leggenda riguarda la famosa gallina dalle uova d’oro, tale gallina abitava nell’antica Capistrello (un antico maniero posto vicino Brancaleone sull’altra sponda del torrente Altalìa), pare che nei tempi remoti, un umile garzone abbagliato dalla possibilità di arricchirsi, volle tentare di impossessarsi di queste uova per realizzare tutti i suoi desideri, ma l’impresa non fu per nulla facile, bisognava scalare tutta la collina che si trova a picco sul torrente,e da questa impresa, il ragazzo non fece mai più ritorno al paese.

Un’altra leggenda narra che tra i boschi della collina dove oggi sorge il vecchio abitato di Brancaleone, si nascondesse un enorme serpente e che in un giorno di pioggia, avventurandosi fra questi boschi, era facile incontrare questa creatura mostruosa, che dopo aver leccato il viandante ne avrebbe rivelato il futuro.

Non meno fantasiosa è la credenza popolare che le pietre di Brancaleone, raccolte per la strada e portate con se in viaggio, assicurino fortuna e protezione. Non meno singolare è la credenza che chiunque fosse riuscito a mangiare sette fichi d’india rossi colti sulle pareti rocciose del vecchio castello, avrebbe avuto in sposa la più ricca del paese.

Fonti storiche non ci danno prova di tutto ciò, ma a noi piace pensare che ogni storia nasconda qualcosa di vero, d’altronde ogni leggenda si fonda su fatti realmente accaduti e poi narrati dall’esasperazione orale e goliardica della gente.

Di leggende Brancaleone ne è piena, così come il territorio Grecanico, e la Calabria; leggende che spesso si rincorrono l’una con l’altra, talvolta con delle variabili che contestualizzano, luoghi, persone e personaggi della mitologia greca.

Potremmo stare a raccontare centinaia di storie, leggende e misteri di cui il territorio di dell’Area Grecanica ne è pieno, ma preferiamo che sia il territorio a svelarci ogni segreto, celato nella sua essenza primordiale attraverso i racconti degli anziani, che rappresentano per noi oggi una vera fonte di memoria storica e immateriale, che fa di questo Aspromonte un universo conteso fra sacro e profano, che non smette di affascinare ogni  visitatore, che giunge da queste parti forse ignaro di questi tesori nascosti da secoli di storia, sangue e dolore.

Carmine Verduci.

brancaleone
Panoramica Brancaleone Vetus

 

 

 

 

L’alluvione del reggino del secolo scorso: 12-18 ottobre 1951

E’ un piacere per noi, in questo numero di pillole di storia, ospitare la Dott.ssa Maria Lombardo. Da tempo volevamo dare respiro a questa rubrica con voci diverse, ed abbiamo iniziato proprio dalla sua. Speriamo di continuare molto presto anche con altri punti di vista, che non possono che arricchire questo Blog… Buona lettura…

 

Nellottobre  del 1951 il basso Jonio fu interessato da un grandissimo evento alluvionale di catastrofiche alluvioni che mai colpirono la Calabria con tanta forza provocando morte e distruzione. Sono bastate 100 ore di piogge con  1770 mm di pioggia, una quantità superiore alle medie annuali. La quantità di acqua caduta risulta essere elevata con conseguenze disastrose per i territori compresi fra l’Aspromonte e la Serra di San Bruno. Bombe d’acqua che hanno colpito 67 comuni, in particolare Nardodipace, Africo, Canolo, Careri e Platì, provocando il crollo di 1700 abitazioni e facendo restare 4500 persone senza un tetto sulla testa  Fu l’apocalisse i torrenti scesero a valle ingrossati trascinando tutto, notevoli le frane e gli smottamenti  da Reggio Calabria fino a Catanzaro . Le comunicazioni stradali e telegrafiche saranno interrotte in oltre quindici località. La linea ferroviaria tra Soverato e Reggio Calabria fu interrotta in 22 punti, la strada litoranea jonica (l’attuale S.S. 106) interrotta in più punti per la distruzione di diversi ponti; i comuni isolati furono diverse decine. Nei centri costieri i collegamenti furono possibili solo via mare.Collassa l’economia locale, agrumeti e coltivazioni sono distrutti, centinaia di famiglie di braccianti e mezzadri rimangono senza lavoro. Dal bilancio ufficiale  del governo le vittime in tutta la Calabria assommarono ad una settantina, solo a Platì, morirono 17 persone.  Per la sola provincia di Reggio Calabria i danni ammontarono  a 30 miliardi di lire. Quattromilacinquecento senzatetto, millesettecento abitazioni crollate o rese inabitabili, sessantasette comuni colpiti. Tra le infrastrutture danneggiate, ventisei ponti crollati e settantasette acquedotti lesionati. Giornate drammatiche ma quella del 16 ottobre rimarrà alla storia  le precipitazioni aumentarono,  a Santa Cristina d’Aspromonte, si registrano più di 535 millimetri d’acqua in sole ventiquattro ore. Anche nei giorni a seguire la quantità di acqua caduta risultò essere elevata con conseguenze disastrose per i territori compresi fra l’Aspromonte e la Serra di San Bruno. Qui, infatti, molti torrenti tracimano nello scendere a valle, inondando vari centri del litorale ionico e dell’entroterra, da Reggio Calabria a Catanzaro. Protetto dall’evento il versante tirrenico, sottovento a questa particolare configurazione barica. Le comunicazioni stradali e telegrafiche saranno interrotte in oltre quindici località, mentre per i vari centri situati sulla fascia costiera, il collegamento potrà avvenire solo via mare. Agrumeti e coltivazioni di cotone sono distrutti: collassa l’economia locale, mentre centinaia di famiglie di braccianti e mezzadri perdono i propri posti di lavoro. Il bilancio fu terribile oltre settanta vittime,quattromilacinquecento senzatetto, quasi millesettecento abitazioni crollate o rese inabitabili, sessantasette comuni colpiti. Tra le infrastrutture danneggiate, senza voler contare le innumerevoli interruzioni stradali, si segnaleranno ventisei ponti crollati e settantasette acquedotti lesionati. Solo nel Reggino i danni furono di 30 miliardi!  Il 19 ottobre 1951 le popolazioni di Calabria, Sicilia e Sardegna riuscirono finalmente a tirare un sospiro di sollievo, dopo cinque giorni di pioggia costante, ma lo scenario apocalittico che gli si presentava davanti agli occhi era dei peggiori: ben 70 morti in totale e danni incalcolabili a strade, infrastrutture e interi centri abitati. Molti centri dichiarati non agibili, a causa del devastante dissesto idrogeologico, seguito alle consistenti precipitazioni. Tra questi, degna di nota, è la situazione verificatasi ad Africo, in provincia di Reggio Calabria: il paese, insieme al vicino Casalnuovo, subirono ingenti danni materiali a causa dei quali vennero dichiarati inagibili ed entrambi furono evacuati. La popolazione trovò inizialmente alloggio  nelle scuole elementari di Bova, poi fu trasferita a Gambarie e da lì distribuita in altri comuni della provincia. A Reggio Calabria, in contrada Lazzaretto di Condera, vennero create delle baracche di legno dove si stabilirono circa 1000 alluvionati, che rimasero lì fino ai primi anni ’60. Dal 1962 in poi, infatti, la popolazione dei due paesi venne fatta confluire in un nuovo centro abitato, Africo Nuovo, creato ad hoc nei pressi del comune di Bianco.

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Alluvione a Bivongi

Gli Ottimati ed una radice antica

Una delle chiese più suggestive della città di Reggio Calabria è senza dubbio quella degli Ottimati, un vero e proprio scrigno di bellezza.

Questa chiesa, come la quasi totalità degli edifici religiosi della nostra città, e non solo, risale ai primi del 900 (nella fattispecie il 1933) e proprio come le altre chiese, conserva al suo interno tracce preziosissime del nostro passato cittadino.

A cominciare dal nome Ottimati, denominazione comune della chiesa che è però dedicata a S. Maria Annunziata. Chi erano quindi questi OTTIMATI?

La denominazione deriva da Optimates, il ceto nobile che aveva diritto all’ingresso nell’antica congrega, appunto degli Ottimati.

La chiesa, originariamente edificata poco distante dall’odierno sito, era un antico edificio religioso bizantino, sul quale i Normanni, successivamente edificarono una chiesa, che dedicarono a San Gregorio Magno, che inglobò il precedente edificio.

La chiesa è dalla metà del ‘500 con fasi alterne, strettamente connessa con l’ordine dei Gesuiti ancora oggi presenti in quell’edificio sacro.

Le tracce del nostro passato rapiscono lo sguardo, dall’altare con il suo bel dipinto di fine ‘500 che raffigura l’Annunciazione, agli stemmi gentilizi presenti, al dipinto ottocentesco dove viene rappresentata la Vergine nell’atto di dettare la Regola al fondatore dei Gesuiti Sant’Ignazio di Loyola.

In ultimo la vera meraviglia costituita dall’antichissimo pavimento musivo, un’autentica gioia per gli occhi.

La chiesa nel tempo ha scontato una specie di inaccessibilità legata ad orari di apertura molto rigidi, ma di recente grazie alle attività del progetto “Chiese Aperte” voluto dall’ass. DIDART, gli Ottimati, hanno aumentato la loro capacità attrattiva. E’ di qualche giorno fa, la notizia che DIDART, continuerà nelle aperture del sabato anche per il periodo invernale (primo e terzo sabato del mese dalle 10 alle 12.30).

In città il fermento continua…

 

 

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Brancaleone, tra storia e natura

Continuiamo il nostro gemellaggio con gli amici dell’associazione “La voce del sud”.

Anche questa settimana pubblichiamo un pezzo comparso nell’ultimo numero dell’omonimo periodico dell’area grecanica. Restiamo fermamente convinti che i rapporti stabili, nati sulla rete della collaborazione, siano un elemento fondamentale per la nostra terra… peraltro, questa settimana ci occupiamo di Brancaleone, dove da anni operano gli amici della Pro Loco e di Kalabria Experience… Buona lettura.

Le origini di Brancaleone si perdono nelle nebbie della storia, affondano le proprie radici in un passato antichissimo, fatto di monaci che dal VI al X d. C. hanno abitato questi luoghi isolati ed inaccessibili facendone luogo di meditazione e di crescita spirituale.

Come dare torto a questi antichi monaci? Ancora oggi, su questa rupe a 300 metri sul livello del mare,  da Brancaleone “Vetus”, è possibile godere un panorama che ristora occhi e spirito.

Il primo nome di questo luogo pare derivare dagli alloggi molto spartani di questi monaci che abitavo alcune cavità rupestri nell’attuale sito di Brancaleone denominato appunto Sperlinga, dal greco Spèlugx, ovvero caverna.

Sono documentabili peraltro alcuni depositi alimentari, dei veri e propri silos ipogei necessari per la sopravvivenza dell’antico insediamento.

Nel XIV° sec. l’insediamento venne fortificato con la costruzione di un castello di proprietà dei Ruffo di Sinopoli che mantennero il possesso per circa quattro generazioni.

Sulle origini del nome attuale invece non vi è certezza ma tante suggestive ipotesi, una prima scuola di pensiero lo vorrebbe far discendere dall’antico nome Motta Leonis, secondo altri invece il nome attuale pare si riferisca al latino “branca” in riferimento alla forma di zampa di leone.

Un’altra teoria individuerebbe l’origine del nome come prestigioso riconoscimento di un miles in quanto le fonti accertano che abbia operato a queste latitudini un tal Andrea Brancaleone.

In ultimo, il nome potrebbe derivare dal nome dalla pianta “boccaleone”, visto che il borgo in alcuni autori viene denominato proprio Boccalionem.

Aldilà delle tante suggestioni sul nome del borgo, furono molte, nei secoli le famiglie nobili che governarono questo territorio che sul finire del ‘400 gli aragonesi vollero ulteriormente fortificare.

Dopo i Ruffo, sotto i quali nell’ultimo periodo il territorio patì una forte crisi economica, il feudo passò agli Ayerbo d’Aragona e successivamente nella seconda metà del ‘500 agli Spatafora e successivamente ai Carafa fino al 1806, in un susseguirsi di vendite facilmente documentabili della quale risparmio i singoli interessantissimi passaggi dai quali ad esempio apprendiamo che qualche anno dopo il 1571 il conte Alfonso de Ayerbo, vende per 30.000 ducati il possedimento di Brancaleone alla nobile messinese Donna Eleonora Spadafora, consorte di  Federico Stayti, che a causa della morte del figlio Andrea, concede poi il possesso di quel territorio al nipote Federico.

Il terremoto del 1783 provoco’ gravi danni per piu’ di venticinquemila ducati, ma fortunatamente non si registrarono vittime

Nel 1799, Brancaleone, per disposizione del generale francese Chianpinnet, venne incluso nel cantone di Bova e nel1806, un provvedimento normativo francese, lo dichiarava Universita’ nel cosiddetto governo di Bianco e distretto di Gerace. Fu infine riconosciuto comune nel 1811.

Il borgo poi venne ulteriormente danneggiato dai terremoti del 1905 e 1908.

Durante il ventennio fascista poi fu la destinazione del confino disposto dal governo fascista nei riguardi del poeta Cesare Pavese.

E’ difficile riassumere in poche righe le tante pagine di storia di questo antico e nobilissimo abitato, che oggi aspira con l’intervento meritorio di tantissimi volenterosi, di raccontarsi e di raccontare la propria storia unica ed allo stesso tempo comune di quell’angolo di Calabria sospeso tra mare e cielo.

 

Africo, tra storia e poesia

Questa settimana in pillole di storia ospitiamo un pezzo già apparso nella rubrica sull’ ecoturismo del periodico dell’ area grecanica “La Voce del Sud”…

Buona Lettura…

Non mi è mai riuscito semplice parlare di Africo Vecchio, ancor più complesso è poi, tornare in quel borgo, la storia di quei brandelli di muri si intreccia con la mia storia familiare e con i racconti della nonna che tornava al paese del padre tra quella “perduta gente” come la descriveva Zanotti Bianco.

Quest’ultimo ci da un resoconto delle condizioni di estrema povertà nelle quali vivevano gli abitanti di Africo e della frazione Casalnuovo, testualmente:

“Sono alcuni giorni che visito questi tuguri, prendendo nota della situazione economica e sanitaria di ogni famiglia. Si tratta in genere di vani di tre o quattro metri per lato, altri due. Su vasti pagliericci poggiati a terra o su di uno zoccolo di legno, dormono ammucchiate sei, sette persone che poche coperte di ginestra debbono proteggere dal freddo: in un angolo il forno e spesso il fornello per la cucina, accanto una cassapanca ove viene riposto il grano e l’orzo, talvolta un telaio, dal soffitto pendono alcuni formaggi, cipolle, fasci di ginestre, quanto la famiglia è riuscita a serbare per sé. Gli animali, di notte, s’assestano dove possono”.

Zanotti Bianco ci testimonia nella sua visita nel 1928, come le condizioni di povertà e di malessere fossero anche dovute all’impossibilità di ricostruire dopo il terremoto del 1908 con il cemento armato per la difficoltà di reperire e trasportare i materiali.

Questo chiaramente uno spaccato piuttosto recente, ma la storia del borgo affonda le sue radici nei secoli.

Il nome deriverebbe dal greco àprichos o dal latino apricus ed anche se si avanzano ipotesi di insediamenti più antichi, l’evidenza archeologica attesta la presenza umana in epoca bizantina. Tra l’XI ed il XII secolo l’area fu fortemente influenzata dall’opera di San Leo che nato a Bova visse ad Africo e li morì.

Le fonti ci certificano tra il XVI ed il XVII sec. l’utilizzo del rito e della lingua greca. Il rito greco poi, venne via via affiancato e spodestato dal rito latino.

Africo fu seriamente danneggiato dal terremoto del 1873 e poi anche da quello del 1908.

L’abbandono del paese però avvenne dopo l’alluvione del 1951 che causò tre vittime ad Africo e sei a Casalnuovo, il successivo trasferimento della popolazione prima pellegrina in località temporanee e poi nell’attuale sito di Africo Nuovo, ha tranciato di netto il forte e fiero legame che quella popolazione conservava con quel territorio interno ed aspromontano.

Oggi questo legame che nelle vecchie generazioni è ancora presente e forte viene sapientemente trasmesso anche nelle opere del poeta Gianni Favasuli.

Affrico vecchio oggi rappresenta uno dei borghi più caratteristici ed intimi dell’entroterra della nostra provincia, un borgo che ha ancora tante pagine da raccontare avviando seri studi, perché se è vero che il suo ‘900 non ha brillato in ricchezza materiale, la sua cultura è sedimentata nei secoli.

Dovremmo approcciarci a questo paese con occhi curiosi, andando oltre la storia dello Stato che investì in quel paese solo per realizzare il telegrafo per dare la caccia la Brigante Musolino.

Dovremmo prendere spunto ancora una volta da Zanotti Bianco che circondato da tanta miseria racconta:  ”Le luci si spengono sui monti e le prime stelle tremano nel cielo assieme al trillo lontano dei grilli. Per vederle ho lasciato aperta la portiera della tenda. La fiamma della candela che ne illumina le pareti, aumenta il senso di pace e di poesia che scende in me: la pace tacita e deserta di questi monti, la poesia di questa vita solitaria che è però così vicina al cuore delle cose”

 

 

L’arte nascosta in piena vista

Uno dei luoghi meno conosciuti della nostra Reggio, è sicuramente la Chiesa del Santo Cristo, si, so cosa vi state chiedendo, “e qual’è questa chiesa?”…

Lo so per esperienza, fino all’anno scorso anch’io mi chiedevo quale fosse questa chiesa e una volta individuata, iniziai a chiedermi cosa contenesse al suo interno…

Stano non averla mai notata, eppure si trova vicino la sede della mia vecchia università, la chiesa del Santo Cristo, infatti, si trova proprio nella discesa di Via del Valentino ad incrocio con Via Plutino, proprio di fronte Palazzo Zani sede della facoltà di Giurisprudenza.

Questa chiesa, come molte altre della nostra città risale alla prima parte del novecento, fu costruita proprio in quel luogo dopo il terremoto del 1908. Proprio come molte altre chiese della nostra città, custodisce però, al suo interno, tracce molto più antiche del nostro passato.

Questo edificio, è strettamente collegato alla storia di una delle confraternite più antiche della nostra città, la Confraternita dei Bianchi, che nasce nel 1539 e si insedia in città nel 1548 presso la chiesa di Santa Maria della Melissa.

Le prime attività della confraternita durarono fino al 1594 data in cui un’ incursione turca devastò molti edifici di culto. I Bianchi rientrarono in città nel 1616 con l’attribuzione dell’arcivescovo del tempo, monsignor D’Afflitto, della chiesa di Santa Margherita all’ospedale.

Particolare fu il compito attribuito alla confraternita dal D’Afflitto, che la impegnava a dare giusta sepoltura ai condannati a morte, oltre a riconoscere un posto d’onore nelle varie processioni cittadine, posto ancora oggi conservato.

La confraternita deve il proprio nome al colore degli indumenti indossati, sacco, cappello e cingolo erano, di fatti, interamente bianchi.

Il terremoto del 1783 distrusse la chiesa sede della confraternita e nel 1826 venne edificata la chiesa del Sangue di Cristo, comunemente nota come chiesa del Santo Cristo che venne distrutta anch’essa dal sisma del 1908, per essere riedificata nel 1936 con le fattezze che oggi possiamo ammirare.

La chiesa è un vero e proprio scrigno, oltre ad un soffitto a cassettoni molto pregevole, custodisce al suo interno un Ecce Homo  di pregevole fattura oltre ad un altare un tempo collocato nella cattedrale i cui elementi fondamentali vennero trasferiti e ricomposti dopo il terremoto del 1908 come altare principale della chiesa, dalla nobile famiglia Tripepi i cui stemmi ancora adornano il manufatto.

La confraternita custodisce anche una statua lignea processionale raffigurante un Cristo deposto, ed un tempo la chiesa era adornata con due opere raffiguranti San Giuseppe con Bambino e San Giovanni decollato trafugate qualche anno fa da qualche “imbecille”.

La chiesa Del Santo Cristo rappresenta una delle tracce più significative della nostra città e a breve tornerà visitabile attraverso il progetto “Chiese Aperte” che garantirà aperture per i Weekend dell’estate. Un passo certo, che per quanto estremamente significativo, deve essere accompagnato da una maggiore apertura al pubblico della chiesa, e da una maggiore diffusione delle bellezze in essa contenute.